Garibaldi, corruzione e tradimento. Così crollò il Regno delle Due Sicilie

Da tempo non mi occupavo della Storia del nostro Risorgimento, chiamato da alcuni storici, la Rivoluzione Italiana. Il libro di Alfio Caruso era da qualche tempo che “aspettava” sulla mi scrivania per essere letto. Il titolo dello scrittore catanese è “Garibaldi, corruzione e tradimento. Così crollò il Regno delle Due Sicilie”, Neri Pozza Editore (2020)

Tredici densi capitoli, di racconti, di avvenimenti, di fatti, di una infinita serie di personaggi, più o meno protagonisti della Storia della caduta del Regno del giovane re Borbone Francesco II, figlio della beata Maria Cristina di Savoia, pertanto cugino del re Vittorio Emanuele II.

Nel maggio 1860, il Regno delle Due Sicilie rappresentava ancora la più grande e longeva realtà statuale dell’antico regime, un regno – con la sua passata storia di regno di Napoli e Regno di Sicilia – plurisecolare che appariva, sulla carta, come la principale potenza della Penisola. Con l’impresa dei Mille, in soli sei mesi si dissolse. Una caduta tanto rapida quanto stupefacente, scrive Caruso nella presentazione del testo, dietro la copertina. Una caduta, le cui cause sono tuttora oggetto di indagine e interrogazione da parte degli storici.

Si tratta di una narrazione senza soste, a getto continuo, dove il lettore è coinvolto. Un racconto traboccante di eroismi, di pettegolezzi, congiure di palazzo, voltafaccia improvvisi, diserzioni ben remunerate. In queste pagine Alfio Caruso, mostra, come corruzione e tradimento, insieme naturalmente alla risolutezza garibaldina, siano tra le principali cause della fine dei Borbone.

Caruso non ha fatto un elenco vero e proprio dei libri utilizzati, ma nella Nota iniziale, ha accennato ai testi classici più celebrati che certamente ha letto, come le testimonianze di Cesare Abba, di Giuseppe Bandi, la ricostruzione di George Macaulay Trevelyan, Harold Hacton, l’intrigante memoir di padre Giuseppe Buttà, (“Un viaggio da Boccadifalco a Gaeta”) cappellano del IX battaglione cacciatori di Francesco II, cui rimarrà fedele fino alla fine. Pertanto,“Buttà visse in prima linea gli episodi cruciali, che condussero alla dissoluzione del Regno. Accanto al suo amato colonnello Ferdinando Beneventano del Bosco assistette sgomento al crollo di ogni speranza. Dalle strade di Palermo alla mischia selvaggia di Milazzo,dagli intrighi di Napoli alla giornata decisiva sul Volturno, Buttà ha scritto la controcronaca della vicenda più determinante del Risorgimento, quella che dette uno Stato ai Savoia”.Il testo è stato pubblicato nel 1875 dapprima sul periodico La Discussione, poi dall’editore Savastano. Per la cronaca, il testo è stato apprezzato da Leonardo Sciascia.

Il testo di Caruso non trascura nessuna delle fasi principali della “conquista del Sud” dei cosiddetti Mille di Garibaldi, a cominciare della scaramuccia di Calatafimi, dove le camicie rosse ebbero la strada spianata per Palermo, perché Landi, il pavido generale borbonico non ha opposto alcuna seria resistenza. Poi il racconto continua con altri “tradimenti”, intessuti di vigliaccheria e rassegnazione, come quella del luogotenente Lanza. A tutto questo occorre unire le mille indecisioni di Francesco, sopraffatto dall’opportunismo di ministri e cortigiani, spesso a libro paga di Cavour.

Nel 1° capitolo (“Per chi suona la campana”) Caruso cerca di descrivere lo stato di salute del Regno, in particolare il territorio siciliano, prima della spedizione dei Mille di Garibaldi. Si fa riferimento al Partito unico siciliano (PUS) e poi anche all’immancabile mafia e massoneria che funzionavano da mastice oltre che da camera di compensazione. In questo ambiente nasceva l’insofferenza verso il centralismo napoletano, prevalendo l’idea di una Sicilia indipendente dentro una confederazione di Stati italiani. Dopo l’epidemia del 1837, che ha procurato circa sessantanovemila morti, si scatenarono saccheggi, distruzioni, violenze, omicidi. Ben presto “riecheggiarono gli antichi slogan indipendentisti, ricomparve la bandiera giallorossa con la triscele (la creatura a tre gambe antico emblema della Sicilia). Il 2° capitolo (“In Sicilia passando da Nizza”)  si racconta come si è arrivati al progetto rivoluzionario più o meno subdolo di Garibaldi (il segreto di Pulcinella) per conquistare il vecchio Regno delle Due Sicilie. E’ una storia assai nota, raccontata da latri libri che ho letto e peraltro alcuni presentati nei vari blog dove da tempo collaboro. Caruso racconta fedelmente quello che è successo. L’abbordaggio ai due piroscafi della Rubattino, il Piemonte e il Lombardo. E poi i vari protagonisti che hanno partecipato alla spedizione guidata da Garibaldi. I cosiddetti eroi, dall’ungherese Turr, Nino Bixio, Agostino Bertani, Giacomo Medici, Giuseppe Missori, Francesco Nullo, Francesco Crispi e tanti altri. Per la storia furono 1162, in maggioranza lombardi, l’estrazione sociale, prevalentemente borghese: centocinquanta avvocati, cento medici, cinquanta ingegneri e così via. Attorno a questa spedizione c’era la rete protettiva stesa da Torino e poi quella inglese del controammiraglio George Rodney Mundy, che ha offerto un velo di protezione allo sbarco garibaldino a Marsala.

Il 3° capitolo (“La scaramuccia di Calatafimi”). Qui Caruso sottolinea lo stato confusionale del generale borbonico Landi, che non riesce o non vuole capire cosa sta succedendo, al contrario dei suoi soldati che sono “sicurissimi di poter sconfiggere Carlobardi e i masnadieri venuti con la pretesa d’immischiarsi nelle questioni siciliane”. Tuttavia secondo Caruso “Calatafimi non fu una battaglia campale raccontata da molti libri di storia. Lo dimostra persino il numero dei morti: diciannove tra i garibaldini, tredici fra i borbonici […] Calatafimi rappresentò poco più di una scaramuccia, ma da essa partì la dissoluzione del Regno delle Due Sicilie, che peraltro abbisognava di una spintarella per sfaldarsi”.

(“Palermo nel caos”) e siamo al 4° capitolo. Dopo Calatafimi il sentimento prevalente è quello della meraviglia: ce l’abbiamo fatta, possiamo cacciare il nemico. Avvinandosi verso Palermo, anche qui diventa protagonista un altro generale borbonico Lanza, che ha tutto per poter affrontare i garibaldini, ma non riesce o non vuole. Nessuno si assume la responsabilità, c’è una paralizzante inettitudine e ignoranza degli accadimenti tra gli ufficiali borbonici. “Basterebbe la sostituzione di Lanza con un normalissimo generale per mettere le camicie rosse in estrema difficoltà”. Lanza sostanzialmente ha sacrificato la vittoria, e secondo Caruso poteva mettere fine alla spedizione garibaldina. Pertanto, secondo la pubblicistica borbonica,  passa alla storia come un traditore, che ha preso ben sessantamila ducati, provenienti dal Banco di Sicilia, dove nei forzieri si trovavano cinque milioni di ducati (quasi novanta milioni di euro).

Il 5° capitolo (“Palermo ribolle, Napoli si sfalda”) In questo capitolo subentrano altri protagonisti della spedizione garibaldina, che per alcuni è stata una vera e propria spedizione “piratesca”. Giuseppe La Farina è uno di questi, poi ci sono altri come Mazzini, Fanti e Cialdini.

Andiamo avanti con gli altri capitoli; naturalmente cercherò di sintetizzare e soffermarmi dove credo sia più opportuno farlo. Il 6° capitolo (“L’azzardo di Milazzo”) Quello che è successo nella cittadina messinese, nella Piana di Milazzo, è importante. Nonostante l’inferiorità numerica dei Borboni al comando del colonnello Beneventano del Bosco, riescono a tenere testa agli eserciti garibaldini ormai “non più mille”, come scrive spesso Caruso. Anche qui si registra un altro increscioso tradimento del generale Clary, probabilmente convinto dall’ammiraglio Persano, che non soccorre il colonnello Beneventano che si batte come un leone resistendo nel castello di Milazzo. Nel 7° capitolo si accenna al grave episodio di Bronte e alla repressione dei rivoltosi da parte di Nino Bixio.

Intanto continua la “marcia trionfale” di Garibaldi anche in Calabria, sembra che il popolo calabrese si sia dimostrato più entusiasta delle camicie rosse, rispetto ad altri. Mentre Garibaldi si avvicina a Napoli, Francesco II con la consorte decide di abbandonare il Palazzo reale e rifugiarsi a Gaeta e siamo al 9° capitolo (“Il lungo addio”) Qui Caruso descrive meglio la personalità dell’ultimo re di Napoli, che per evitare una guerra civile, preferisce abbandonare il campo. In questo frangente entrano in scena personaggi più o meno ambigui a cominciare da Liborio Romano, campione di doppio gioco, “il primo trasformista nella nascente Italia”. Ma anche i parenti di Francesco, a cominciare dagli zii, il conte di Trapani e di Siracusa sono sospettati di congiurare contro Francesco. Intanto Caruso racconta che i napoletani, capendo che ormai l’aria è cambiata, cominciano a trasformarsi anche loro, a cominciare dalle botteghe: accanto ai ritratti di san Gennaro compaiono quelli di Garibaldi. Prima di partire per Gaeta il re indirizza ai sudditi un addio che il libro pubblica per intero.

Intanto Garibaldi entra a Napoli trionfante tra due ali di folla, con tricolori al vento. E’ il nuovo Redentore d’Italia secondo Liborio Romano, Napoli si scopre la città più garibaldina d’Italia, sottolinea Caruso. Proseguiamo con il testo, mi soffermo particolarmente sul 10° capitolo, (“facciamo l’Italia”) che riguarda l’occupazione dei territori del Papa, l’Umbria e le Marche. E’ una storia affascinante che si conosce poco, sono rimasto colpito dai difensori dei territori appartenenti a Pio IX. Lamoriciere, il generale francese, guida questo piccolo esercito pontificio. Il generale fino all’ultimo non pensava che un sovrano cattolico come Vittorio Emanuele attaccasse il Vicario di Cristo. Questi soldati del Papa, ultimi “crociati” appartengono a diverse nazionalità. Oltre agli italiani, ci sono francesi, irlandesi, belgi, tedeschi, austriaci, svizzeri. Un esercito multinazionale di volontari accorsi a Roma in aiuto del Pontefice. Caruso accenna alla compagnia dei “Crociati di san Patrizio”, volontari giunti dall’Irlanda, che si sono distinti nei combattimenti, soldati che hanno rappresentato certamente l’anima della resistenza: fino alla fine hanno combattuto senza mai mollare. Nelle Marche a Castelfidardo, si registrano scene di guerra appartenenti ad altre epoche, prima della battaglia in molti si confessano, sventolano i drappi di Lepanto, prelevati nella Santa Casa di Loreto. Soldati consapevoli di combattere una battaglia disperata, al grido plurisecolare degli eserciti cristiani: “Dio è con noi”, sapevano di andare incontro alla morte sicura. Peraltro Caruso ha già affrontato il tema degli ultimi difensori papalini, del Papa re, con il libro, Con l’Italia mai! La storia mai raccontata dei mille del Papa” (Longanesi, 2015). Ultimi combattenti europei cristiani, che si sono battuti per una causa ormai perduta, ultimi difensori di un’Europa, di una cristianità ormai scomparsa.

Gli ultimi capitoli, 11, 12 e 13 affrontano l’ultima resistenza dell’esercito borbonico guidato personalmente dal re Francesco II, che finalmente si è deciso di combattere. Anche qui Caruso sapientemente racconta i vari passaggi degli scontri armati tra i due eserciti, che si svolgono tra Capua, Caserta, Caiazzo e poi Gaeta. Tra i Borboni c’è una voglia di rivincita, soprattutto tra i soldati, che non hanno buttato le armi e sono rimasti a combattere per amore del sovrano e della dinastia. La campagna acquisti non ha offerto risultati soddisfacenti, soltanto qualche decina di soldati passano con l’esercito piemontese.

La storia del Regno di Napoli si conclude sugli spalti di Gaeta sotto i bombardamenti del generale Cialdini. Il 14 febbraio 1860 i due sovrani lasciano la fortezza per imbarcarsi e raggiungere Roma dove li ospita Pio IX.

DOMENICO BONVEGNA

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