Stefania D’Amore si muove nel territorio dei linguaggi, degli immaginari e delle narrazioni contemporanee. Il suo percorso parte dal liceo classico e attraversa Ingegneria Edile-Architettura, ma è durante gli anni universitari – lavorando come giornalista e occupandosi di campagne, soprattutto in ambito politico – che trova la sua traiettoria: osservare come parole e immagini costruiscono realtà.
Oggi è giornalista e lavora tra strategia e contenuti. Si occupa di come i codici del nostro tempo – visivi, verbali, simbolici – influenzino il modo in cui ci raccontiamo e ci riconosciamo.
Scrive Titoli di testa, una newsletter in cui esplora la comunicazione come spazio culturale, tra semiotica, cultura pop e attualità: https://titoliditesta.substack.com/

Stefania, la dimensione collettiva sembra una fatica inconcepibile. L’individualismo è sfrenato. La soddisfazione viene dalla competizione, mentre la felicità nasce spesso dal fare le cose per gli altri. Tv e social ci bombardano con slogan del tipo: devi piacere, devi dimostrare di essere brava, non sbagliare neppure un congiuntivo. Come vivi questa storia?
La vivo come una delle grandi contraddizioni del nostro tempo: iperconnessione da un lato, profonda solitudine dall’altro. Ci raccontano che dobbiamo distinguerci, performare, essere impeccabili, ma quasi mai ci insegnano a costruire legami. I social hanno trasformato spesso l’identità in una vetrina e la vulnerabilità in una debolezza da nascondere, ma la felicità non ha nulla di competitivo: la soddisfazione può arrivare dal primeggiare, la felicità quasi sempre nasce dal sentirsi parte di qualcosa.
Zygmunt Bauman parlava di relazioni liquide, fragili, reversibili. È esattamente ciò che viviamo: connessioni infinite e appartenenza sempre più rara. Eppure la storia ci insegna il contrario: i grandi cambiamenti sociali, dal Sessantotto ai movimenti per i diritti civili, non sono mai nati dall’io, ma dal noi. La vera rivoluzione forse è smettere di chiedersi “come appaio?” e iniziare a chiedersi “che effetto ho sulla vita delle altre persone?”.

Ci tieni molto all’aspetto?
Ci tengo all’immagine, che è diverso: l’aspetto è superficie, l’immagine è linguaggio. In semiotica si dice che ogni immagine è un sistema di segni: non mostra soltanto, racconta. È un concetto su cui insisto spesso: persino una fotografia apparentemente neutra è in realtà una costruzione culturale. Non solo per chi la produce, ma anche – e soprattutto – per chi la guarda.
Perché l’immagine è sempre una negoziazione di significato. Stuart Hall parlava di encoding e decoding: chi crea un contenuto lo codifica, ma chi lo riceve lo decodifica attraverso il proprio vissuto e i propri codici culturali (e quindi, sì, anche i propri pregiudizi). In altre parole: non esiste uno sguardo innocente.
Questa cosa la vedo molto chiaramente nel lavoro di FKA twigs, ad esempio. Mi colpisce perché costruisce immagini potentissime, estremamente consapevoli, eppure continuamente attraversate dallo sguardo delle altre persone. Il suo corpo, nelle performance, è sempre un atto di autodeterminazione, ma allo stesso tempo diventa terreno di interpretazione, di proiezione, a volte anche di distorsione. Non è solo quello che mostra: è quello che noi decidiamo di vedere.
E questa tensione la ritrovo anche nel cinema di Emerald Fennell. In Promising Young Woman o Saltburn, l’immagine è sempre ambigua, seducente ma disturbante. Ti attrae e poi ti costringe a interrogarti su quello che hai appena guardato. È uno sguardo che smaschera lo sguardo: ti fa capire quanto spesso leggiamo le immagini attraverso automatismi culturali, stereotipi, aspettative.

Se è vero che possiamo scegliere come rappresentarci, non possiamo controllare completamente come verremo letti o lette. Ed è proprio lì che si gioca il potere di chi guarda: nella libertà, ma anche nella responsabilità, di interpretare.
Per questo credo nell’estetica come coerenza, ma anche nella consapevolezza che l’immagine non è mai completamente nostra. Quando il fuori smette di essere una maschera e diventa un’estensione autentica del dentro, allora l’immagine smette di essere vanità e diventa identità. Ma resta sempre uno spazio aperto, esposto allo sguardo altrui.
Il punto nodale oggi è proprio questo: non solo imparare a rappresentarsi, ma anche a guardare meglio e in come scegliamo di leggere l’ambiente che abitiamo e viviamo ogni giorno.
Qual è stata la decisione meno convenzionale della tua vita?
Probabilmente non aver mai accettato l’idea che una persona debba avere una traiettoria sola e perfettamente leggibile. Sono passata dal liceo classico a Ingegneria Edile-Architettura, un percorso apparentemente razionale e strutturato. Ma mentre studiavo spazi e progettazione, lavoravo già come giornalista e mi occupavo di campagne di comunicazione politica. È stato lì che ho capito una cosa importante: mi interessavano le strutture, sì, ma ancora di più le persone che le abitavano. Più dei muri, mi affascinavano i linguaggi. Più dei progetti, le narrazioni.
La comunicazione mi ha conquistata così: come il punto in cui tutte le contraddizioni trovavano finalmente senso. La tecnica mi ha insegnato il rigore, il giornalismo lo sguardo, la comunicazione la responsabilità di costruire immaginari.
Forse la scelta meno convenzionale è stata proprio questa: smettere di chiedermi quale fosse la strada più giusta e iniziare a seguire quella più vera. Perché le decisioni più importanti raramente sembrano le più ordinate: a volte scegliere sé stesse è l’atto più rivoluzionario che si possa fare.

Quanto ti spaventa l’imprevedibilità?
Viviamo con l’illusione che controllare tutto significhi proteggerci, eppure spesso è il contrario: l’eccesso di controllo sterilizza, irrigidisce, impedisce la vita vera. In comunicazione succede lo stesso: quando tutto è troppo perfetto, spesso non è più credibile. Mentre l’imprevisto è dove accade la verità. Penso spesso a quanto Everything Everywhere All at Once racconti bene questa cosa: il caos non è necessariamente il nemico, a volte è semplicemente la forma reale dell’esistenza. L’imprevedibilità ci ricorda che non siamo macchine da performance.
Di chi è la colpa dell’imbarbarimento dei costumi?
Diffido sempre dalla parola colpa, perché semplifica troppo. Pier Paolo Pasolini parlava già negli anni Settanta di una mutazione antropologica: una trasformazione profonda del nostro modo di stare al mondo, nell’immaginario collettivo, oltre il semplice cambiamento di abitudini.
Quando il linguaggio si impoverisce, quando il dibattito si riduce a tifoseria, quando l’indignazione sostituisce il pensiero, allora si crea terreno fertile. I social non inventano nulla: amplificano. Il problema nasce quando smettiamo di considerare la cultura una forma di manutenzione civile e iniziamo a trattarla come un lusso accessorio. La barbarie si costruisce lentamente, ogni volta che rinunciamo alla complessità.

C’è chi suggerisce di partire dal linguaggio…
Ed è vero, ma non perché il linguaggio sia una questione di galateo: il linguaggio è potere. Le parole non arrivano dopo la realtà, spesso la preparano. Possono normalizzare una discriminazione o renderla finalmente visibile. Chi lavora nella comunicazione lo sa: nominare qualcosa significa darle spazio sociale. Chi controlla i codici culturali controlla anche il modo in cui interpretiamo il reale. Per questo partire dalle parole non significa fermarsi alle parole: significa intervenire sull’immaginario. E l’immaginario, alla lunga, costruisce cultura.
Intrappolati nel presente, abbiamo già colonizzato il futuro trattandolo come fosse un tempo di nessuno: usiamo le risorse senza giudizio, come se quel tempo non avesse abitanti. Come dovrebbe comportarsi un “buon antenato”?
Dovrebbe smettere di vivere come se il futuro fosse un magazzino sempre disponibile. La crisi climatica ha costretto la società a capire una cosa semplice: il futuro è un luogo abitato da persone che ancora non possono difendersi. L’IPCC lo dice chiaramente: le scelte di oggi determineranno la qualità della vita di intere generazioni.
Essere un buon antenato, una buona antenata, significa accettare una cosa difficilissima per il nostro tempo: non tutto ciò che vale produce gratificazione immediata. È una forma di responsabilità senza applauso, forse la più adulta.

Sarà mai possibile una società in cui nessuno verrà lasciato indietro, una comunità che prospera senza povertà né ingiustizie?
Forse perfetta no, ma più giusta sì. Il problema è che spesso trattiamo l’ingiustizia come un incidente e non come una struttura. John Rawls sosteneva che una società equa si costruisce immaginando regole come se non sapessimo quale posto occuperemo al suo interno. È un esercizio radicale di empatia politica. Non si tratta di salvare una persona, ma di ripensare il sistema: una società equa nasce dalla redistribuzione delle possibilità, dal modo in cui pensiamo scuola, lavoro, salute, accesso, linguaggio. La vera domanda non è se sia possibile, ma quanto siamo disponibili a rinunciare ai nostri privilegi perché lo diventi: lì la conversazione si fa sempre più scomoda.
Un mio amico mi disse una volta: stai accanto a chi ti può insegnare qualcosa. Quando lo fai cade ogni invidia: ambisci solo a raggiungere quella persona. Ti è mai capitato?
Sì, e quasi mai per il successo. Mi affascinano le persone che hanno profondità, quelle che sanno leggere il mondo con uno sguardo laterale. Persone che non vogliono impressionarti, ma spostarti, che ti costringono a pensare meglio. Penso spesso a una frase di Federico Fellini: “Il vero maestro non ti invita a entrare nella sua casa, ti conduce sulla soglia della tua mente”. È questo il punto. Le persone che contano davvero ti aiutano a diventare più nitidamente te stessa. L’ammirazione reale genera fame di crescita, è una forma di orientamento. Credo che circondarsi di persone così sia uno dei modi più intelligenti di costruire la propria identità.

Chi crea si nutre degli altri. Della famiglia, degli amici, degli sconosciuti incontrati per strada o sui social. Tutti sono idee viventi. Qual è la tua fonte d’ispirazione?
Le persone, sempre. Credo che chi lavora nella comunicazione debba avere la stessa disciplina di chi dirige un film o scrive un libro: osservare, ascoltare, trattenere dettagli che sembrano insignificanti, prendere posizione. Spesso le idee migliori non arrivano davanti a una slide, ma mentre ascolti una conversazione rubata in metropolitana o una frase detta distrattamente al tavolo di un bar.
Mi è capitato tante volte. Frasi private, minuscole, con dentro un mondo intero: relazioni, assenza, percezione, identità. Anche nella mia esperienza professionale è spesso andata così: le campagne migliori nascono da un dettaglio umano, da una paura non detta, da una frustrazione quotidiana, da qualcosa che diverse persone vivono ma che non è stato ancora raccontato bene.
Mi ispira molto il modo in cui Pedro Almodóvar costruisce i suoi personaggi: persone imperfette, contraddittorie, vive. Oppure Richard Linklater, che in Before Sunrise dimostra che a volte basta una conversazione per raccontare una vita intera. La perfezione comunica poco, l’ambiguità invece è profondamente umana. Le persone vere sono sempre più interessanti dei personaggi costruiti.

La cosa più bella della vita è essere curiosi. Sapere di avere ancora qualcosa da imparare è l’energia più potente che esiste. Ti rivedi in questa affermazione?
Totalmente: la curiosità è movimento. Ed è una forma meravigliosa di umiltà, perché implica accettare che il mondo sia sempre più grande delle nostre convinzioni. In un tempo di opinioni immediate e certezze prefabbricate, continuare a farsi domande è quasi un atto sovversivo. Le persone più intelligenti che conosco sono quelle che non smettono di interrogare la complessità.
Ti auguro di diventare anziana, perché è un privilegio non concesso a tutti. Cosa ti fa più paura della vecchiaia: non essere ricordata o non ricordare la tua esistenza?
Non ricordare. Perdere memoria di sé riguarda la parte più profonda della propria identità. Mi spaventa più l’idea di non riconoscere ciò che ho amato, le persone, le battaglie, le versioni di me che mi hanno costruita. Essere ricordate ha qualcosa di narcisistico. Ricordare, invece, è esistenza.
