Cultura mafiosa anche in una certa antimafia

In carcere non c’è niente di buono. Il carcere non può fare bene. Il carcere ti rende solo più cattivo. E ti prepara a esserlo sempre di più per il futuro.

(DaLa Belva della cella 154” , ultimo libro di Carmelo Musumeci, distribuito da Amazon)

 

 

Alcuni professionisti (a mio parere poco professionisti) dell’antimafia si sono lamentati che dei giudici abbiano stabilito che i Garanti regionali dei detenuti possano colloquiare con i prigionieri sottoposti al regime di tortura democratica del 41 bis senza le consuete cautele, come il vetro divisorio fino a soffitto e la registrazione audiovisiva. Qualcuno di questi professionisti ha persino dichiarato: “Così si indebolisce il 41 bis: rischio messaggi all’esterno (…)  perché il garante regionale seppur involontariamente può essere tramite di messaggi del detenuto.” (Il Fatto Quotidiano, 4 marzo 2018). Seguendo questo tipo di ragionamento, per non correre nessun rischio e in nome del sospetto, il detenuto sottoposto al 41 bis non dovrebbe mai essere messo nelle condizioni di venire a contatto con nessuna persona delle istituzioni. Neppure con il direttore, le guardie, gli infermieri, i medici e i giudici, se non tramite un vetro divisorio e con colloqui audiovideo registrati, perché anche loro seppur involontariamente potrebbero essere tramite di messaggi del detenuto.

Ho letto anche che si è gridato allo scandalo perché un magistrato di sorveglianza ha concesso un permesso di qualche ora, con scorta, ad un ergastolano in regime di 41 bis per vedere la mamma malata ultranovantenne, per il rischio che il figlio possa ordinare e mandare messaggi ai suoi gregari.

Credo che a questo punto, per evitare qualsiasi timore, tutti dovrebbero essere sorvegliati a vista, perché anche i politici e i funzionari dello Stato potrebbero usare il loro potere per rubare e corrompere e anche le persone normali, incensurate, con la fedina penale pulita, potrebbero uccidere all’improvviso moglie e figli (come purtroppo accade).

Sigmund Freud affermava che L’umanità ha sempre barattato un po’ di felicità per un po’ di sicurezza. Per questo io penso che sia meglio vivere in uno Stato di diritto e democratico, anche a rischio che mi vengano a rubare in casa, piuttosto che vivere in uno Stato più sicuro ma poliziesco. Sì, è vero, prevenire è meglio che curare, ma non bisogna però esagerare perché la prevenzione su tutto e tutti può diventare una malattia contagiosa che porta più danni che benefici. Non si può, per esempio, proibire per legge i motorini ai ragazzi perché qualcuno di loro potrebbe guidare in modo spericolato e potrebbe causare incidenti a sé e agli altri, mentre qualcuno lo usa correttamente e va a scuola e a lavorare.  Penso che ci sarà sempre il rischio che qualche detenuto dal carcere dia ordini o mandi messaggi,  o chi continuerà a delinquere quando uscirà, ma sono fortemente convinto che la maggioranza dei prigionieri con un trattamento più umano potrebbe essere stimolato a cambiare e a migliorarsi.  Credo che ci sia solo un modo per sconfiggere certi fenomeni criminali e secolari ed è quello di stimolare i prigionieri mafiosi a liberarsi il cuore e la mente dalla “cultura” che li ha portati in carcere. Alcuni professionisti dell’antimafia non hanno ancora capito che la mafia non è tutta in quei 723 detenuti al regime di tortura del 41 bis, che dopo tanti anni di carcere non contano più nulla. Il pericolo piuttosto è fuori, perché si può essere culturalmente mafiosi e non infrangere nessuna legge e avere la fedina penale pulita, o usare la giustizia in modo strumentale, come terreno di caccia per accrescere consenso politico e mediatico.

Carmelo Musumeci