Giorgia Casarin & la sfida per la Municipalità di Mestre Carpenedo: Questa battaglia ci riguarda tutti!

Questa è la storia di una ragazza che, per tante ragioni e con coraggio, decide che il territorio in cui vive – Mestre e Carpenedo – merita di più di una gestione ordinaria. Merita visione, energia e qualcuno che sappia davvero come difendere gli interessi di chi ci vive e lavora.  La protagonista della storia si chiama Giorgia, Giorgia Casarin, per la precisione, ha 22 anni ed è una studentessa di Scienze Politiche, Relazioni Internazionali e Diritti Umani a Padova.

Giorgia è appassionata di geopolitica e diritto internazionale. Determinata e motivata, considero le sfide un motore fondamentale di crescita personale e professionale. Ha maturato solide competenze nella gestione logistica, nella segreteria organizzativa e nel coordinamento di team per grandi eventi culturali legati al territorio veneziano e non solo, come il Festival delle Idee e Space Meetings Veneto e Idee per il Futuro a Roma. Ha un’ottima predisposizione al problem solving in contesti dinamici e una forte impronta internazionale, consolidata da un semestre di studio in Canada e dalla conoscenza di più lingue.

Non solo. E’ anche la storia di come una ragazza, assieme alla propria famiglia, trova il modo di trasformare una tragedia personale in qualcosa che può essere di aiuto, se non di ispirazione, per molti.  Perché questa bellissima avventura di Giorgia, in politica come candidata Consigliera Municipalità di Mestre Carpenedo, raccoglie le parole e gli esempi di sua madre. Ed è proprio con lei che si confronta, giorno dopo giorno, perché la sua è la generazione che non deve perdere la speranza di avere una speranza.

Giorgia, sei una studentessa che aspira a dire la sua nella Municipalità di Mestre Carpenedo: una sfida tosta, ma soprattutto qual è il senso di essere una candidata oggi? 

Essere candidata oggi significa assumersi una responsabilità concreta verso il territorio e verso le persone che lo abitano ogni giorno. Significa scegliere di non restare spettatori, ma di mettersi in gioco con uno sguardo attento, critico e soprattutto umano. Credo che fare politica, soprattutto a livello locale, voglia dire prima di tutto saper osservare davvero la propria città: non fermarsi alle apparenze o agli slogan, ma cercare di comprendere fino in fondo le esigenze, le difficoltà e anche le potenzialità di chi spesso sente di non avere voce.

Per me candidarmi non rappresenta un punto d’arrivo, ma una forma di responsabilità e di impegno verso la comunità in cui sono cresciuta. È il modo più autentico che ho per provare a dare voce a una generazione che troppo spesso viene citata nei discorsi politici, ma raramente coinvolta davvero nei processi decisionali. I giovani vengono spesso usati come simbolo di rinnovamento, ma poi difficilmente viene dato loro spazio reale per partecipare, proporre e contribuire concretamente.

Quello che ho apprezzato del progetto di Simone Venturini è stato proprio questo approccio diverso: la volontà genuina di ascoltarci e costruire insieme un percorso concreto. Non ragazzi “di facciata”, inseriti solo per poter dire di aver candidato qualcuno di giovane, ma ragazzi e ragazze a cui viene riconosciuto il valore delle proprie idee, delle proprie energie e del proprio punto di vista.

Penso che Mestre e Carpenedo oggi abbiano bisogno soprattutto di presenza, ascolto e vicinanza. Di persone che conoscano i problemi quotidiani non solo per sentito dire, ma perché li vivono sulla propria pelle. Persone capaci di ascoltare prima di parlare, di confrontarsi senza arroganza e di trasformare le critiche in proposte concrete. Perché la politica locale, prima ancora di essere amministrazione, dovrebbe tornare a essere relazione, fiducia e senso di comunità

Cosa fa di te la consigliera perfetta?

Non credo di avere la presunzione di potermi definire la consigliera perfetta. In fondo Socrate costruiva il suo pensiero proprio a partire dalla consapevolezza del limite umano, da quel celebre “so di non sapere” che non era debolezza, ma la forma più alta di intelligenza e di apertura verso gli altri. Credo che anche la politica debba partire da lì: dalla capacità di non sentirsi mai arrivati, di continuare ad ascoltare, a capire e a mettersi in discussione. Perché chi pensa di sapere già tutto smette inevitabilmente di migliorarsi.

Detto questo, credo anche che ciascuno possa e debba scegliere che tipo di persona essere quando decide di mettersi al servizio degli altri. Io cerco ogni giorno di farlo attraverso quelli che considero valori fondamentali: gentilezza, disponibilità, coerenza e competenza.

Cerco di essere una persona educata, presente e capace di ascoltare davvero, perché penso che il rispetto verso gli altri sia il primo modo per costruire fiducia. Allo stesso tempo porto entusiasmo, determinazione e una forte voglia di mettermi in gioco.

Essere giovane, per me, non rappresenta un limite, ma una responsabilità e anche una risorsa. Significa avere energie nuove, idee fresche e uno sguardo molto concreto sui bisogni reali dei ragazzi, delle famiglie e di chi vive il territorio ogni giorno. Significa conoscere certe difficoltà non solo in teoria, ma perché fanno parte della nostra quotidianità.

Quali donne ti hanno ispirata nella tua mission?

La donna che più di tutte ha ispirato il mio cammino è stata mia madre. A dicembre se n’è andata dopo una lunga lotta contro un tumore, ma ci sono battaglie che non si possono misurare con la parola “sconfitta”. Lei ha attraversato il dolore con una forza che ancora oggi faccio fatica a mettere in parole, senza mai permettere alla malattia di spegnere ciò che era: una presenza viva, intensa, impossibile da ignorare.

Mia madre non passava inosservata. Era un sole splendente d’inverno dopo una settimana di pioggia: capace di scaldare tutto ciò che le stava intorno. Era energia pura, un fiume in piena, una di quelle persone che riempiono una stanza ancora prima di parlare. Come una macchina degli anni ’70 accanto a una elettrica: rumorosa, autentica, piena di vita. E soprattutto profondamente presente, sempre.

Mi ha insegnato il coraggio senza mai nominarlo, la forza senza bisogno di spiegarla. Ed è stata anche la prima persona a credere davvero in me, a dirmi che avevo qualcosa da dare, che avevo la sensibilità e la determinazione giuste per entrare in politica e mettermi al servizio degli altri.

Quelle parole non mi hanno mai lasciata. Continuano ad accompagnarmi ogni giorno, come una spinta silenziosa che mi ricorda chi sono e perché ho scelto di espormi. Per questo oggi candidarmi non è solo una scelta personale: è anche un modo per portare avanti una parte del suo sogno.

Ogni volta che mi metto in gioco o che difendo qualcosa in cui credo, sento che quella forza non è solo mia, è ancora anche sua.

Il muro su cui hai sbattuto più volte?

Il muro su cui ho sbattuto più volte, in realtà, sono spesso stata io stessa. La mia ambizione si è intrecciata con i miei limiti interiori: soprattutto con la paura di non essere all’altezza, di fallire, di non riuscire a raggiungere ciò che desidero davvero. È una tensione continua tra il voler andare oltre e il sentirsi, in certi momenti, trattenuta da se stessi.

Eppure, quando mi fermo a guardare il percorso fatto, mi accorgo che molte delle cose più belle che ho costruito sono nate proprio nonostante quella paura. questo mi fa capire che non è un ostacolo che paralizza, ma una presenza costante che mi accompagna e mi spinge anche a misurarmi con me stessa.

La paura, in fondo, è un limite necessario, non per fermarci, ma per ricordarci chi siamo. Ci tiene ancorati alla realtà, ci impedisce di sentirci invincibili, ci ricorda la nostra umanità. Forse è proprio lì, in quell’equilibrio fragile tra ambizione e paura, che si cresce davvero.

La storia insegna – e poco se ne impara – che in politica non è semplice far coesistere etica e consenso: lo stato di salute del tuo territorio? L’errore più evidente della politica nel gestirlo?

Credo che il metro di giudizio debba restare uno solo: i fatti. Non le narrazioni ma ciò che è stato concretamente realizzato e lasciato al territorio.
Oggi il rischio più grande sarebbe quello di confondere il cambiamento con il “cambiamento a tutti i costi”. Cambiare senza una direzione chiara, senza guardare alla realtà dei numeri e dei risultati, può significare anche tornare indietro, disperdendo quanto costruito negli anni. Per questo penso sia necessario valutare con attenzione ciò che è stato fatto, prima di immaginare di ricominciare da capo.
L’amministrazione degli ultimi anni ha lavorato in una direzione precisa, con una gestione che si è misurata soprattutto sui risultati e sulla solidità dei conti pubblici. Al di là delle posizioni politiche, ci sono dati oggettivi che raccontano una trasformazione importante della città: il rafforzamento del patrimonio dell’ente e il miglioramento della situazione di cassa sono elementi concreti, che incidono direttamente sulla capacità di una città di investire, di progettare e di guardare al futuro.
Ma oltre i numeri, c’è anche ciò che si vede ogni giorno vivendo il territorio: una città che ha bisogno di continuità amministrativa, di conoscenza diretta dei quartieri, di presenza costante. Credo che questo sia un punto centrale: non si governa un territorio da lontano, ma dentro il territorio stesso, conoscendone le fragilità e le potenzialità.
Per questo, per me, la scelta deve basarsi sui fatti e sulla credibilità di chi quei fatti li ha costruiti nel tempo, non su un ritorno al passato o su un’alternativa che rischia di essere distante dalla realtà quotidiana della città. In politica, più che mai, contano i risultati, non le promesse.

La vita di una studentessa può essere sintetizzata in un’immagine: il viaggio. Il viaggio alla ricerca delle idee è il più pericoloso: devi raggiungere luoghi inesplorati, originali… Quanto ha contato l’ambizione nel tuo percorso?

Credo che l’ambizione debba essere, prima di tutto, un motore. Senza ambizione, senza sogni e senza una direzione, si resta fermi: e per me la vita, soprattutto quella di una studentessa, è proprio movimento continuo, ricerca, tensione verso qualcosa.
L’essere umano, in fondo, desidera sempre. Raggiunge un obiettivo e subito dopo ne intravede un altro, perché ciò che ha conquistato non basta mai a spegnere del tutto quella spinta interiore. È come se fossimo fatti di desiderio più che di arrivo, come se la vita non fosse mai un punto fermo ma una continua traiettoria.
Questo può portare anche a una certa insoddisfazione, è vero. Ma allo stesso tempo mi chiedo: cosa sarebbe la vita senza quella tensione, senza quella direzione che ci costringe a migliorarci e a non restare immobili? Per me l’ambizione non è solo voler raggiungere qualcosa, ma il modo in cui si sceglie di restare vivi nel proprio percorso.
E nel mio di percorso, l’ambizione è stata fondamentale: la chiave di ogni mia scelta, di ogni passo, di ogni azione. È ciò che mi ha spinta a mettermi in gioco, a non accontentarmi e a cercare sempre un orizzonte un po’ più lontano.

Fatti e non parole: è uno slogan molto in voga. Che ne pensi?

Io credo profondamente nei fatti, molto più che nelle parole. Questa esperienza politica me lo sta dimostrando ogni giorno di più: la capacità oratoria e i grandi discorsi hanno un valore indubbio, perché saper comunicare significa saper unire le persone intorno a un’idea.
Ma il vero impegno politico non può esaurirsi su un palco. Non basta saper parlare bene: la politica ha il dovere di guardare in faccia i problemi, riconoscerli e, soprattutto, avere la concretezza di trasformarli in soluzioni reali. Servono proposte solide, la presenza costante sul territorio e il lavoro quotidiano, non semplici narrazioni efficaci.
Perché l’eco delle parole si spegne in un momento, mentre l’impatto dei fatti resta nel tempo. Le parole possono convincere, ma sono solo le azioni a cambiare davvero la vita quotidiana delle persone.

Ti rivedi nella definizione di paladina dei diritti delle fasce deboli? Quanto contano per Giorgia le emozioni?

Non mi riconosco tanto nella definizione di “paladina”, perché la trovo una parola molto grande, quasi assoluta. Però è vero che il mio percorso universitario, incentrato sui diritti umani, mi ha portata a sviluppare una sensibilità particolare verso tutto ciò che riguarda la tutela della persona e delle sue fragilità.

Studiare i diritti umani significa imparare a guardare la realtà da un altro punto di vista: quello di chi troppo spesso resta ai margini, di chi non rientra nei parametri della “forza” o della “performance”, ma che proprio per questo ha bisogno di essere ascoltato e riconosciuto. Nel tempo ho capito che il valore di una società si misura anche – e forse soprattutto – dalla sua capacità di includere e proteggere le fragilità, non solo di valorizzare i più forti o i più visibili.

Una società, per essere davvero tale, deve essere in grado di accogliere le istanze di tutti, senza lasciare indietro nessuno. È in questa idea di giustizia e di equilibrio che trovo il senso più profondo del mio percorso.

Per quanto riguarda le emozioni, per me sono centrali. Non come qualcosa che sostituisce la razionalità, ma come una parte indispensabile per comprenderla davvero. Le emozioni permettono di entrare in contatto con la realtà delle persone, di non restare distanti, di non ridurre tutto a numeri o categorie. Credo che, soprattutto in politica, questa capacità di sentire sia ciò che impedisce di perdere il contatto con la realtà umana delle scelte che si fanno.

La parità per le donne è ancora lontana. Qual è la tua idea?

Sì, la parità per le donne è ancora lontana, anche se spesso si tende a darla per già acquisita. In realtà basta guardare con attenzione la quotidianità per accorgersi che non è così: nei percorsi di carriera, nelle opportunità, nella possibilità di essere ascoltate e prese sul serio, esistono ancora differenze profonde.

La mia idea è che la parità non debba essere solo un principio scritto, ma una condizione concreta di vita. Non significa solo “avere le stesse possibilità sulla carta”, ma poterle esercitare davvero, senza ostacoli culturali, economici o sociali che continuano a pesare soprattutto sulle donne.

Credo che il punto centrale sia culturale prima ancora che normativo: serve un cambiamento nel modo in cui si guarda al ruolo delle donne, nelle istituzioni come nella società. La parità non si raggiunge solo con le leggi, ma anche con l’educazione, con la rappresentazione e con la capacità di riconoscere il valore delle donne senza doverlo continuamente dimostrare.

Per me parlare di parità significa parlare di libertà: la libertà di scegliere il proprio percorso senza dover giustificare continuamente le proprie scelte o dimostrare il doppio per essere riconosciute allo stesso modo.

Tra le tante emergenze della municipalità di Mestre Carpenedo, qual è la più urgente?

Tra le tante emergenze che attraversano la Municipalità di Mestre Carpenedo, credo che la più urgente sia quella di ricostruire un vero senso di vivibilità e sicurezza quotidiana negli spazi pubblici. Non si tratta solo di un tema di sicurezza in senso stretto, ma di come i luoghi vengono vissuti, curati e resi davvero accessibili alle persone.

Quando un quartiere perde vitalità, quando gli spazi comuni non sono più percepiti come accoglienti o sicuri, si crea inevitabilmente distanza tra le persone e il proprio territorio. E questa distanza è forse la prima vera emergenza, perché indebolisce il tessuto sociale e il senso di comunità.

Servono interventi concreti, certo, ma anche una presenza costante: cura del decoro urbano, attenzione alle periferie, servizi che funzionino davvero e una progettualità che non sia solo emergenziale. Perché una città non si misura solo da ciò che costruisce, ma da quanto riesce a far sentire i cittadini parte di ciò che vivono ogni giorno.

Per me questa è la priorità: restituire ai quartieri la sensazione di essere luoghi vissuti, attraversati e condivisi, non spazi lasciati a sé stessi.

 

Perché hai dato fiducia al progetto di Simone Venturini? Se dovessi riassumere lo spirito di questa “campagna elettorale”?

Ho voluto dar fiducia al progetto di Simone Venturini perché ho riconosciuto un approccio che mette al centro la concretezza amministrativa e la capacità di lavorare sui risultati, più che sulle promesse. In un contesto come quello locale, credo sia fondamentale affidarsi a chi conosce già la macchina amministrativa, i suoi tempi, le sue complessità e soprattutto le responsabilità che comporta governare una città come Venezia e la sua terraferma.

In particolare ho apprezzato la volontà di coinvolgere anche i giovani non in modo simbolico, ma reale, chiedendo ascolto e partecipazione attiva. È un modo diverso di intendere la politica, più aperto e più vicino alle persone, che riconosce valore alle idee e al contributo delle nuove generazioni.

Se dovessi riassumere lo spirito di questa campagna elettorale, direi che è quello della concretezza e della presenza. Meno distanza tra istituzioni e cittadini, meno narrazione e più lavoro quotidiano sul territorio. Una campagna che prova a riportare al centro i fatti, le esigenze reali dei quartieri e la volontà di costruire risposte pratiche ai problemi delle persone, senza perdere il contatto con la realtà che si vive ogni giorno

Chiudiamo con uno slogan: forse non tutti sanno che Giorgia è…?

Una che non si accontenta.

Una che guarda le cose da vicino, che ascolta, che si prende responsabilità e poi sceglie di agire. Una che trasforma l’ambizione in impegno concreto e la sensibilità in attenzione reale al territorio.

Crede nei fatti più che nelle parole, e nelle parole solo quando diventano fatti.

E soprattutto è una che, quando vede qualcosa che non funziona, non passa oltre.