“Siamo di fronte a un’Arbitropoli, le società non c’entrano”. Fulvio Collovati rompe il silenzio sui temi più scottanti del momento in un’intervista esclusiva rilasciata a scommesse.io. Il campione del mondo, che ha vissuto in prima persona le stagioni più buie degli scandali italiani, traccia un confine netto tra il passato e l’inchiesta attuale: “Ho visto il 1980 e il 2006, lì c’erano i club. Qui mi pare una questione interna alla categoria arbitrale”. Ma il difensore non salva il movimento azzurro, bocciando con sdegno le voci di un rientro burocratico della Nazionale nel torneo iridato: “Sperare nel ripescaggio è umiliante. Nello sport conta il campo, non le scorciatoie politiche. Siamo in crisi da vent’anni e preferiamo le polemiche alle riforme”.
Partiamo dalla Nazionale. Lei è campione del mondo e protagonista di quell’Italia vincente. Negli ultimi giorni si è parlato della possibilità di un ripescaggio ai Mondiali, ipotesi poi smentita. Sarebbe stato umiliante partecipare così? E un’eventuale qualificazione “politica” avrebbe davvero aiutato il movimento?
Qualcuno ha cavalcato queste ipotesi più a livello politico che sportivo, sinceramente non le ho mai prese in considerazione. Sarebbe stato sportivamente umiliante. Nello sport conta il campo, conta il risultato: non si può arrivare attraverso scorciatoie. L’Italia non si è qualificata agli ultimi tre Mondiali: non è un caso. Una volta può succedere, due anche, ma alla terza significa che ci sono problemi seri. Prima delle 3 mancate qualificazioni, siamo usciti 2 volte consecutive al primo turno. È una crisi che dura da vent’anni, dal 2006. Prima di pensare a un ripescaggio, bisogna pensare alle riforme.
Quale potrebbe essere una ricetta per invertire la rotta?
Puoi cambiare tutte le persone che vuoi, ma senza riforme non cambia nulla. Bisogna intervenire sui settori giovanili, puntare sui giovani e obbligare i club a inserirli in rosa e farli giocare in Serie A. Altrimenti restiamo sempre fermi allo stesso punto.
Il calcio italiano è stato recentemente scosso dall’inchiesta che coinvolge il mondo arbitrale. Siamo di fronte a una nuova Calciopoli?
Io ho vissuto il calcioscommesse del 1980 e lo scandalo del 2006, che erano situazioni diverse. Qui bisogna fare chiarezza, ma al momento sembra un discorso interno al mondo arbitrale. Negli scandali precedenti erano coinvolti club e dirigenti, qui mi pare più una “Arbitropoli” che una Calciopoli. Finché non emergono prove diverse, non mi sento di accusare le società.
Passiamo alle squadre in cui ha giocato. Il Milan potrebbe rivoluzionare l’attacco, con la possibile cessione di Leao. Da ex capitano rossonero, cosa manca per tornare a vincere?
Il problema degli attaccanti non riguarda solo il Milan, ma anche Juventus e Lazio. Le grandi punte sono poche, costano tantissimo e spesso preferiscono Premier League o Arabia Saudita. Il Milan deve rinforzare l’attacco, ma anche il centrocampo e la difesa. Se i riferimenti sono giocatori esperti come Modric o Rabiot, significa che serve rinnovamento. Lo stesso discorso vale per altre big italiane: in Europa il livello è molto più alto.
L’Inter di Chivu sembra aver trovato una grande solidità invece.
Chivu è stato una sorpresa positiva: ha valorizzato una rosa già forte. Però la squadra va rinnovata, soprattutto in difesa, dove ci sono giocatori avanti con l’età. Il suo vero valore si vedrà tra uno o due anni, quando dovrà gestire una rifondazione.
Parliamo dell’Udinese e del lavoro di Runjaic, che propone un calcio molto fisico e verticale. Questo successo evidenzia più i meriti di un sistema di gioco intenso, o le difficoltà attuali dei difensori italiani nell’adattarsi a un’aggressività e a un ritmo così diversi da quelli tradizionali del nostro campionato?
È un mix di fattori. Oggi i difensori italiani crescono più per costruire che per difendere. Io sono cresciuto con l’idea opposta: prima difendere, poi eventualmente impostare. L’Udinese ha una strategia chiara, con molti stranieri, e sta facendo bene. È una realtà positiva, anche se personalmente preferirei vedere più italiani.
Si è fatto un’idea della situazione alla Roma, dopo le dimissioni di Ranieri, e probabilmente anche del DS Massara?
Con Gasperini bisogna fare una scelta chiara: è un allenatore che vuole incidere anche sulle dinamiche societarie. Non lo prendi per un anno, ma per un progetto lungo. È normale che possano nascere contrasti con dirigenti come Ranieri o Massara: hanno visioni diverse.
Juventus e Milan stanno puntando su giocatori esperti come Allison, Modric, Bernardo Silva o Lewandowski. Non è una strategia in controtendenza anche rispetto alla Nazionale?
Questi club pensano solo ai propri interessi, non alla Nazionale. Però è un segnale: negli anni ’80 si potevano tesserare solo 2 stranieri, e arrivavano in Italia i migliori nel pieno della carriera, gente come Zico, Edinho, Ruben Diaz, Gullit, Van Basten. Oggi arrivano a fine percorso. Puntare su giocatori di 36-37 anni ha poco senso a lungo termine: meglio investire su profili che possano garantire rendimento per 6-7 anni.
Il ruolo del difensore italiano si è impoverito?
Sì, molto. Non c’è più una cultura difensiva. Oggi si insegna prima a costruire che a marcare. Una volta eravamo i migliori al mondo in difesa, oggi si va a prendere un brasiliano come Bremer. È un paradosso: un tempo i brasiliani avevano grandi attaccanti e pochi difensori, ora è quasi il contrario.
Un ultimo commento. Chi vincerà la Champions League?
È sempre imprevedibile. In questo momento Bayern Monaco e Paris Saint-Germain sembrano le squadre più forti, e chi passerà tra loro potrebbe vincere. Ma la Champions League è fatta anche di episodi, arbitraggi, dettagli. Non è mai scontata.
