Apri il giornale e scopri dello scandalo esploso dopo i danni provocati dal maltempo (anche se la cosa non dovrebbe sorprenderci più di tanto). Guardi la televisione e, tra un servizio e l’altro, vieni a conoscenza di “regali imbarazzanti”, “favori untuosi” per aggirare la legge. Navighi sui social e scopri l’ennesimo scandalo nella sanità, o il flusso di mazzette nei cimiteri, per il caro estinto, la violenza delle bande giovanili, durante una serata, in qualche locale alla moda, per una occhiata di troppo. Affari sporchi, racket nelle sepolture, compravendita di posti di lavoro: ma che paese è mai questo?
Un amico mi dice: “Ma di che ti stupisci? Sono anni che ho smesso di credere alle promesse dei politici. Non lo sapevi che questa è un territorio a rischio?”. Assurdo. Già, in che regione viviamo? Apri il giornale e scopri che il partito che ieri sosteneva la Giunta siciliana o il sindaco del comune X oggi si schiera di traverso per un finanziamento andato altrove o la presidenza dell’azienda ospedaliera finita nelle mani dell’alleato rivale. Hai voglia a dire che la Sanità è un bene essenziale, che la salute delle persone non ha un colore politico come del resto, la lotta alla criminalità e alla salvaguardia del territorio. Ma certo, viviamo in Sicilia, ecco dove viviamo. L’isola delle tante illusioni e delusioni.
Scandalo dopo scandalo ci si sorprende che, al momento del voto, gli assenti nelle urne sono il partito di maggioranza, quel movimento silenzioso che negli ultimi anni vince una battaglia al giorno, e può dire di aver vinto quella principale, con le recenti vicende.
Il fallimento della buona politica ha messo in luce la crisi degli apparati che dovrebbero combatterla questa astensione; l’impotenza del potere politico che dovrebbe sradicarla; le profonde crepe che spaccano il mondo della Giustizia incaricata di garantire il rispetto delle regole, la discordia dei partiti sulle controffensive necessarie, per non dimenticare il baratro che divide la società civile dalla società politica quando la gestione della corruzione si ripropone. Il dilagare degli scandali non troverebbe più spazio nelle cronache giornalistiche se accanto alla banda Bassotti che inquina i Palazzi non ci fosse la banda degli ignavi: di coloro che cessano di combatterla, che si arrendono al suo potere, si fanno immobilizzare dalla sua logica, magari utilizzano i suoi metodi e i suoi supporti, e con la politica disonesta coesistono senza appartenerci formalmente, convivono senza farsi assimilare, coabitano senza collaborarci, e così consentono che si allarghi.
Nella politica che fa dell’ipocrisia il suo scudo, l’etica è stata, ed è considerata, soltanto una conseguenza della legge: finché non mi scoprono è come se fossi innocente! E così, purtroppo, il malcostume è la regola. E la legge, di conseguenza, un ostile e ingiusto guardiano da aggirare. Non a caso, c’è un codice non scritto: il favore o, passateci il termine, il sopruso è quello che ci spetta. E quanto più ci si riempie la bocca con parole come onestà, merito, trasparenza, diritto alla casa o alla salute (per esigenze televisive, supponiamo), tanto più si studiano argini, opposizioni, bastoni fra le ruote. E, soprattutto, vendette. La nostra idea però è che non possa essere ridotta in questi termini. Se ci facciamo domande facili, avremo sì risposte rassicuranti ma anche banali. E alla fine, anche noi, non andremmo più a votare.
P.S. Siamo cattivi se speriamo che, per tutti quei politici e uomini delle istituzioni che hanno contribuito a ridurre la Sicilia in braghe di tela, esista una legge del contrappasso che faccia riverberare il male inflitto?
