Professor Giuseppe Navarra, Ordinario di Chirurgia dell’Azienda ospedaliera universitaria “G. Martino”: è stato proclamato Medico dell’anno 2026 a Messina. Il prestigioso riconoscimento è stato assegnato durante la VI edizione della Festa del Medico, svoltasi al PalaCultura: quante storie ci sono dietro gli anni trascorsi in corsia?
Infinite. Ogni singolo paziente, parente o amico del paziente ha una storia da raccontare. Spesso non sono necessarie parole, basta uno sguardo, un sorriso o una lacrima…
Quando ha scoperto che la medicina sarebbe stata la sua strada? Qual è l’aspetto più rilevante della professione?
Forse lo ho sempre saputo nel senso che per me lo studio della medicina ed in particolare la professione di chirurgo è quello che da sempre ho pensato di fare e diventare.

Che rapporto ha con il potere?
Credo un rapporto sano. Non ne sono posseduto ed ho ben chiaro diritti e doveri di ogni ruolo istituzionale ricoperto. Esprimo di solito il mio parere, argomentandolo, anche se questo non è in linea con il pensiero dominante. Capirà quindi che spesso questo atteggiamento mi ha creato anticorpi e tante delusioni. Ho sempre pensato che in una organizzazione il benessere dei singoli è una delle chiavi principali per il buon andamento: ho sempre agito di conseguenza nel tentativo di coinvolgere tutti e responsabilizzare tutti, ciascuno per ciò può dare.
“La vita professionale di un medico, ancor più quella di un chirurgo – ha dichiarato a MessinaToday – è spesso scandita anche da eventi avversi, da storie che non sempre hanno un lieto fine”. Come si spiega a pazienti e familiari la malattia?
Già non è facile spiegare la malattia, ma questa è un dato oggettivo. Purtroppo c’è solo da accettarla. Bisogna essere schietti, ma non asciutti. Compresibili, ma non freddi. Lasciare una speranza fin quando c’è speranza. Il paziente ha bisogno di crederci per lottare.
Molto più difficile è comunicare la complicanza o , come ritengo più preciso, l’evento avverso. Il questo caso paziente e familiari, spesso confondono complicanza con errore medico. Qualche volta può essere anche vero… purtroppo in medicina il risultato non può essere garantito. Tutte le casistiche di tutti i chirurghi sono contrassegnate da eventi avversi che aumentano come numero in pazienti anziani, fragili, con diverse patologie concomitanti e con la complessità delle procedure eseguite. Capisco lo scoramento alla comunicazione della complicanza e capisco anche la tentazione o anche la richiesta di chiedere una seconda opinione per non lasciare nulla di intentato. Capisco ma non giustifico invece, la frustrazione conseguente alla comunicazione di un exitus che a volte si trasforma in violenza verbale e/o denuncia penale dietro il consiglio di colleghi, legali che non conoscono il decorso del singolo caso. Non vorrei essere frainteso. Se si ritiene sia successo qualcosa di censurabile, la denuncia va fatta, ma non può essere fatta genericamente contro anonimi. Ciò ha due conseguenze: la prima che vengono indagati tutti coloro che sono venuti in contatto con il paziente nel corso del ricovero, la seconda è che non si identifica il presunto errore, ma si accusa genericamente che non è stato fatto tutto il possibile, che ci sono statio ritardi, omissioni o altro. Per colpire uno si condannano tanti a richiedere l’assistenza legale e ad entrare in un tunnel che dura parecchi anni…

Una delle diagnosi più terribili da rivelare a un paziente è: lei ha un cancro. Spesso questa malattia è ancora un tabù che porta solitudine e paura, non solo sofferenza. Come si affronta questo dramma umano?
Con i numeri conditi da empatia. La diagnosi di cancro non è più in tantissimi casi una condanna. Quindi si parte dalla diagnosi, si discute sullo stadio della malattia (quanto la stessa è diffusa), si prospettano i possibili trattamenti (chirurgico, ma anche chemioterapico, immunoterapico, radioterapico a seconda dei casi). Nel caso sia indicata la chirurgia si affronta la tipologia di intervento e le possibili complicanze. Per illustrare l’intervento di solito uso fare dei disegni sule retro del referto in maniera che il paziente lo possa portare con se e cerso di parlare delle complicanze con parole comprensibili facendo esempi mutuati ad esempio dall’edilizia. Bisogna guardare il paziente negli occhi, essere concentrato su di Lui e non pensare ad altro. Bisogna farlo sentire importante, taken cared of, come dicono gli anglosassoni.
Chi ha avuto la sfortuna di dover vivere questa esperienza racconta che è un viaggio di cure, di sofferenze, di incontri. Medici, pazienti, terapie, città: che cosa ha scoperto del suo carattere che non immaginava di possedere?
Non ho mai avuto tanta pazienza, ma ne ho sempre avuto con i pazienti, nel senso che ritengo di aver sempre provato a sorridere e trasmettere positività. La pazienza non è però mai abbastanza e l’età matura aiuta.

“Logorio della vita moderna” era il celebre slogan reso famoso dallo spot del liquore Cynar. E’ davvero colpa del logorio se l’ictus colpisce molte persone così frequentemente?
Non vorrei sembrare complottista, ma onde elettromagnetiche in cui siamo immersi, uso di alimenti super-raffinati, fumo, alcool, disregolazione del ritmo sonno-veglia allungamento della vita sono i principali driver di quanto da Lei chiesto
Chi sono i soggetti più esposti a questo tipo di evento neurologico? Riguarda solo la popolazione più anziana o anche i giovani? È vero che le donne ne sono colpite in maniera maggiore rispetto agli uomini? E ancora: quali sono i principali campanelli d’allarme? È possibile prevenirlo?
Non essendo un neurologo, posso parlare da medico e da osservatore clinico: oggi l’ictus non riguarda più solo la popolazione anziana. Stress, sedentarietà, fumo, obesità e cattive abitudini stanno aumentando il rischio anche nei più giovani. La vera arma resta la prevenzione, attraverso controlli regolari e uno stile di vita sano.
Conta di più uno stile di vita salutare o la genetica? Una cattiva alimentazione e un eccessivo consumo di carne rossa possono considerarsi cause scatenanti? Infine: quali sono i principali trattamenti oggi a disposizione?
La genetica può predisporre, ma oggi il vero fattore determinante resta lo stile di vita. Oggi abbiamo trattamenti sempre più personalizzati, dalla chirurgia mini-invasiva alle terapie integrate, ma la vera sfida resta arrivare prima della malattia.
La sanità italiana rischia una deriva “americanizzante”, nel senso che quella che è stata la sanità di tutti, potrebbe diventare la sanità di pochi, appannaggio esclusivo di quelli che possono permettersi di pagarla. E allora cosa dovrebbe fare la politica?
La Sanità in Italia continua ad avere un grande valore universalistico che va difeso. Il Sistema Sanitario Nazionale resta una conquista straordinaria, ma oggi soffre di una progressiva perdita di attrattività. Quando un cittadino rinuncia a curarsi o sceglie il privato non sempre lo fa per comodità, ma perché cerca tempi compatibili con la malattia. Se da un lato è troppo semplice attribuire responsabilità a una sola parte, è anche vero che la politica dovrebbe smettere di considerare la sanità un costo e tornare a vederla come un investimento sociale e produttivo. La medicina è cambiata rapidamente: i pazienti vivono più a lungo, le cure sono più sofisticate e la richiesta di assistenza è enormemente aumentata. Il sistema, però, non si è evoluto con la stessa velocità. Oggi serve una capacità organizzativa nuova, capace di mettere realmente al centro il paziente e non soltanto la prestazione, Nonostante questo, migliaia di professionisti continuano ogni giorno a garantire assistenza con grande spirito di sacrificio.

L’ULTIMO RAPPORTO SULLA POVERTÀ SANITARIA DI BANCO FARMACEUTICO ci svela che lo scorso anno ben 501.922 persone (8,5 residenti su 1.000) si sono trovate in condizioni di povertà sanitaria. Significa, che hanno dovuto chiedere aiuto a una delle 2.034 realtà assistenziali convenzionate con Banco Farmaceutico per ricevere gratuitamente farmaci e cure che, altrimenti, non avrebbero potuto permettersi. Rispetto alle 463.176 del 2024, c’è stato un aumento dell’8,4%. Sono numeri che certificano un disagio enorme nella popolazione. Di chi è – a suo parere – la colpa di una Sanità che non funziona come dovrebbe?
Questi numeri devono far riflettere tutti. Quando una persona rinuncia a curarsi perché non può permetterselo, il problema non è più soltanto sanitario, ma sociale e culturale. La responsabilità non può essere attribuita a un singolo attore: negli anni si sono accumulati ritardi organizzativi, carenza di personale e investimenti spesso non adeguati ai reali bisogni della popolazione. Credo però che il tema non debba diventare uno scontro politico permanente. I cittadini chiedono soprattutto risposte concrete: riduzione delle liste d’attesa, accesso alle cure, organizzazione efficiente e valorizzazione del personale sanitario.
La sanità è un sistema estremamente complesso e governarlo richiede competenze, continuità e visione strategica. Oggi più che mai servono figure capaci di programmare e assumersi responsabilità reali, perché la salute pubblica non può essere affrontata con logiche emergenziali.

La Regione, guidata da Renato Schifani arranca, se non peggio. I litigi tra alleati sono all’ordine del giorno: la Sanità in perenne emergenza, tanta precarietà nel lavoro, famiglie che fanno fatica a gestire tasse e spesa. Possibile che non si riesca a eleggere una classe dirigente degna di questo compito?
Più che una questione di singoli nomi, credo esista oggi un problema più profondo: si è progressivamente indebolita la selezione della classe dirigente in generale e politica in particolare. Le scelte politiche in sanità richiedono competenza, equilibrio e capacità decisionale frutto di esperienze specifiche. Quando prevalgono logiche diverse dal merito e dalla programmazione si perde tutti: politici, professionisti della salute e soprattutto pazienti.
Il futuro ci dà un orizzonte. Professore, alla fine, premio Medico dell’anno 2026 o non premio, come si definirebbe?
Mi considero prima un uomo fortunato per essere riuscito a svolgere la professione che amo senza aver mai smesso di credere nel valore umano della cura. I premi fanno piacere, ma ciò che conta davvero è entrare ogni giorno in reparto con la stessa passione, il rispetto per i pazienti e la consapevolezza che dietro ogni intervento c’è una persona, non un caso clinico.
