Il Vangelo secondo Andrea Filloramo: Tutto quello che sappiamo di Gesù lo ricaviamo dai quattro Vangeli canonici e dagli altri scritti del Nuovo Testamento

di Andrea Filloramo 

Rispondo volentieri a E. C. un giovane liceale che mi ha inviato un’e-mail nella quale ha scritto: “ho chiesto al mio professore di religione (…) perché per la Chiesa Cattolica valgono di più la dottrina e i dommi e non i Vangeli che spesso non vengono neppure spiegati.  Ciò non avviene nei protestanti. La risposta che mi ha dato il professore non mi è parsa soddisfacente. Spero che una risposta più chiara possa averla da lei”.    

No, non è corretto dire che per la Chiesa Cattolica “valgono di più” la dottrina e i dogmi rispetto ai Vangeli. Nella visione ufficiale della Chiesa cattolica e anche delle altre Chiese Cristiane, i Vangeli sono il cuore della Rivelazione, perché trasmettono direttamente la vita e l’insegnamento di Gesù Cristo. 

In ogni caso occorre chiarire alcuni concetti. 

Tutto quello che sappiamo di Gesù lo ricaviamo dai quattro Vangeli canonici e dagli altri scritti del Nuovo Testamento, il cui linguaggio, come del resto tutto il linguaggio biblico, è quello tipico della riflessione sapienziale della religione giudaica ed è questo un tema che coinvolge la filologia, la storia, la teologia e la critica letteraria.  

Da tenere presente che i Vangeli sono giunti a noi tradotti in greco ma mostrano parole aramaiche traslitterate, strutture narrative semitiche, formule, parallelismi poetici tipici del mondo ebraico che bisogna necessariamente interpretare. Tutto questo fa diventare i Vangeli testi “di frontiera”, cioè greci nella lingua ma semitici nello stile.  

Il linguaggio dei Vangeli per noi diventa complesso, anche a causa di altre ragioni, come le metafore, le similitudini, le parabole, le iperboli, che abbondano in tutti i testi antichi, che richiedono una interpretazione attenta per evitare fraintendimenti e si deve anche tenere conto delle eventuali manipolazioni degli amanuensi che hanno potuto alterare il significato originale 

Da osservare, inoltre, che i Vangeli contengono materiali che hanno una datazione proveniente da “diversi stadi di tradizione” nella consapevolezza teologica sviluppata nella Chiesa delle origini e non vogliono raccontare fatti ma vogliono   trasmettere un messaggio di fede attraverso la narrazione di Gesù. 

Non rappresentano, perciò, un’affermazione mono-dimensionale di fede, ma testimoniano il fatto che la consapevolezza di fede della Chiesa delle origini sperimentò un processo di sviluppo, che si dispiegò nei decenni del I secolo, la cui pietra miliare fu la fede nella risurrezione di Gesù.  

Una cosa occorre dirla con chiarezza: i Vangeli sono nati come annuncio di libertà e sono parola viva, rivolta agli ultimi, capaci di scuotere le coscienze e di rovesciare gerarchie consolidate.  

Questo messaggio originario è possibile che sia stato progressivamente racchiuso, irrigidito, talvolta anche soffocato dai dogmi, dalle formule e dalle definizioni che, pur nate per custodirlo, l’hanno potuto anche imprigionare. 

I dogmi, nella loro intenzione storica, in realtà, non sono gabbie ma argini; sono nati solo per difendere il nucleo della fede da interpretazioni arbitrarie, per preservare l’identità di una comunità credente e garantire una continuità nel tempo; se, però, l’argine diventa muro e il muro diventa fine a sé stesso, il rischio è quello che smettono di essere ascoltati come parola che interpella la vita e si riducono a un sistema concettuale da accettare passivamente. 

Imprigionare i Vangeli nei dogmi significa anche confondere il mezzo con il fine. I dogmi devono servire ai Vangeli, non sostituirli. Quando, perciò, diventano criteri di esclusione, strumenti di potere o barriere contro il dubbio e la ricerca, tradiscono la loro funzione originaria.  

Il rischio maggiore non è tanto l’errore dottrinale, ma l’addomesticamento del messaggio, reso innocuo, prevedibile, incapace di disturbare le coscienze 

Liberare i Vangeli dai dogmi, quindi, non significa abolirli, ma relativizzarli. Significa riconoscere che nessuna formula può contenere pienamente il mistero che pretende di esprimere.  La verità non si esaurisce in un enunciato corretto, ma si manifesta in una vita vissuta secondo l’amore, la giustizia e la misericordia. 

Forse, oggi più che mai, il compito non è difendere il Vangeli con nuove definizioni, ma farli parlare, non come dottrina da imparare, ma come parola che inquieta, consola e chiama alla responsabilità.  Ogni volta che i Vangeli vengono riletti alla luce della sofferenza umana, dell’ingiustizia, della compassione concreta, spezzano le catene delle definizioni rigide e tornano a essere parola che salva. 

La storia del cristianesimo – diciamolo – è stata attraversata ed è ancora attraversata   da testimoni che hanno saputo andare oltre la lettera per ritrovare lo spirito originario.