Ostaggi? No: padroni. Ovvero: quando il potere tende a legittimarsi presentando i propri interessi come interessi generali

Messina – Federico Basile annuncia le dimissioni da sindaco e, nello stesso momento, la sua ricandidatura. La frase che scandisce la conferenza stampa è destinata a rimanere impressa: «Messina non merita di essere tenuta ostaggio né sotto scacco della politica». Sono otto anni che la stessa compagine politica governa la città senza interruzioni: Cateno De Luca dal giugno 2018 al febbraio 2022, Federico Basile dal giugno 2022 fino a oggi.

Otto anni in cui il gruppo ha avuto pieno controllo su Comune, partecipate, assessori, dirigenze, bilanci, tariffe, sistema delle sanzioni, ZTL digitali, intercettazione dei fondi PNRR e comunicazione istituzionale. Otto anni di maggioranza assoluta garantita dal premio di coalizione, con delibere approvate spesso senza particolari ostacoli. E proprio ora, quando per la prima volta dopo otto anni il Consiglio comunale non garantisce più un passaggio automatico delle decisioni — quando qualche consigliere, anche della maggioranza originaria, dissente, si astiene o vota contro — arriva la diagnosi ufficiale: ingovernabilità, minoranza, città sotto scacco.

La traduzione più diretta di questa narrazione è chiara: qualsiasi forma di opposizione, anche minima o interna, viene letta non come normale dialettica democratica, ma come emergenza da rimuovere. Non si accetta l’idea di dover negoziare, convincere o — eventualmente — perdere una votazione.

Da qui la scelta di dimettersi: commissariamento breve di 90 giorni, elezioni anticipate a maggio o giugno 2026, azzeramento del campo e possibilità di ripartire con un mandato nuovo. Le analisi politiche convergono nel definire questa una “fuga in avanti” calcolata. L’obiettivo sarebbe anticipare il voto prima di un logoramento percepito come inevitabile nel 2027, quando le elezioni comunali sarebbero state accorpate alle Politiche e alle Regionali, esponendo Sud chiama Nord a un possibile effetto negativo nazionale. Anticipando la primavera 2026 si giocherebbe d’anticipo sui competitor tradizionali — centrodestra e centrosinistra ancora non organizzati — sfruttando l’effetto sorpresa e cercando di cristallizzare il consenso attuale prima che si consumi ulteriormente, impedendo di fatto a una compagine politica esterna ai circuiti tradizionali di avere il tempo di organizzarsi e di rivendicare il proprio diritto di amministrare la città con un approccio nuovo, scevro dalle ideologie e dalle appartenenze partitiche correnti.

Si sacrificherebbe poco più di un anno di mandato per tentare di guadagnarne altri cinque fino al 2031, evitando quello che oggi appare un 2027 potenzialmente molto rischioso. È uno schema già sperimentato: nel 2022 fu Cateno De Luca a dimettersi anticipatamente per rilanciare il progetto sotto la sua regia.

Un aspetto meno presente nella narrazione ufficiale, ma ricorrente nelle analisi critiche, è il timore di una possibile resa dei conti sui conti pubblici. Il disavanzo di amministrazione, ereditato nel giugno 2018 dalle gestioni precedenti (circa 66 milioni), è passato a 116 milioni alla fine del mandato di Cateno De Luca nel febbraio 2022. Federico Basile lo ha ereditato. Nel rendiconto di gestione 2024, approvato a luglio 2025, sarebbe emerso un ulteriore squilibrio negativo di circa 80 milioni tra entrate e spese, in aggiunta ai 116 milioni già rateizzati nel Piano di Riequilibrio. La Corte dei Conti avrebbe ripetutamente segnalato, nei suoi rilievi e nelle verifiche sul Piano, una serie di criticità strutturali: incongruenze nei rendiconti, spostamenti contabili che avrebbero portato a “espungere” debiti dal piano senza estinguerli realmente e, soprattutto, una violazione dell’art. 188 del TUEL, che impone un rientro progressivo e dimostrabile dal disavanzo.

Esisterebbero già inchieste sui bilanci comunali: alcune archiviate per i periodi più recenti, altre ancora aperte sulle gestioni precedenti. In caso di sconfitta elettorale — soprattutto se avvenuta nel 2027 con l’arrivo di un sindaco avversario — sarebbe realistico attendersi audit indipendenti commissionati dalla nuova amministrazione, denunce formali da parte di consiglieri o associazioni, riapertura di fascicoli e possibile emersione di irregolarità pregresse, come sottostime sistematiche di accantonamenti o transazioni opache con creditori. Quando questi elementi venissero accertati, potrebbe scattare la responsabilità erariale davanti alla Corte dei Conti per danno patrimoniale all’ente, con possibili conseguenze civili (obbligo di risarcimento e impossibilità di ricandidarsi) e, nei casi più gravi, penali.

Per un gruppo dirigente che ha gestito la città per otto anni consecutivi, l’ipotesi di una nuova amministrazione ostile che riapra i conti e li sottoponga a un esame approfondito e indipendente sarebbe uno scenario da evitare con ogni mezzo. Meglio rischiare ora — mentre il vento sarebbe ancora parzialmente favorevole e i fondi PNRR continuerebbero a circolare — piuttosto che affrontare una caduta nel 2027 con strascichi giudiziari potenzialmente pesanti e di lunga durata.

La frase «Messina non sia ostaggio della politica», pronunciata dopo otto anni di governo pieno e incontrastato, assume allora un significato diverso. Non è una difesa della città. Non è la voce di chi ha costruito un proprio consenso: è l’eco di chi lo ha sempre prestato. È la fotografia di una concezione in cui qualsiasi pluralismo, qualsiasi contraddittorio, qualsiasi perdita di controllo assoluto viene vissuto come minaccia alla governabilità.

E c’è un paradosso ancora più amaro. Un sindaco che guida una città di 230.000 abitanti dovrebbe avere una voce propria, un’identità politica autonoma e mettere al primo posto i problemi irrisolti e le tante questioni lasciate in sospeso. Invece sceglie di lasciare tutto così com’è — buchi aperti, cittadini abbandonati — pur di non deludere chi lo ha creato e da cui dipende interamente. È una scelta che non si spiega con la politica, ma con la fedeltà personale: anteporre la serenità di chi lo ha creato al destino di una città che continua a pagare il prezzo di questioni gravissime irrisolte.

Non è fuga dalla politica. È fuga dalla responsabilità.

 

L’attuale sindaco dimissionario, non ha mai costruito un radicamento personale, non ha mai dovuto conquistare consenso da solo, non ha mai portato il peso di una legittimazione autonoma: la sua forza è sempre stata presa in prestito dal “brand” De Luca. E quando il consenso non è tuo, non è un’ombra di dissenso a farti vacillare: è il volere di chi ti ha creato e a cui non puoi dire no. È per questo che la sua uscita di scena anticipata, la ricandidatura immediata e l’intera manovra sembrano così poco “sue”: perché, in fondo, non lo sono.

Il punto non è la crisi di governabilità. Il punto è la crisi di autonomia. Una città non può essere amministrata da una leadership che esiste solo finché un altro la autorizza. Quando la legittimazione è delegata, ogni dissenso diventa minaccia, ogni voto un rischio, ogni pluralismo un pericolo. È questo, più di ogni rendiconto, a misurare lo stato reale della democrazia amministrativa a Palazzo Zanca.

bilgiu