I Mondiali ospitati da Stati Uniti, Canada e Messico stanno mostrando ancora una volta quanto il calcio sia capace di attraversare confini, lingue e appartenenze. Nuove nazionali, stadi pieni, pubblici provenienti da continenti diversi: l’immagine è quella di una grande festa globale. Ma proprio un evento che rivendica universalità e apertura rende ancora più visibili le disuguaglianze che attraversano il calcio e le società contemporanee.
Una delle questioni più evidenti riguarda l’odio online. Durante la fase a gironi, il Social Media Protection Service della FIFA ha analizzato oltre sei milioni di post e commenti. Tra i contenuti sottoposti a verifica, 89.000 sono stati classificati come offensivi e l’11 per cento presentava un carattere razzista. Il dato è più alto rispetto a quello registrato nel 2022, anche se il confronto deve tenere conto dell’ampliamento del torneo e della maggiore quantità di contenuti monitorati. Il punto, però, non è soltanto il numero degli insulti. È la velocità con cui una sconfitta, un errore tecnico o la semplice visibilità pubblica possono diventare il pretesto per colpire il colore della pelle, l’origine familiare o l’appartenenza nazionale di una persona. È accaduto ai calciatori olandesi Justin Kluivert, Quinten Timber e Crysencio Summerville, bersagliati sui social dopo gli errori dal dischetto contro il Marocco. In questi casi il giocatore smette improvvisamente di essere giudicato per ciò che ha fatto in campo. L’errore sportivo viene trasformato in una conferma di stereotipi razzisti già disponibili. Il rigore sbagliato non è più soltanto un errore: diventa l’occasione per mettere in discussione chi abbia il diritto di rappresentare una squadra, una nazione o una comunità.
Ancora più grave è quanto accaduto attorno alla figura di Kylian Mbappé. La senatrice paraguaiana Celeste Amarilla ha rivolto al capitano francese espressioni apertamente razziste, arrivando a definirlo un “camerunese colonizzato”. Le sue parole hanno provocato la reazione del governo paraguaiano, che ha preso le distanze dalle dichiarazioni. L’episodio è importante perché non nasce da un account anonimo o da uno sfogo isolato sugli spalti. A pronunciare quelle parole è stata una rappresentante politica. Il linguaggio coloniale utilizzato contro Mbappé mostra quanto sia ancora diffusa l’idea che un atleta nero, anche quando è nato e cresciuto in Europa, debba continuamente dimostrare la propria appartenenza nazionale. Il corpo nero viene celebrato quando vince, ma può essere rapidamente ricondotto a una presunta origine esterna quando diventa bersaglio di ostilità.
Il razzismo, tuttavia, non si esprime soltanto attraverso le parole. Il Mondiale ha sollevato interrogativi anche sulle condizioni di accesso al torneo e sul trattamento riservato ad alcune delegazioni e tifoserie africane. Difficoltà legate ai visti, controlli, ritardi e ostacoli burocratici hanno alimentato la percezione di un ambiente meno accogliente per alcune nazionali e per i loro sostenitori. È necessario distinguere tra disorganizzazione, vincoli amministrativi e trattamenti effettivamente differenziali. Ma quando le difficoltà si concentrano su persone provenienti da determinati paesi, è legittimo interrogarsi su come i confini, le procedure e i controlli distribuiscano in modo diseguale la possibilità di partecipare a un evento presentato come universale. Il Mondiale non comincia quando l’arbitro fischia l’inizio della partita. Comincia molto prima: nella possibilità di ottenere un visto, raggiungere lo stadio, attraversare una frontiera, essere trattati come tifosi e non come potenziali minacce. Anche questi passaggi fanno parte dell’esperienza sportiva e contribuiscono a stabilire chi è davvero incluso.
Un altro episodio ha riguardato la governance del torneo e il rapporto tra il presidente della FIFA Gianni Infantino e il presidente statunitense Donald Trump. Dopo l’espulsione dell’attaccante statunitense Folarin Balogun, la conseguente squalifica è stata sospesa, consentendogli di partecipare alla partita successiva. La decisione è arrivata dopo un intervento pubblico di Trump e un contatto con Infantino. La FIFA ha richiamato le norme che consentono di sospendere una sanzione per un periodo di prova. Resta però un problema di credibilità istituzionale: quando una decisione cambia dopo l’intervento di uno dei leader politici più potenti del mondo, è inevitabile che sorgano dubbi sull’autonomia e sulla neutralità dell’organizzazione sportiva. Il nodo non riguarda soltanto la nazionale statunitense. Riguarda la percezione che alcune squadre, federazioni o governi abbiano maggiore capacità di influenzare le decisioni rispetto ad altri. In uno sport che pretende di applicare regole universali, anche l’apparenza di un trattamento privilegiato può indebolire la fiducia nelle istituzioni.
Mettendo insieme questi episodi emerge un quadro più complesso della semplice opposizione tra un Mondiale inclusivo e alcuni incidenti isolati. Le discriminazioni assumono forme diverse: l’insulto razzista, la delegittimazione dell’appartenenza nazionale, l’ostilità verso le persone migranti, le barriere alla mobilità, la diversa capacità di ottenere ascolto o di influenzare le decisioni. La FIFA ha rafforzato il monitoraggio dei social, promosso campagne e avviato indagini. Sono interventi necessari, ma non sufficienti. Registrare l’insulto quando è già stato pubblicato non modifica automaticamente la cultura che lo rende possibile. Servono responsabilità chiare, sanzioni coerenti e procedure accessibili a chi subisce discriminazioni.
La lezione del Mondiale riguarda direttamente anche lo sport di base. Le culture sportive non nascono durante le grandi competizioni: si costruiscono ogni giorno nei campi di quartiere, nelle palestre, negli spogliatoi, nelle scuole calcio e nelle chat delle squadre. È lì che allenatrici, dirigenti, arbitri e famiglie decidono se lasciare correre una battuta oppure fermarla, se minimizzare un episodio oppure ascoltare chi lo denuncia. L’inclusione non coincide con la semplice presenza di persone differenti nello stesso spazio. Richiede la possibilità concreta di partecipare, essere rispettati, denunciare un abuso e ricevere una risposta. Il calcio continua ad avere una straordinaria capacità di costruire relazioni. Ma per essere davvero universale deve garantire che le regole, la protezione e il diritto all’ascolto valgano allo stesso modo per tutte e tutti.
di Davide Valeri
