Tra il 2020 e il 2024, quasi un euro su due di quelli donati alla Tunisia è stato destinato al controllo delle frontiere e ai rimpatri: 49,85 milioni contro i 113,3 della cooperazione allo sviluppo. In Libia, la quota destinata al controllo delle frontiere, al contrasto alla tratta e ai rimpatri ha raggiunto 66,45 milioni a fronte di 161,1 milioni di euro di aiuto pubblico allo sviluppo donato al Paese.
Questo orientamento prosegue anche nel 2026. La Legge di bilancio 2026-2028 ha rifinanziato i due principali strumenti di azione esterna in materia migratoria: il Fondo Migrazioni con 28,5 milioni di euro e il Fondo premialità per le politiche di rimpatrio con 9,5 milioni. A queste risorse si aggiungono quelle del Decreto missioni: 11,09 milioni di euro per sostenere la Guardia costiera libica, il cui operato è stato più volte denunciato da organismi delle Nazioni Unite, e per la prima volta 8,8 milioni per una missione con obiettivi analoghi in Tunisia, a sostegno della Guardia nazionale tunisina.
A livello europeo tra il 2021 e il 2025 sono stati destinati circa 9,6 miliardi di euro a interventi legati alla gestione delle migrazioni in diversi Paesi. Quasi l’intera cifra è stata classificata come aiuto pubblico allo sviluppo. I fondi hanno sostenuto attività diverse: dall’assistenza a rifugiati, sfollati e comunità che li accolgono fino al controllo delle frontiere e ai rimpatri. È quanto emerge dal rapporto di ActionAid “L’aiuto alle frontiere. Cooperazione allo sviluppo ed esternalizzazione nelle politiche migratorie dell’Unione europea e dell’Italia”, presentato oggi alla Camera dei Deputati. L’indagine mostra come una quota significativa degli aiuti venga impiegata per sorvegliare le frontiere, intercettare le persone in viaggio e prevenire gli arrivi in Europa, anche attraverso l’intervento sulle cosiddette “cause profonde”, ovvero le condizioni sociali, economiche e ambientali che possono spingere le persone a partire. Il risultato è che gli aiuti si allontanano dai bisogni delle popolazioni e diventano sempre più legati all’adozione di misure di contenimento e repressione dei flussi da parte dei Paesi di origine e transito.
Il confronto con altri settori di intervento in Nord Africa rende evidente il peso di queste spese. Tra il 2020 e il 2024, l’Italia ha destinato quasi 96 milioni di euro al controllo delle frontiere e ai rimpatri: quasi quattro volte quanto assegnato nello stesso periodo – meno di 25 milioni – come aiuti a fondo perduto per l’agricoltura e la sicurezza alimentare. Allargando lo sguardo a più Paesi e attività, l’analisi documenta complessivamente 472 milioni di euro stanziati dall’Italia tra il 2020 e il 2025 che non hanno riguardato soltanto il controllo delle frontiere e i rimpatri, ma anche la protezione delle persone migranti e progetti per creare opportunità di lavoro nei Paesi di origine nel tentativo di disincentivare le partenze. Circa l’82% di queste risorse è stato conteggiato come aiuto pubblico allo sviluppo: denaro che dovrebbe avere come obiettivo principale il miglioramento delle condizioni di vita nei Paesi che lo ricevono. Restano invece marginali gli investimenti per consentire alle persone di migrare in modo regolare e sicuro. Nel Fondo Migrazioni italiano, tra il 2020 e il 2025, a questo obiettivo sono andati appena 500 mila euro su circa 242 milioni: lo 0,2% delle risorse.
“Non solo vengono destinate sempre più risorse al controllo delle frontiere, anche attraverso il sostengo a regimi non democratici, ma la normativa italiana sull’accesso alle informazioni è diventata più restrittiva. Questo rende il monitoraggio della società civile e il controllo parlamentare sempre più difficili e, in alcuni casi, impossibili. La trasparenza è necessaria per ridurre il rischio di violazioni dei diritti umani, verificare il rispetto degli obiettivi di sviluppo nei programmi di azione esterna dell’Italia e garantire un dibattito democratico sulle loro finalità” dichiara Roberto Sensi, esperto diseguaglianze globali per ActionAid Italia.
Nei prossimi mesi il legame tra aiuti e controllo delle migrazioni potrebbe rafforzarsi ulteriormente. Nei negoziati sul prossimo bilancio pluriennale dell’Unione europea si discute infatti della possibilità di sospendere i finanziamenti o i programmi ai Paesi non cooperativi in materia di rimpatri e riammissioni. Se approvata, la misura introdurrebbe un meccanismo preciso: meno collaborazione sui rimpatri, meno risorse per lo sviluppo.
“Le migrazioni sono una questione politica, non un problema di sviluppo da risolvere. La cooperazione dovrebbe proteggere le persone migranti e sostenere le comunità di origine e di transito; invece, gli aiuti sono sempre più legati al controllo delle partenze, ai respingimenti e ai rimpatri. Per favorire un legame positivo tra migrazione e sviluppo, servono politiche fondate sui diritti, canali di ingresso sicuri, programmi di migrazione circolare e il coinvolgimento delle diaspore”, conclude Sensi.
ActionAid chiede all’Unione Europea e al Governo italiano di garantire che le risorse stanziate per l’aiuto pubblico allo sviluppo siano effettivamente destinate allo sviluppo economico dei Paesi, senza subordinarle alla collaborazione sul controllo delle frontiere e sui rimpatri. L’organizzazione chiede inoltre di incrementare gli investimenti nella protezione delle persone, nella possibilità di migrare in modo sicuro e regolare, anche per studio e lavoro, e in programmi costruiti insieme alle comunità locali, a partire dalle loro necessità.
