La riviera jonica messinese si trova oggi a un bivio drammatico, sospesa tra una fragilità ambientale ormai conclamata e, in larga misura, determinata dall’intervento umano e una scena politica che preferisce la demagogia alla pianificazione. Il territorio non ha bisogno di illusionisti o venditori di facili promesse, ma di un progetto futuro sostenibile che metta al centro la qualità della vita dei cittadini e una visione turistica non basata sullo sfruttamento parassitario della costa.
Il caso di Cateno De Luca è emblematico di una politica che gioca su due tavoli, spesso opposti: da un lato, l’uso propagandistico di ordini del giorno per chiedere lo storno dei fondi del Ponte verso la riviera; dall’altro, l’inclusione silenziosa del Ponte sullo Stretto nel Piano Urbanistico Generale di Messina. Questa normalizzazione di un’opera dannosa e inutile per il territorio rappresenta un tradimento verso chi chiede una terra più vivibile. Nonostante le manifestazioni di popolo, che hanno visto la partecipazione di migliaia di cittadini, la burocrazia comunale, guidata dalla mano invisibile della “giunta De Luca- Basile” ne cementifica l’esistenza nei documenti ufficiali.
La realtà dei fatti, documentata dai recenti disastri meteo-marini come il ciclone Harry, racconta una storia di gestione fallimentare. La riviera, da Scaletta Zanclea a Giardini-Naxos è stata trasformata in una “città lineare” di 30 km dove il cemento ha divorato le dune e le spiagge, riducendo la resilienza naturale del litorale. Invece di investire in un serio cambio di paradigma e in politiche di adattamento, si continua a rispondere alle emergenze con “nuove colate di cemento” e barriere rigide che non fanno altro che spostare l’erosione sui comuni vicini, creando un effetto domino distruttivo.
Esempi come quelli di Sant’Alessio Siculo, dove sono “annegati” 40 milioni di euro in barriere travolte dalla furia del mare, o lo schema – definito “suicida” dal recentissimo Dossier di Legambiente Sicilia – di Santa Teresa di Riva e Furci Siculo, dimostrano l’inadeguatezza della classe dirigente locale. Si sceglie di difendere lungomari e parcheggi costruiti inopportunamente sulla sabbia, con un duplice paradosso: si sacrifica la spiaggia (risorsa primaria dell’economia turistica) e si entra in una coazione a ripetere di costruzione/distruzione/ricostruzione. Perché la mareggiata del 2025 aveva già distrutto 150 m. di lungomare a S. Teresa di Riva, ricostruiti in tempo record, per ottenere che la mareggiata del 2026 ne distruggesse 1 Km!
La notizia di oggi 19 febbraio su “La Sicilia” è che il Governo stanzierà 1 miliardo di euro per i danni subiti da Sicilia, Calabria e Sardegna (ovviamente non sottratti al finanziamento del Ponte, ma c’erano dubbi?). Il punto è cosa si farà con queste risorse.
Per un’economia più consapevole, e per la stessa qualità della vita degli abitanti, è necessario smettere di rincorrere la “rendita fondiaria” e iniziare a parlare di arretramento strategico. Continuare a ricostruire dove il mare ha già dimostrato la sua forza, è “irrazionale”. Non solo perché destina le generazioni future a ereditare i costi di queste difese insostenibili, ma anche perché, in un orizzonte temporale relativamente breve, rischia di produrre il paradosso dello spopolamento della stessa riviera che si vorrebbe “difendere”.
La riviera jonica merita una stagione nuova, lontana dai calcoli elettorali fatti sulla pelle dei cittadini. Serve il coraggio della de-costruzione entro i 150 metri dalla riva, serve ripristinare i sedimenti dei fiumi e serve ri-pianificare una viabilità che liberi la costa dalla morsa del traffico e del cemento. Solo così si potrà passare dalla propaganda di chi vende fumo elettorale a un reale progetto di rinascita per una terra che sta annegando nella propria incapacità di guardare al futuro.
Occorre prospettare ai cittadini un’alternativa sociale e politica che non può prescindere da una critica radicale all’uso personalistico, strumentale e clientelare delle istituzioni, di cui le dimissioni (e contemporaneamente l’annuncio della propria ricandidatura) del sindaco della nostra città metropolitana Federico Basile – anche viste da qui – rappresentano l’ultimo, degradante atto.
Questo metodo di governo, che utilizza il potere come strumento di autopreservazione, che subordina i bisogni collettivi alla “fase 3” o alle carriere personali dei singoli leader, è lo specchio di un fallimento sistemico che coinvolge l’intera classe politica, sia essa di destra o di centro-sinistra.
L’alternativa deve nascere proprio dal rifiuto di questa “pratica politica” di delegittimazione e manovre di palazzo. Occorre smettere di dare credibilità a chi ha prodotto diseguaglianze, paure e aspettative al ribasso.
È necessario perciò organizzare, e facciamo appello alla vasta miriade di attivisti, movimenti e soggettività politiche e sociali, una nuova spinta sociale e politica. Non si tratta solo di una scelta di campo o di coltivare campi interni al sistema che ha prodotto il “deluchismo”, ma della necessità di mettere insieme forze che agiscano in alternativa al sistema attuale.
È fondamentale, rimettere al centro i bisogni reali occupandoci dei territori e delle persone, rompendo il legame con le élites predatrici e contrapponendo la prassi sociale alla propaganda demagogica.
Messina e la sua provincia non possono più permettersi di essere un laboratorio per strategie elettorali personali e occorre fin da subito “cambio di paradigma” che trasformi la crisi di sistema in una sfida di cambiamento reale, partendo dalla consapevolezza che la classe dirigente attuale è ormai al servizio esclusivo di sé stessa. Solo costruendo un’alternativa che rifiuti il “modello Basile-De Luca” e l’impresentabile campo larghissimo, si potrà restituire dignità alle istituzioni e un futuro sostenibile alla riviera e alla città metropolitana.
Stefania De Marco, segretaria del Circolo “Lidia Menapace”, Riviera jonica messinese
Partito della Rifondazione Comunista – Sinistra Europea
