Il movimento dei “parroci ribelli”

Ritengo importante quanto un lettore di IMG Press a commento della situazione caotica che si osserva nel clero cattolico dovuto alla rivelazione di scandali che colpiscono persino l’immaginario collettivo. Egli, fra le altre cose, osserva: il disastro nella Chiesa nasce nell’incapacità dei suoi preti di diventare una forza di cambiamento, pronto anche di tradursi in un movimento di ribellione.

 

di ANDREA FILLORAMO

Ritengo importante quanto un lettore di IMGPress a commento della situazione caotica che si osserva nel clero cattolico dovuto alla rivelazione di scandali che colpiscono persino l’immaginario collettivo. Egli, fra le altre cose, osserva: “il disastro nella Chiesa nasce nell’incapacità dei suoi preti di diventare una forza di cambiamento, pronto anche di tradursi in un movimento di ribellione.
Mi permetto di reiterare un articolo da me pubblicato diverso tempo fa su IMGPress, convinto che “repetita iuvant”.
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Il movimento dei “parroci ribelli” raccoglie un decimo di tutto il clero austriaco, più di 500 fra sacerdoti e diaconi. L’iniziativa nata nel 2005 ha avuto risonanza mondiale dopo la pubblicazione nel di un “Appello alla disobbedienza”, nel quale si chiedevano svolte radicali nella Chiesa su temi come la comunione ai divorziati risposati, il sacerdozio per i preti sposati, l’apertura all’ordinazione femminile, un maggior peso delle comunità di fedeli e del clero locale nella scelta dei vescovi, la richiesta di un ruolo attivo dei laici in campo liturgico, nella predicazione e nell’eucaristia laddove ci sono pochi preti, affinché questi ultimi non diventino funzionari carichi di lavoro che devono burocraticamente dire messa e dare sacramenti spostandosi da una località all’altra del Paese. Il movimento ha trovato una qual certa accoglienza da parte dei vescovi austriaci, che non hanno chiuso le porte del dialogo ai preti ‘ribelli’ (ma in realtà ribelli non sono). In Italia, il “movimento” ha ricevuto il suo “placet” da Vito Mancuso, che, malgrado il dissenso dal magistero e le critiche aspre al Papa (ci riferiamo a Benedetto XVI) e alla linea del suo pontificato, ha continuato a considerarsi un figlio della Chiesa. Nel suo libro, “Obbedienza e libertà” (Fazi Editore, 2012), il teologo ha proposto, infatti, un programma di radicale riforma della dottrina cattolica – “perché a volte è indispensabile usare il ‘bisturi’ se si vuole “impedire la morte del malato”. Egli sostiene che Il papa stesso in una sua omelia si è chiesto se la disobbedienza sia una via per rinnovare la Chiesa. Afferma, ancora: “Senza la disobbedienza della teologia nella prima metà del ‘900 (un nome tra tutti, Teilhard de Chardin) non avremmo avuto il Vaticano II e la svolta radicale su libertà religiosa, ecumenismo, rapporto con gli ebrei e le altre religioni, per citare solo le innovazioni più clamorose. Occorre continuare su questa strada profetica”. Sono più di 8.000 i preti che hanno abbandonato in Italia il ministero. Dovremmo interpellare loro per conoscere i motivi dell’abbandono della vocazione e scopriremmo che gli elementi che più hanno pesato nella scelta di lasciare il sacerdozio sono stati di carattere istituzionale, consistenti nella “chiusura” della Chiesa alle innovazioni. Per loro o per una buona parte di loro a motivare l’uscita per scarsa fiducia nel sistema clericale, in disaccordo con le politiche della Chiesa perché ritenute poco evangeliche; l’uscita quindi è considerata come mezzo per superare quegli elementi istituzionali di ostacolo alla realizzazione della personale vocazione. Scopriremmo anche che in molti di loro emergono altri elementi che è interessante richiamare: la necessità di una vita più autonoma caratterizzata anche da una attività lavorativa, l’allontanamento dalle pratiche religiose perché routinizzate e il desiderio di avere una famiglia per trovare una realizzazione affettiva. Queste e altre sono le ragioni per le quali il prete si allontana dalla realtà sacerdotale chiedendo di uscire senza però voler perdere quei tratti distintivi acquisiti con l’ordinazione. La rottura genera una crisi nei sacerdoti che percepiscono come ostacolo la prosecuzione della scelta di vita sacerdotale: molti vivono un lacerante conflitto interiore che impedisce di vivere serenamente la propria vocazione. Ci sono preti che non giungono a questa rottura, ma vivono in una continua “crisi”, che talvolta porta anche alla depressione. La lunghissima lista di preti, suore e seminaristi suicidi in Italia (fatti dolorosissimi!) trova la sua motivazione nell’incapacità da parte di loro di superare la perenne crisi di identità che investe tutto il clero che ne individua e ne condivide i motivi. A proposito di condivisione, Jung in “Psicologia e religione”, scrive: “È incredibile il cambiamento di carattere che si verifica nel momento in cui intervengono forze collettive. Un essere gentile e ragionevole può trasformarsi in un pazzo furioso o in una bestia feroce. Siamo sempre portati ad attribuire la responsabilità a circostanze esterne, ma nulla potrebbe esplodere in noi, se non vi esistesse già. In realtà noi viviamo in continuazione sopra un vulcano e a quel che sappiamo non è umanamente possibile difendersi contro un’eventuale eruzione… “. Ogni uomo ha una propria personalità, cresciuta in base alle esperienze di vita passate. Ogni esperienza reale, sia positiva che negativa insegna sempre qualcosa e andrà a rafforzare o indebolire ulteriormente il proprio carattere, a seconda di come siamo. Nell’elaborazione delle “strategie” utili al superamento della crisi che investe il prete, che non si supera solo con la preghiera e la recezione dei sacramenti, una funzione indispensabile la svolge indubbiamente il vescovo. Egli innanzitutto deve essere un “padre”, pronto sempre ad accogliere, mai un “datore di lavoro”, un “distributore” di benefici, un “appaltatore”. Egli, quindi, deve ascoltare la voce dei “parroci ribelli”, che, in Italia o a Messina, non si è ancora costituita in movimento, ma che sicuramente esiste e che è molto diffusa e che speriamo diventi maggioritaria.