Da sei a ventisette: i numeri di un’espansione
Nell’arco di quasi settant’anni, dall’avvio della Comunità economica europea nel 1957 a oggi, lo spazio comunitario è passato da sei paesi – con una popolazione complessiva di circa 167 milioni di abitanti e una superficie di poco inferiore a 1,8 milioni di chilometri quadrati – a un’Unione composta da ventisette Stati, oltre 450 milioni di cittadini e un territorio di circa 4,2 milioni di chilometri quadrati. Qualora le attuali candidature in essere giungessero, nel tempo, alla piena adesione, l’Unione potrebbe superare i trenta membri, avvicinarsi o oltrepassare i 600 milioni di abitanti ed estendersi su una superficie superiore ai 5 milioni di chilometri quadrati.
L’allargamento non rappresenta, dunque, una politica accessoria dell’integrazione europea; ne costituisce una delle manifestazioni più profonde. La costruzione comunitaria non si è limitata a intensificare le relazioni tra un nucleo stabile di Stati, ma ha progressivamente esteso il proprio ordinamento, il mercato, le istituzioni e il sistema di valori a una parte sempre più ampia del continente. La storia dell’Europa unita è, in larga misura, anche la storia del progressivo ampliamento del suo spazio politico.
Fasi storiche diverse, logiche diverse
Questa continuità quantitativa non deve tuttavia indurre a considerare tutti gli allargamenti come espressione di una medesima logica.
L’Unione si è estesa in fasi storiche differenti, all’interno di ordini internazionali differenti e per perseguire obiettivi non sempre coincidenti. Ogni espansione ha risposto alle condizioni politiche del proprio tempo e ha modificato, a sua volta, la natura del progetto europeo.
Tra il 1957 e la fine della Guerra fredda, l’ampliamento si sviluppò prevalentemente verso nord e nord-ovest del continente, consolidando lo spazio economico e politico dell’Europa occidentale all’interno dell’ordine atlantico. Dopo il 1989, la dissoluzione del blocco sovietico aprì invece uno spazio storico senza precedenti: l’Unione poté proiettarsi verso l’Europa centrale e orientale, incorporando progressivamente Stati che per decenni erano appartenuti alla sfera di influenza di Mosca. Gli allargamenti del 2004 e del 2007, comunemente ricondotti alla formula del “Big Bang”, rappresentarono il momento culminante di questo processo di riunificazione continentale.
La lunga stagione dell’enlargement fatigue
A quella stagione è seguita una lunga fase di rallentamento. Le crisi finanziarie, la pressione migratoria, la Brexit, l’emergere di conflitti interni sullo Stato di diritto e le difficoltà di governo di un’Unione ormai composta da ventisette membri hanno alimentato la cosiddetta “enlargement fatigue”.
Nel suo discorso di insediamento del 2014, Jean-Claude Juncker indicò esplicitamente la necessità di un periodo di consolidamento interno, riconoscendo che nel corso del proprio mandato non si sarebbero verificate nuove adesioni. La prospettiva europea dei Balcani occidentali rimase formalmente aperta, ma la distanza crescente tra le promesse politiche e l’avanzamento effettivo dei negoziati produsse disillusione nei paesi candidati e scetticismo all’interno dell’Unione.
Dopo il 2022: il nuovo significato dell’adesione
L’aggressione russa all’Ucraina ha interrotto questa fase. Dal febbraio 2022 l’allargamento è tornato al centro dell’agenda europea, non più soltanto come strumento di convergenza economica, democratica e normativa, ma come risposta alla frammentazione geopolitica del continente.
Il riconoscimento dello status di paese candidato all’Ucraina e alla Moldova, la riattivazione del processo nei Balcani occidentali e il rilancio del dibattito sulle riforme preparatorie dell’Unione mostrano come la politica di allargamento abbia riacquistato una funzione strategica.
Quello che è cambiato non è soltanto il ritmo del processo. È mutato il significato stesso dell’adesione.
L’impostazione funzionalista
Per una lunga fase della storia europea, l’allargamento è stato concepito prevalentemente come estensione di un modello politico e giuridico fondato sul mercato, sulla democrazia liberale, sullo Stato di diritto e sulla progressiva integrazione delle economie nazionali.
La forza dell’Unione derivava dalla capacità di attrarre gli Stati vicini e di condizionarne la trasformazione attraverso la promessa dell’appartenenza. Il recepimento dell’acquis communautaire, l’adeguamento delle amministrazioni e il rispetto dei criteri di Copenaghen costituivano il percorso attraverso il quale un paese veniva gradualmente preparato a entrare nello spazio europeo.
Questa impostazione può essere definita “funzionalista”, non perché fosse priva di conseguenze politiche, ma perché attribuiva alla progressiva integrazione economica, normativa e istituzionale il compito di produrre stabilità anche sul piano politico. L’ampliamento del mercato e delle regole comuni avrebbe dovuto ridurre i conflitti, favorire la convergenza e inserire i nuovi membri in una rete di interdipendenze talmente fitta da rendere sempre meno razionale il ricorso alla forza.
È questa fiducia nella forza ordinatrice del mercato e delle regole che la guerra tornata sul continente ha messo alla prova, restituendo all’allargamento una dimensione apertamente geopolitica che deve ora fronteggiare le minacce e le incertezze del futuro prossimo.
Bibliografia
Commissione europea, Enlargement Package (rapporti annuali 2022-2025).
Consiglio europeo di Copenaghen, Conclusioni della Presidenza, 21-22 giugno 1993.
J.-C. Juncker, Political Guidelines for the next European Commission, 2014.
Gabriele Cicerchia, analista e ricercatore dell’Eurispes
