Anni fa il libro d’inchiesta “La Casta” dei giornalisti Stella e Rizzo ha inaugurato un filone di successo nel descrivere le varie caste esistenti del nostro Paese, a cominciare da quella dei politici. Nello stesso periodo è stato pubblicato da Bompiani editore, un libro di Stefano Livadiotti, “Magistrati. L’ultracasta “, (2009; pag.259; e 17,00) frutto di un’accurata indagine giornalistica.
Per la verità Livadiotti ha fatto altre inchieste pubblicando anche “L’altra casta. Inchiesta sul sindacato”, “Ladri. Gli evasori e i politici che li proteggono” e infine addirittura un’inchiesta sui “I senza Dio. L’inchiesta sul Vaticano”. Ma occupiamoci, del libro sui magistrati. Secondo l’autore, (leggo dalla presentazione del testo) quella dei giudici e dei pubblici ministeri è la madre di tutte le caste. Uno stato nello stato, governato da fazioni che si spartiscono le poltrone in base a una ferrea logica lottizzatoria e riescono a dettare l’agenda alla politica. Un formidabile apparato di potere che, sventolando spesso a sproposito il sacrosanto vessillo dell’indipendenza, e facendo leva sull’immagine dei tanti magistrati-eroi, è riuscito a blindare la cittadella della giustizia, bandendo ogni forma di meritocrazia e conquistando per i propri associati un carnevale di privilegi.
Per la prima volta, cifra per cifra, tutta la scomoda verità sui 9.116 uomini che controllano l’Italia: gli scandalosi meccanismi di carriera, gli stipendi fino all’ultimo centesimo, i ricchi incarichi extragiudiziari, le pensioni d’oro, la scala mobile su misura, gli orari di lavoro, l’incredibile monte-ferie, i benefit dei consiglieri del Csm. L’inchiesta di Livadiotti non è stata semplice, almeno in quegli anni, anche perchè la Magistratura godeva (forse gode ancora) di buona reputazione, soprattutto per via di alcuni magistrati realmente votati al mestiere, di cui, forse, tutt’oggi si “sfruttano” a fini propagandistici e con troppa leggerezza i nomi). Leggendo il libro si intuisce come l’impresa di Stefano Livadiotti non fosse semplice.
Lo scrive in una recensione al libro, Rossella Spitale, (“Sud”, marzo 20213) Eppure, Livadiotti ci ha offerto un volume di valore, descrivendo un quadro esaustivo della Magistratura, che viene provocatoriamente definita “L’ultracasta”, quasi a voler dare l’idea di un (mal)costume, se possibile, ancora più consolidato di quello che regna nella casta dei politici. I dati cui l’autore si richiama fanno riferimento agli studi del professor Giuseppe De Federico, nonché all’indagine della Cepej (la Commissione Europea per l’efficienza della Giustizia): dati, abbastanza sconcertanti, soprattutto per ciò che concerne la durata dei processi. Vergognosamente lunghi, tanto da passare attraverso intere generazioni di accusanti e condannati. Delle gravi deficienze del sistema della Giustizia italiana che non sono dovute alla mancanza di fondi (uguali se non addirittura superiori di quelli degli altri paesi europei) così come i magistrati ripetono, “ma della sistematica attitudine a “rimandare” dei giudici, nonché del loro essere poco ligi al dovere: dimenticarsi persino di firmare la scarcerazione di un innocente, rimasto quindi dietro le sbarre per anni, è prassi assai consolidata”.
Inoltre, a che pro aver timore di un possibile “errore” se poi non se ne pagano mai le conseguenze? Chi giudicherà̀ i giudici? I giudici stessi, ovviamente. E fra colleghi, si sa, c’è sempre una certa solidarietà. Secondo la Spitale, la parte più incisiva dell’indagine su cui occorre soffermarsi e riflettere, è quella che riguarda lo stretto rapporto fra la politica e la Magistratura. Intanto è risaputo, il Csm ha, al suo interno, precise correnti politiche che si traducono in puntuale spartizione dei posti a sedere, è questione ancor più preoccupante è che la “politica che entra in Magistratura”, “la Magistratura che entra in politica”. La motivazione, ovviamente, è sempre la stessa: occorre spartirsi la torta e nello stesso tempo, affrettarsi a prenderne una fetta. Così anche tanta parte della Magistratura, si adegua alle logiche spartitorie, con meno scalpore dei politici ma con più furbizia. Certamente sono state fatte altre inchieste in questi anni sulla magistratura, ad ogni modo, accostarsi ad un testo del genere non significa necessariamente assorbire a mo’ di spugna tutto ciò che l’autore ha documentato, scrive la Spitale.
Nel 2009, il giornalista dell’Espresso aveva lanciato l’allarme, di recente si è scritto molto sulla mala giustizia italiana. Ricordo qualche anno fa la forte denuncia lanciata da Alessandro Sallusti e Luca Palamara con il loro libro che suscitato un enorme clamore, “Il sistema. Potere, politica affari: storia segreta della magistratura italiana”, (Rizzoli, 2021) Qualche settimana fa è uscito il libro di Stefano Zurlo, “Senza giustizia. Miserie e debolezze delle toghe italiane”, Baldini Castoldi (2026). Un viaggio documentato tra sentenze, statistiche e storie umane che mette a nudo le contraddizioni di un sistema incapace di punire davvero chi sbaglia. Un libro necessario mentre il Paese discute di riforme, responsabilità e separazione delle carriere. Perché senza responsabilità non può esistere giustizia.
Per la cronaca Zurlo aveva scritto un altro libro significativo già nel titolo, “La Legge siamo noi. La casta della giustizia italiana“, (Piemme, 2009). Concludo con le parole della Spitale sull’annosa questione della separazione delle carriere: “È mai possibile che non si pervenga ad una riforma che, finalmente, metta ordine nel sistema giudicante? Perché mai un imputato debba vedere il suo accusatore e il suo giudice entrate a braccetto in aula non è paradosso di poco conto”. Questo si scriveva nel 2013, ecco perché per mettere fine a questo paradosso, domenica si va a votare SI per riformare la Giustizia.
DOMENICO BONVEGNA
dbonvegna1@gmail.com
