CAROLA RACKETE SEGUE LE ORME DI GRETA THUMBERG

Il Giornale di ieri riprendendo una intervista a Carola Rackete di Formigli a “Piazza Pulita”, quasi si meraviglia che la capitana tedesca della Sea Watch abbia partecipato allo sciopero globale per il clima a Berlino. Anche Carola, ripete il mantra di questi mesi: «La Terra sta morendo e noi adulti siamo responsabili».

La Rackete, rivolgendosi alla folla, ha detto: «Noi adulti siamo responsabili per il fatto che la Terra sta morendo», poi ha invitato la folla a unirsi alla protesta del movimento Extinction Rebellion in programma per il 7 ottobre e promettendo che “non finirà qui”.

 

La capitana tedesca, diventata idolo della sinistra chic insieme a Greta Thumberg, prossimamente pubblicherà un libro sui temi dell’immigrazione e dell’ambiente. Pertanto dalla trasmissione tv di Formigli emerge una “Carola Rackete è molto più di quello che i media di tutto il mondo hanno raccontato in quei giorni concitati: è una attivista con una chiara visione e una fortissima passione civile, un modello per tanti ragazzi e ragazze che scelgono di impegnarsi per un mondo migliore, e con questo libro ci ispira a combattere in difesa dell’ambiente, dei diritti umani, del nostro pianeta, perché agire oggi non è più una scelta ma una necessità”. (Roberto Vivaldelli, Carola Rackete come Greta: ora fa l’ecologista, 22.9.19, Il Giornale)

Il giornalista de Il Giornale sottolinea la svolta “green” di Rackete. Pertanto «dall’immigrazionismo all’ecologismo gretino il passo è brevissimo. D’altronde il mantra della sinistra chic è sempre lo stesso: i migranti scappano sempre di più dalle loro terre a causa dei cambiamenti climatici, che sono colpa dell’uomo (rigorosamente bianco)». Vivaldelli  conclude il suo intervento con una interessante analisi: «Carola, infatti, è figlia di quella sinistra liberal che appoggia una forma radicale e totalitaria di multiculturalismo […] Proviene da quella cultura globalista da figli di papà annoiati che è, a differenza di ciò che lei crede, fortemente elitaria e provoca tensioni sociali soprattutto nei ceti meno abbienti. Perché, alla fine, per quelli come la “Capitana”, tutta la colpa è sempre “nostra”, dei bianchi occidentali, responsabili delle migrazioni così come dei cambiamenti climatici. E ora Carola si fa portavoce, insieme a Greta, del nuovo millenarismo green e climaticamente corretto». (Ibidem)

Per approfondire i presupposti ideologici dell’immigrazionismo e dell’ambientalismo consiglio la lettura dell’interessante libro del professore Eugenio Capozzi, “Politicamente corretto, Storia di un’ideologia, pubblicato da Marsilio (2018). Le riflessioni del professore Capozzi offrono dei chiarimenti per comprendere l’alleanza tra le due eroine della sinistra radicalchic.

Capozzi studia in chiave storica l’ideologia del politicamente corretto, risalendo passo dopo passo alle profonde radici della visione del mondo che ha generato questa ideologia totalitaria. Tra i tanti aspetti il professore analizza il multiculturalismo e i suoi miti, compreso l’immigrazionismo e l’utopia dell’antiumanesimo ambientalista.

Per cogliere la deriva dell’immigrazionismo Capozzi coglie i vari passaggi storici fino a giungere al multiculturalismo. Si parte dal presupposto che l’Occidente è sempre colpevole e quindi odia se stesso. In questo contesto c’è il primato delle culture “altre”. L’altro è raffigurato come buono, innocente, vergine. Siamo noi occidentali i corrotti. Nella prospettiva multiculturalista, «L’altro […] è una categoria quasi religiosa[…], è il redentore, è colui che viene dall’”esterno” della concezione tradizionale della civiltà occidentale […], che la costringe a trasformarsi e che permette di celebrare il processo alla nostra presunta chiusura nei confronti della diversità». In questo contesto, nessuno deve osare di stilare graduatorie delle civiltà. Anzi ci sono convinzioni, come quelle dell’americano Herskovits, che la «Dichiarazione dei diritti dell’uomo non avrebbe dovuto applicarsi astrattamente all’intero genere umano, ma tenere conto delle diverse culture e rispettarne le differenze».

A nessuno è permesso introdurre idee di giusto o sbagliato, bene e male, anche perchè li troviamo in tutte le società. Ora le convinzioni dell’antropologo Herskovits si sono affermate nel nuovo pensiero dominante. La nostra civiltà euro-occidentale viene contestata fin dalle fondamenta e condannata da gran parte degli intellettuali e delle classi politiche. La nuova sinistra pensa che la salvezza viene dal terzo mondo. Dietro a questa tesi c’è l’anticolonialismo vecchia maniera, pertanto le culture dei popoli extraeuropei assoggettati erano depositarie di un”’innocenza” originaria macchiata dai dominatori.

L’antioccidentalismo è alimentato dalla cultura del buon selvaggio a cui si sono rifatti i cosiddetti hippie del 68, con il modello “Imagine”, il famoso brano di John Lennon. Per Capozzi Imagine, costituisce un manuale del relativismo culturale antioccidentale.

Pertanto dialogo e tolleranza diventano il totem, le parole-chiave dell’universalismo debole multiculturalista, e quindi della pedagogia civile politicamente corretta. Addirittura Capozzi scrive che il modello multiculturalista/interculturale potrebbe tradursi in una universale «comune hippie».

Arriviamo ai migranti. L’ultimo stadio del multiculturalismo, è un mondo di migranti. L’obiettivo è quello di costruire attraverso i flussi migratori, una società globale aperta, fluida, fondata sulle contaminazioni. Tutto questo per il professore Capozzi comporta il ripudio e la condanna dei fondamenti di uno Stato nazionale: la sua sovranità. Pertanto abolizione dei confini e si preferisce parlare di “migrante”, termine di perenne instabilità. Fino ad auspicare una umanità nomade che si sposta non come condizione di straordinarietà, ma ordinaria. Questa è una piattaforma ideologia che ha influenzato in misura decisiva le politiche sull’immigrazione di molti governi occidentali.

Per comprendere l’utopia antiumanista dell’ambientalismo per Capozzi occorre partire dai risvolti politici procurati dal film-documentario, «una scomoda verità», prodotto negli Usa e poi utilizzato dall’esponente del Partito democratico Al Gore. Il film affrontava il tema del global warming, l’innalzamento delle temperature dovuto principalmente all’azione dell’uomo.

L’elemento inedito era che per la prima volta un leader politico si giocava tutto su questo tema e poi che l’argomento venisse affidato a un film per far passare la tesi secondo cui l’uomo era in grado di provocare conseguenze apocalittiche irreversibili sull’equilibrio ecologico. Assomigliava molto alla paura imposta all’opinione pubblica con la possibilità dello scoppio bomba atomica, durante il periodo della guerra fredda. Pertanto già allora si profilava «l’idea che la fine del mondo potesse essere provocata dall’uomo non solo attraverso le armi di distruzione di massa, ma anche attraverso un deterioramento irreversibile della natura».

In pratica si mette in atto un processo alla società industriale della modernità, dove i riferimenti filosofici e culturali sono Jean-Jacques Rousseau, con l’innocenza dell’uomo nello stato di natura, con la sua decadenza per colpa della civilizzazione. E poi un richiamo al pastore anglicano Thomas Robert Malthus al suo “Saggio sul principio di popolazione” (1798). Malthus era preoccupato per la crescita sostenuta della popolazione, che andava regolamentata.

Continuando ad analizzare il passato, per Capozzi la sensibilità per l’ambiente,  aumenta nell’opinione pubblica durante il boom economico del dopoguerra, quando fioriscono disordinatamente gli insediamenti produttivi, l’ondata imponente di urbanizzazione, dove tante città si sono trasformate in megalopoli. L’aumento del traffico veicolare con l’incremento dell’inquinamento.

Ben presto nel corso degli anni i temi dell’ambientalismo entrarono a pieno titolo tra i temi agitati dalla sinistra movimentista.

L’ecologismo politico nato con l’ideologia dello sviluppo sostenibile, arrivò a sostenere che «la civiltà industriale avesse in sé un difetto originario, in quanto era figlia di quella razionalità occidentale votata ala dominio, allo sfruttamento, alla discriminazione che il neo-progressismo relativista del secondo dopoguerra aveva indicato come causa di tutti i mali politici». Sostanzialmente si concordava che l’Occidente strutturalmente considerava «l’ambiente come una risorsa da depredare, un mezzo per raggiungere profitto».

Poi arriva la deriva ideologica dell’ambientalismo con l’ipotesi Gaia, qui l’umanità lungi da essere «la manifestazione più alta della vita, diventa un fattore di disturbo, una sorta di malattia della natura, a causa del suo eccessivo sviluppo[…]».

Seguendo gli sviluppi dell’ideologia ambientalista, Capozzi ne sottolinea il suo fondamentale aspetto apocalittico. Arrivando a scatenare il panico dopo i soliti convegni promossi qua e là per il mondo. Pertanto secondo Capozzi, «l’ideologia verde si era mutata in un complesso di precetti che investivano non soltanto i comportamenti delle classi politiche, ma anche quelli dei privati cittadini delle democrazie». Questi nuovi paladini della terra propongono, una serie di regole prescrittive per una sorta di purificazione morale «delle società occidentali, nella direzione di un’espiazione dei loro “peccati” storici, equiparati alle altre colpe ataviche dell’Occidente».

Il tema centrale dell’ambientalismo occidentale diventa il cosiddetto “riscaldamento globale”. Così alcuni studiosi e movimenti ambientalisti incominciano a diffondere previsioni catastrofiche: desertificazione, scioglimento dei ghiacciai e delle calotte polari, inondazioni, esaurimento delle risorse idriche entro pochi decenni.

La maggior parte delle classi politiche occidentali sono profondamente influenzate dalla nuova ideologia. Tuttavia Capozzi registra che non tutta la comunità scientifica crede al global warming. Quanto meno si prospetta di guardare alle teorie allarmistiche con uno spirito critico. Visto che questi organismi che lanciano in continuazione allarmi, vivono finanziariamente sulla paura delle loro teorie. Purtroppo secondo Capozzi, queste teorie allarmistiche, nonostante le ombre e le contraddizioni, continuano a godere consensi «nelle reti dei mass media e tra le classi dirigenti, politiche e intellettuali[…]». Naturalmente precisa Capozzi, «le opinioni dissenzienti rispetto alla vulgata politicamente corretta consolidatasi in materia sono state delegittimate, isolate, addirittura bollate da qualche attivista o opinion leader come “negazioniste”, sebbene quell’epiteto sia nato in un contesto diverso».

Il professore napoletano non intende soffermarsi sul merito scientifico delle argomentazioni, però vuole sottolineare come questo ambientalismo catastrofista sia diventato una specie di religione, con i suoi dogmi, molto simile a quell’ideologia comunista del secolo scorso. Una sorta di religione secolare, con «articoli di fede che le fonti ufficiali della dottrina considerano blasfemo anche soltanto discutere e impongono attraverso continui messaggi ansiogeni e colpevolizzanti». Pertanto Capozzi evidenzia un bieco conformismo da parte delle classi dirigenti nell’ideologia ambientalista: «la militanza o la partecipazione alle sua cause diventa una sorta di lasciapassare, una patente pubblica di rispettabilità, per chiunque voglia affermarvisi, dalla politica alla cultura di massa, allo spettacolo e all’informazione».  Tutto questo si traduce nella pratica quotidiana, in una serie di norme pratiche, si prescrive, «l’uso o l’interdizione di determinati prodotti e risorse, una certa disciplina dei consumi, l’una o l’altra modalità di spostamento o di lavoro, di riduzione e smaltimento dei rifiuti, la dottrina anti-global  warming si configurava come una serie di istruzioni dettagliate per la vita quotidiana di ciascuno, realizzando in maniera esemplare l’aspirazione di ogni ideologia contemporanea: il controllo sociale capillare in nome di una redenzione della società stessa, della formazione di un uomo nuovo, dell’eliminazione del male del mondo». Praticamente è lo stesso schema utilizzato dall’ideologia comunista del 900 dei vari Lenin e Stalin.

Si giunge a una sorta di neo-misticismo ecologista, dove a rigor di logica, l’essere umano più virtuoso verso il pianeta, è quello che consuma poche risorse, anzi l’unico propriamente virtuoso, è quello che non ne consuma alcuna, cioè che non esiste.

L’ambientalismo radicale estremo per Capozzi rischia di sfociare in un’avversione  verso ogni forma di civiltà.

L’essere umano per la deriva ambientalista, diventa «un’entità relativa, della quale si può fare a meno in nome dell’ideologia: in questo caso in nome della “purezza” di un ambiente integro, di un mondo “pulito”». 

Negli ultimi anni il professore Capozzi rileva che si sono moltiplicati quei gruppi ambientalisti oltranzisti che predicano (mi sembrano i catari) «un calo dei consumi fino al limite essenziale della pura sopravvivenza, l’opzione dei rifiuti zero, con  riciclo totale delle risorse consumate, o addirittura la riduzione volontaria della popolazione terrestre attraverso la scelta di non generare figli per risparmiare inquinamento e materie prime[…]».

Sostanzialmente secondo Capozzi tutte le forme di ecologismo radicale concordano che per salvaguardare l’ambiente occorra «’riavvolgere il nastro’ della storia, fermare lo sviluppo, ritornare a uno stadio precedente della civilizzazione: che non è la nostalgia di un’epoca, o una forma di tradizionalismo, ma al contrario l’aspirazione a sradicare sopraffazione e violenza per ripristinare l’innocenza dell’Eden. Persino a costo dell’estinzione di Homo sapiens».

Idee del genere portano a sostenere «un regime alimentare rigidamente regolato secondo il criterio della “minimizzazione del danno” arrecato al pianeta». La via è tracciata: coltivazioni biologiche o biodinamiche senza agenti chimici e a basso utilizzo di concimi e acqua, vegetarianesimo, veganesimo. «A questi precetti si accompagna un’aggressiva condanna morale nei confronti di quanti continuano a nutrirsi seguendo il proprio gusto e piacere, la curiosità, le tradizioni alimentari, addidati come assassini della biosfera[…]». E’ recente la notizia di un bimbo denutrito di una coppia di vegani di Nuoro, ricoverato urgentemente all’ospedale per malnutrizione.

Naturalmente a tutto questo c’è la dottrina etico-filosofica chiamata “animalismo”.e poi l’”antispecismo”, l’idea che non esiste nessuna gerarchia morale e spirituale tra l’uomo e gli altri esseri viventi.

Capozzi conclude l’argomento con una domanda: quanto sono politicamente e culturalmente rilevanti le argomentazioni ambientaliste nel discorso pubblico occidentale dell’epoca globale? Basta dare uno sguardo ai media ai social, alle scuole, alle organizzazioni internazionali, persino alle Chiese cristiane, alle organizzazioni religiose cattoliche. «Il catechismo ecologista viene somministrato continuamente, e rappresenta un elemento cardinale della vulgata politicalcorrettista». Concludiamo con le amare riflessioni di Capozzi: «l’ideale generico di un mondo pulito contro uno “sporco” è troppo semplice e attraente, il mito dottrinario dell’uomo prevaricatore sulla natura è troppo forte e diffuso, perché tanti appartenenti alle classi neo-borghesi istruite occidentali, o aspiranti tali, non si lascino persuadere […]».

Domenico Bonvegna

domenico_bonvegna@libero.it