Il fumo di tabacco non è distribuito equamente nella società. Lo dimostra con dati inconfutabili il nuovo rapporto 2026 del Royal College of Physicians (RCP) Smoking, Health and Social Justice inglese, 177 pagine di analisi su dati che tracciano un quadro inequivocabile: chi fuma oggi appartiene prevalentemente ai gruppi già penalizzati da povertà, esclusione sociale e fragilità sanitaria. Il tabagismo, nel 2026, non è una questione di stile di vita: è una questione di giustizia sociale.
Esistono infatti popolazioni in cui i ratei di fumo si impennano e non lasciano traccia nelle statistiche ufficiali, risultando INVISIBILI. Vivendo un doppio stigma, quello della scarsa rappresentazione e della difficoltà ad essere aiutati. La popolazione di invisibili sfiora i 2 milioni di individui in Gran Bretagna con una prevalenza di tabagismo tra il 58 e il 66%.
Il fumo tra i lavoratori manuali è del 20,2%; tra i disoccupati del 20%; tra chi ha una qualsiasi condizione di salute mentale raggiunge il 40,5%; tra i detenuti sfiora l’80% (oggi in GB vige il divieto di fumo nelle carceri).
La fotografia della disuguaglianza: chi fuma e quanto
I dati del rapporto RCP 2026, estratti da oltre 173.000 interviste (Smoking Toolkit Study):
| Dato / Indicatore | Valore UK | Valore ITALIA | Nota dati UK |
| Popolazione adulta generale (UK, APS 2024) | 10,6% | 24% (Passi 2023) | Baseline di riferimento |
| Lavoratori manuali / occupazioni di routine | 20,2% | 25,8% licenza elementare contro 18% dei laureati | Quasi 2,5× la media generale (APS 2023) |
| Disoccupati | 20,0% | 38-40% (Eurobarometro) | Quasi il doppio degli occupati (11%) |
| Con qualsiasi cond. di salute mentale | 40,5% | 4× la media generale | |
| Malattia mentale grave (SMI) | 77–80% | 88% | Fino a 7,5× la media; alta variabilità |
| Senza dimora — adulti | 57–82% | idem | 4× la media; giovani senza dimora: 7× |
| Detenuti (Europa Occ., pooled 9 paesi) | 72% | 90-100% | Grecia e Italia: stima 100% |
Un fenomeno strutturale, non individuale che si scontra con una ulteriore difficoltà: una maggiore volontà di cessare che si infrange sui fattori di stress sociale diminuendo le chance di riuscire.
“Riteniamo che la Gran Bretagna sia sulla strada giusta, dimostrato dal fatto che i ratei di fumatori hanno raggiunto il 10% negli ultimi anni” sottolinea la dottoressa Johann Rossi Mason Direttrice dell’Osservatorio MOHRE: “E’ opportuno fare tesoro delle esperienze internazionali che funzionano. Riteniamo ad esempio necessario introdurre percorsi opt-out di trattamento della dipendenza da tabacco in tutti i contesti in cui fumatori e operatori sanitari entrano in contatto. Il sistema OPT-OUT di default, si basa su un approccio di psicologia cognitiva molto efficace e prevede nel proporre una consulenza breve sul tabagismo e l’esplorazione della volontà di smettere con indicazioni su come fare e a chi rivolgersi a tutti coloro che si rivolgono – per qualsiasi motivo a pronto soccorso, cure primarie, degenze, servizi ambulatoriali e di prossimità”.
In secondo luogo, “è necessario intercettare le persone dei gruppi vulnerabili che sono quelle che hanno maggiore bisogno di aiuto. In questo senso va riorientata la politica nazionale di controllo del tabacco proprio verso i gruppi ad alta prevalenza attraverso un piano nazionale che abbia target misurabili, al fine di verificare l’efficacia degli interventi” interviene Fabio Beatrice, Direttore del board scientifico dell’Osservatorio MOHRE.
Ecco quali sono i dati su specifiche popolazioni maggiormente colpite da svantaggio socio- economico
Secondo i dati PASSI 2022–2023, in Italia 1 adulto su 4 fuma (24,5%). Il fumo disegna un gradiente sociale significativo: la prevalenza è del 36,2% tra chi ha difficoltà economiche, contro il 21,5% tra chi non ne ha. Per livello di istruzione, fuma il 25,8% tra chi ha al più la licenza elementare, contro il 18,2% tra i laureati [1].
Poveri, disoccupati e lavoratori poveri
La povertà è un ampio spettro di condizioni economiche e sociali. In Europa, secondo l’Eurobarometro, il fumo è fortemente legato allo svantaggio economico: fumano il 40% dei disoccupati, il 37% dei lavoratori manuali e il 38% di chi fatica a pagare le bollette, contro il 21% di chi non ha difficoltà finanziarie [2]. Sulla base di oltre 300.000 osservazioni raccolte in 30 paesi europei nel 2015[3], la quota dei fumatori — specie di sesso maschile — aumenta notevolmente nella parte più povera della popolazione.
“La mancanza di denaro, l’insicurezza sociale, abitativa e alimentare, il senso di mancanza di controllo e di speranza nella propria vita generano danni a diversi livelli: stress cronico e ‘carico allostatico’ con adozione di cattivi stili di vita, malattie e consumo di sostanze come tabacco e droghe. Dobbiamo iniziare a guardare al tabagismo come ad un fenomeno sociale e non individuale” prosegue Rossi Mason.
In Italia tra i senzatetto, la prevalenza del tabagismo è drammaticamente alta — tra il 57% e l’82% — un dato invariato da 50 anni e fino a 4 volte superiore alla media della popolazione generale. Il tabacco è la prima causa di mortalità in questa fascia oltre i 45 anni [4].
Contrariamente agli stereotipi, la maggioranza di queste persone vuole smettere di fumare, ma i percorsi di supporto sono quasi sempre inaccessibili.
Persone con problemi di salute mentale o dipendenze.
Tra le persone con disturbi mentali, il rischio cresce proporzionalmente alla gravità della diagnosi: si passa dal 24% senza patologie al 61% con tre o più disturbi, fino all’88% nei casi di schizofrenia. La depressione è inoltre due volte più frequente nei fumatori e quattro volte nei fumatori ‘forti’ quelli con un consumo superiore ai due pacchetti al giorno [5].
Tra le 97.000 persone attualmente detenute nel UK, la prevalenza pre-divieto era del 70–80%. La review globale su 50 Paesi conferma che il fumo in carcere supera il tasso comunitario fino a 6 volte. Nello studio su 16.000 detenuti in 9 Paesi europei: prevalenza media del 72%, con Italia e Grecia stimate al 100%.
