Salvini & il Ponte: Il politico diventa uomo di Stato quando inizia a pensare alle prossime generazioni invece che alle prossime elezioni

di Andrea Filloramo

Nel luglio 2026 Salvini, il grande sponsor del Ponte sullo Stretto, dichiarava con enfasi che si stava ancora lavorando per “superare le obiezioni poste dalla Corte dei conti sul progetto “Ponte sullo Stretto”.

Si giunge così ad agosto ed ecco l’ultima sua “mossa”, precedentemente annunciata, probabilmente accettata per motivi politici interni dall’intero governo, consistenti nella dichiarazione data da “straordinaria necessità e urgenza”, contenente dei decreti-legge, cioè delle norme speciali”, atte a sbloccare e completare l’iter autorizzativo del Ponte, aggiornare i contratti e accelerare l’apertura dei cantieri infrastrutturali.

Da tutto ciò alcune considerazioni.

Diciamolo senza giri di parole: il Ponte sullo Stretto è diventato per il Ministro Matteo Salvini molto più di un’infrastruttura, ma una prova di forza, il simbolo della sua “idea di politica” di decidere e nell’accelerare possibilmente prima che qualcuno abbia il tempo di fare troppe domande, che sono, invece, ciò che un’opera pubblica da 13,5 miliardi dovrebbe necessariamente provocare.

Le domande sono molte e fra queste: perché proprio il Ponte, con tutti i problemi infrastrutturali che l’Italia ha e con quelli economici? A tal proposito non è difficile prendere atto della produttività stagnante, dell’’enorme debito pubblico, dei salari reali bassi rispetto al costo della vita e della fuga giovanile di cervelli. Perché Salvini, allora, insiste così tanto? Sono questi degli interrogativi quasi imbarazzanti nella loro semplicità: Non perché il Ponte sullo Stretto sia l’unica infrastruttura di cui l’Italia ha bisogno. Non perché Sicilia e Calabria non abbiano altre emergenze. Non perché il resto della rete dei trasporti meridionale sia improvvisamente efficiente e, nemmeno, perché il progetto sia privo di controversie.

Il Ponte è diventato centrale perché rappresenta perfettamente il personaggio politico che Salvini vuole interpretare: l’uomo che rompe gli indugi e realizza ciò che gli altri, a e pericolosa quando la propaganda sostituisce la valutazione delle priorità.

Un’opera da 13,5 miliardi non può essere una questione di prestigio. Non è questa una cifra astratta ma è denaro pubblico e, quando si parla di questa quantità di risorse, la domanda non può essere soltanto “quanto sarà bello il Ponte?”, ma “quanto renderà al Paese”? “quanto traffico sposterà dalla gomma alla rotaia”? “quanto tempo farà risparmiare”? “quanto aumenterà la produttività”? “quanto costerà mantenerlo”? “quali infrastrutture dovranno essere costruite o potenziate perché possa funzionare davvero”?  “quali saranno i costi aggiuntivi”? ma soprattutto: “cosa avremmo potuto fare con gli stessi soldi”?

È questa la domanda che la retorica del «fare» tende sistematicamente a rimuovere. Perché costruire è facile da raccontare ma scegliere fra due investimenti possibili è molto più difficile.

Una cosa possiamo affermare con certezza: “Il Ponte è diventato un gigantesco cartellone elettorale” poiché si presta alla perfezione alla personalizzazione.

Una ferrovia modernizzata è un risultato importante, ma difficilmente produce un’immagine memorabile; una rete idrica risanata è fondamentale, ma non offre grandi possibilità propagandistiche; la manutenzione ordinaria di strade e viadotti è indispensabile, ma nessun ministro diventa un eroe inaugurando ciò che avrebbe dovuto essere mantenuto efficiente.

Il Ponte è diverso, si vede, si fotografa, si inaugura e, qualora si riuscisse a farlo, è una gigantesca scenografia politica e Salvini potrebbe dire: “Gli altri ne hanno parlato per cinquant’anni. Io, invece, l’ho costruito”. È difficile immaginare uno slogan più perfetto per la sua strategia politica.

Ma lo Stato non deve costruire monumenti alla carriera dei ministri, né tanto meno ricostruire la loro leadership se in declino.

Qui sta il punto. Le grandi opere devono essere costruite perché servono al Paese. Non perché sono utili alla biografia politica di chi le inaugura. La differenza non è accademica. È fondamentale. Perché quando un progetto diventa il simbolo personale di un ministro, ogni critica viene vissuta come un attacco politico. E allora il dibattito si avvelena. Chi chiede chiarimenti diventa un gufo; chi solleva dubbi diventa un «signor no”; chi pretende controlli diventa un ostacolo allo sviluppo.   È una tecnica retorica vecchia quanto la politica: trasformare una questione tecnica in uno scontro fra il bene e il male.

Il bilancio dello Stato non conosce la categoria dei «buoni» e dei «cattivi» ma conosce entrate, uscite, costi, benefici, rischi e debito.

Da rammentare che ci sono stati degli interventi della Corte dei conti, dove la questione avrebbe dovuto smettere definitivamente di essere una semplice battaglia fra tifoserie politiche.

Diciamolo chiaramente: La Corte dei conti ha negato il visto di legittimità alla delibera CIPESS relativa al Ponte, evidenziando criticità nell’iter e nella documentazione. Questo non significa che la Corte abbia decretato che il Ponte sia un’opera inutile ma che il percorso amministrativo non poteva essere semplicemente archiviato come una formalità.

E invece il governo ha continuato a lavorare per superare gli ostacoli e proseguire. Legittimo? Certamente, ma politicamente dovrebbe esserci una domanda: perché tanta fretta? Tanta urgenza e necessità.

Perché un progetto discusso da decenni dovrebbe improvvisamente diventare una corsa contro il tempo? Perché la priorità sembra essere così spesso quella di arrivare al cantiere, anziché dimostrare prima e definitivamente che tutte le condizioni sono solide?

La fretta è una virtù soltanto quando non diventa superficialità

Essere veloci non significa essere irresponsabili. Un governo deve saper decidere. Deve anche saper correggere. Deve sapere che un progetto da miliardi non è una partita di calcio in cui bisogna difendere il risultato.

Se emerge un problema, si affronta. Se emerge un errore, si corregge. Se emergono costi superiori, si rivaluta. Se emerge un’alternativa migliore, la si considera. Questo e solo questo vuol dire governare ma senza fretta.

Winston Churchill diceva: “Il politico diventa uomo di Stato quando inizia a pensare alle prossime generazioni invece che alle prossime elezioni.