Il dono per una bambina cinese

Il dono più grande a Natale per una bambina cinese. Questa è la storia di una ragazzina  di origine cinese di 14 anni, la chiameremo Teresa con un nome di fantasia, che nel giorno di Natale ha ricevuto il più bel dono  che un bambino può ambire in questo giorno di festa: riabbracciare la propria mamma.

 

Ci troviamo nell’anno 2013 a Prato, e una famiglia di cittadini cinesi già abitanti a Napoli si trasferiscono  in città per riunirsi a dei connazionali già inseriti nel tessuto sociale, per trovare  lavoro. Con i genitori vi è anche una bambina, 14 anni all’epoca dei fatti, che porta con sé dei problemi di salute di carattere relazionale, che aumentano le difficoltà di avere dei normali rapporti di amicizia con le amiche connazionali.

Purtroppo la sua infanzia non è delle più felici, la famiglia si disgrega  con i genitori che si separano con la madre che ritorna in Cina lasciando alla piccola la possibilità di decidere autonomamente con chi restare. La piccola decide di rimanere a Prato con l’unico genitore, il padre, il quale, dopo essersi unito con una nuova compagna, la trascura disinteressandosi dei suoi problemi e di tutto ciò che la minore avrebbe bisogno anche dal punto di vista affettivo, sino a quando le Autorità decidono di togliere la patria potestà al padre, non idoneo ad assolvere alle normali attribuzioni previste dalla legge.

Da quel momento purtroppo la bambina viene affidata ad un centro di accoglienza e vi rimane per ben quattro anni  durante i quali la piccola più volte si allontana  per venire proprio in Questura chiedendo della propria mamma e cercando in questa sede una soluzione che le consenta di ricongiungersi ai propri affetti familiari. In diverse occasioni gli operatori, dopo averla accolta e ricostruita la sua situazione, si vedevano costretti a percorrere l’unica strada possibile,  cioè quella di riaffidarla al centro da cui si era allontanata; tuttavia, ogni volta che ciò succedeva, si apriva nel cuore del Sostituto Commissario  responsabile dell’Ufficio Prevenzione Generale e Soccorso Pubblico, oramai conoscitore della triste vicenda,   un senso di impotenza verso una situazione davvero commovente. La piccola, quando si presentava in Questura in lacrime e con quell’aria di solitudine nel cuore proferiva sempre e solo quella parola, una delle poche che aveva imparato in italiano, “mamma”.

La situazione pareva non avere sbocchi diversi per la bambina costretta a ritornare in quella casa famiglia che seppur l’unica struttura in grado di garantire ospitalità e vitto, non poteva assolutamente sostituirsi all’affetto che la minore cercava disperatamente ogni qualvolta vi si allontanava.

Finalmente dopo tanti tentativi finalizzati a percorrere soluzioni alternative per il benessere della bambina, la Questura di Prato con non poche difficoltà riusciva a stabilire un contatto con la madre naturale oramai da tempo  in Cina, la quale accettava di prendere in custodia la sua bambina unendosi con lei nel suo paese di origine.

Pertanto veniva affidata ad un connazionale di fiducia che “oggi” ha accompagnato la piccola a Pechino ove ora potrà finalmente riabbracciare la sua mamma recuperando quegli anni di sofferenza e solitudine trascorsi lontano dai suoi affetti.

E’ una storia a lieto fine che ha toccato il cuore dei poliziotti della Questura di Prato i quali non si rassegnavano di aver fatto solo il loro dovere, adempiuto ad un atto d’ufficio, peraltro corretto secondo le procedure. Non poteva trattarsi di un semplice riaffidamento di una  minore in fuga da una struttura; in questo caso vi era una storia di profonda sofferenza e malessere di una bambina, lontana dai suoi affetti,  sola con i suoi problemi. Una bambina bisognosa di aiuto, di affetto,  di una speranza  e che in cuor suo vedeva la polizia come la sua unica “ANCORA” di salvezza, il posto dove poteva trovare una risposta alle sue domande.

Alla fine, quella risposta l’ha trovata in chi ha saputo cogliere e comprendere la sua umanità,  il grido di aiuto, l’anelito che Teresa recava nei suoi occhi ogni qualvolta veniva in Questura chiedendo della sua “mamma”.