di Andrea Filloramo
Il Ponte sullo Stretto è la dimostrazione perfetta di come in Italia un’opera pubblica possa trasformarsi in una macchina di spesa senza produrre assolutamente nulla.
Non un pilone, non un cantiere, non un metro d’acciaio, ma solo carte, consulenze, stipendi e consigli d’amministrazione, e infine, un progetto “copia e incolla” con piccoli varianti, risalente ad anni addietro, che la “Corte dei conti” ha dovuto necessariamente bocciare in modo solenne in quanto non rispondente alle leggi europee e per altri motivi, dei quali forse non si è molto scritto e parlato a sufficienza.

Un dato è ineludibile: in 31 anni, precisamente tra il 1981 e il 2012 per questo fantasioso e quindi forse irrealizzabile Ponte, sono stati bruciati 312 milioni di euro per “progettazione”, “studi”, “analisi”, “verifiche”, “varianti”. Tanti anni a scrivere documenti che hanno prodotto un risultato sconfortante.
Nel 2023 la politica inopinatamente e per fini elettoralistici, pagando ingenti spese, ha deciso di spendere ancora e di più per il Ponte sullo Stretto senza tenere conto delle esigenze e dei bisogni anche urgenti di due regioni, Sicilia e Calabria, dove forse manca tutto, e ha resuscitato la S.p.A “Stretto di Messina” S.p.A.
Nel 2024: la Società “ Stretto di Messina” ha risposto con solerzia alla decisione governativa della costruzione del Ponte e, per dimostrare la sua efficienza, ha aumentato il suo personale e i suoi dirigenti. Il costo di queste operazioni è stato di quasi 9 milioni, che non sono andati però ai tecnici o agli operai (che non ci sono), né ai cantieri (che non ci sono), ma ai manager, ai cui vertici la Società ha garantito annualmente: all’Amministratore delegato: 240.000 euro; al Presidente; 97.000 euro; ad ogni Consigliere: 25.000 euro. Da tenere presente che questi compensi possono aumentare in base alla deroga al tetto degli stipendi pubblici, regolarmente approvata. Ha, infine, presentato un progetto, obsoleto e bocciato poi dalla Corte dei conti.
Anno 2025: dovevano iniziare i lavori, ma il Ponte, al di là delle datazioni sempre posticipate, resta ed è forse destinato a restare nel libro dei sogni, nella propaganda politica, degli illusi e rimane una voragine di risorse pubbliche drenate per mantenere un gigantesco stipendificio finanziato dai contribuenti, un’enorme cassaforte pubblica lasciata aperta, da cui esce denaro a fiotti — e dentro, però, non c’è proprio niente.
Occorre prendere atto che, dopo oltre quarant’anni di annunci, leggi speciali, “ripartenze storiche” e trionfalismi governativi, il risultato concreto è identico a quello del 1981: nessun ponte, nessun pilone, nessuna infrastruttura è possibile, ma solo tanti soldi spesi.
Si prenda finalmente atto che ci troviamo dinnanzi ad uno dei peggiori sprechi di risorse pubbliche della storia italiana recente: un maxi-stipendificio travestito da opera strategica per un Ponte che è una leggenda metropolitana che solo i messinesi e i calabresi che amano il loro territorio non vorrebbero più sentire raccontare.
