Andreea Elena Gabara: L’Arte mi ha insegnato ad apprezzare la diversità e a essere tanto curiosa

Tutti noi siamo esseri malleabili che si plasmano in base a quanto li circonda e vengono influenzati da ogni singolo stimolo ricevuto dall’esterno. L’ambiente in cui viviamo, dunque, non può che far scaturire sensazioni sempre diverse e creare spazi interni composti da sensazioni, emozioni e pensieri. Ogni volta che abitiamo un luogo si crea una nuova interiorità e da ciò deriva la compresenza all’interno del nostro corpo di innumerevoli inner spaces che sono il risultato di tutti i luoghi che abbiamo abitato e in cui sono avvenuti i nostri cambiamenti interiori…

Io mi costruisco di continuo e vi costruisco, e voi fate altrettanto, riprendendo le parole di Pirandello, è il mantra che caratterizza il percorso visibile e invisibile della performance. La danzatrice in scena è, infatti, prima di tutto una persona e, in quanto tale, decostruisce e ricostruisce la sua identità di continuo. In questa costruzione che non ha mai pause o fine diventa spontaneo farsi delle domande: chi sono? cosa provo? dove mi colloco? Trovare risposte tra gli innumerevoli inner spaces della nostra interiorità è di sicuro complesso, e forse addirittura impossibile, quindi non ci resta che accettare che alcune domande sono fatte per essere poste ma non per ottenere risposte. E, soprattutto, non ci resta che accogliere la nostra essenza di Uno, nessuno e centomila.

Inner Spaces – Coreografia e interpretazione: Andreea Elena Gabara

 

Andreea Elena: da quello che leggo di te appari come una ragazza ambiziosa e molto sicura. Quanto impattano nel tuo tempo e nella tua energia le emozioni?

Mi ritengo una persona ambiziosa, è vero, mentre sulla sicurezza avrei qualche dubbio ma, in fondo, non si appare esattamente per come si è. Per quanto riguarda le emozioni, la questione credo sia molto complessa: sono, infatti, perennemente divisa tra razionalità e istinto. Chi mi incontra per la prima volta, oppure inizia a conoscermi, si rende subito conto della mia parte più razionale soprattutto perché sono molto precisa e organizzata: tutto nella mia giornata deve essere preciso al secondo!
Anche l’istinto, però, gioca un ruolo fondamentale soprattutto per quanto riguarda sia le grandi scelte di vita che quelle quotidiane: seguo molto più le emozioni che il cervello. C’è, anche, da dire che sono particolarmente emotiva ed empatica quindi le emozioni spesso prendono il sopravvento: il loro impatto sul mio tempo e sulla mia energia penso, quindi, sia tutto sommato pari a quello della ragione.

Dietro i sorrisi di circostanza che storia è la tua?

Una delle cose che trovo più complesse è parlare del mio passato e mi sono sempre chiesta perché. La risposta che mi do di solito è che sono stata plasmata dalla nostra società frenetica basata sulla performatività, quindi, sono sempre concentrata sul presente o sul futuro (anzi, più su quest’ultimo). Su questo sto lavorando molto ultimamente perché negli ultimi anni mi sono resa conto di non vivere abbastanza l’hic et nunc. Sono certa che sia un problema generazionale che condividiamo in molti ma è qualcosa che ha iniziato a turbarmi molto negli ultimi mesi perché ho realizzato il mio collezionare ricordi piuttosto che aspettative.
Al di là di questa parentesi (divago sempre troppo), la mia storia è una storia serena. Sicuramente ci sono state diverse difficoltà, più o meno gravi, nella mia infanzia e nella mia crescita, come nella vita di tutti, ma ho sempre avuto molto più dell’essenziale per vivere: non mi è mai mancato nulla, ho una famiglia che mi ama e sono sempre stata circondata da belle persone. Soprattutto in questo periodo storico, e considerate le vicende che stanno accadendo, mi sento fortunata e grata. Non nego che ci siano stati momenti molto bui, di cui, però, tendo a non parlare, ma alla fine si è sempre risolto tutto. E anche oggi, nei periodi più complessi, dato che ovviamente e giustamente ci sono, cerco di pensare e ricordarmi che la vita è ciclica e che tutto, così come ha un inizio, ha anche una fine. Mi piace vedere la vita come un eterno ritorno nietzschiano.

Studi filosofia, sei una ballerina professionista di danza contemporanea e sono sicuro che fai tante altre mille cose. Non sei un po’ curiosa su cosa pensano gli altri di te?

Sicuramente sono “curiosa” dell’opinione altrui, ma anche, purtroppo, “attenta” a quello che pensano di me. Mi spiego meglio: maturando e intraprendendo un percorso di crescita personale mi sono resa conto di quanti meccanismi errati ci siano nella mia mente, e nella mente di tutti. La paura dello sguardo altrui, sempre considerato giudicante, penso che accomuni quasi tutti. Dunque, nella mia testa c’è sicuramente curiosità per ciò che pensano gli altri di me: questa, però, non riguarda tanto quello che faccio ma più quello che sono. Mi interessa, per esempio, sapere cose come le tre parole con cui mi descriverebbero le persone, ciò che li colpisce di me o quelli che ritengono essere i miei difetti più grandi.
Per quanto riguarda, invece, quello che faccio quotidianamente, credo che qui entri in gioco la mia “attenzione” verso lo sguardo altrui: non accetto facilmente l’errore e mi pongo sempre standard alti. Su questo sto lavorando tanto nell’ultimo periodo perché è una dialettica interiore che mi toglie energie e, soprattutto, mi porta emozioni e pensieri negativi.

Quale, tra i tuoi tanti progetti, ti ha regalato le maggiori soddisfazioni?

Bellissima domanda, e altrettanto complessa. Dato quello che ho detto prima, questo è un modo per auto-obbligarmi a rivivere il mio passato e, soprattutto, a trarre da esso le somme (principalmente positive), il che non guasta mai.
Direi, forse anche perché è un progetto fresco e, spero, ancora in divenire, la mia creazione Inner Spaces. Si tratta di un solo coreografato e interpretato da me che ho realizzato in una settimana di residenza in Toscana, grazie all’opportunità datami da DTS Collective che mi ha accolto e supportato. Si tratta, in breve, di una creazione che trae spunto da una riflessione autobiografica: ho indagato quanto lo spazio che mi circonda mi influenza e il rapporto, dunque, tra l’outer space e l’inner space. Soprattutto nell’ultimo anno, infatti, ho dovuto spesso cambiare casa e ho vissuto tra un paio di città. Anche solo stare una settimana intera nella stessa città mi sembrava infattibile sia per i vari impegni che per la mia voglia di spostarmi. Questo è nato, infatti, da un mio bisogno di continui stimoli e di “non avere radici”, non sentirmi legata a nessun posto in maniera salda e solida. Cambiare, però, spesso il luogo in cui si vive porta a diverse domande, che sono quelle che pongo a me stessa e allo spettatore in Inner Spaces, soprattutto riguardanti la mia identità che non ha alcun appiglio esterno visto che la realtà che mi circonda cambia continuamente.
Ci tengo anche a fare una piccola menzione a un altro progetto che mi dà tante soddisfazioni, ovvero la collaborazione da circa due anni con La Chiave di Sophia, rivista online e cartacea per cui scrivo articoli che spaziano tra temi e filosofi diversi. La ricerca di pensiero e riflessiva e il desiderio di diffondere un messaggio che riguardi la quotidianità dell’uomo contemporaneo sono alla base di ogni articolo. Soprattutto, poi, per quanto riguarda la rivista cartacea leggere come le diverse persone interpretano uno stesso concetto è interessante e dà continui spunti di riflessione.

La tua è una personalità intrigante, poliedrica: più vantaggi o svantaggi nella vita sociale?

Ci sono sia gli uni che gli altri. Innanzitutto, mi riesce a volte difficile ritagliarmi del tempo per le uscite convenzionali perché tendo a occupare tutto il mio tempo, o quasi, con i “doveri”. Spesso, quindi, alcune conoscenze rimangono in superficie, anche se sarei interessata ad approfondirle di più, per mancanza di tempo. Oppure, come sta accadendo ultimamente perché la fortuna non è dalla mia parte per l’organizzazione, all’ultimo sono obbligata a cancellare serate o giornate organizzate con gli amici perché, all’ultimo, escono fuori impegni più importanti.
Allo stesso tempo, però, ho la fortuna di conoscere spesso persone nuove e avere scambi interpersonali che, nonostante la loro durata di un paio d’ore, sono davvero stimolanti e preziosi. Il mondo dell’arte, poi, mi ha insegnato ad apprezzare la diversità e a essere tanto curiosa, dato che sono convinta del fatto che stimoli utili siano presenti ovunque, e questo mi aiuta a fare spesso anche conversazioni su cose che sono lontanissime dal mio mondo. E ammetto che le domande sull’interiorità delle persone sono le mie preferite quindi ogni tanto mi lascio prendere da queste e lì do il via a conversazioni che porterei avanti per molto.

Ci sono volte in cui ti domandi: chissà come sarebbe stato se avessi preso un’altra strada?

Ci sono, e sono anche tante! Capita soprattutto in questo periodo di limbo della mia vita in cui mi chiedo se riuscirò ad avere un’occupazione stabile e sicura visto che le certezze nel mondo dell’arte sono poche, e anche in quello della filosofia. Se devo essere sincera, non mi vedrei a fare nient’altro nella mia quotidianità perché sono sempre stata molto sicura e decisa sulle mie scelte. Spesso, però, l’opinione e il pensiero degli altri si fanno sentire ed è successo soprattutto quando ero in quinta liceo: quasi tutti erano stupiti (e forse preoccupati?) per le mie scelte di vita. Mi ricordo ancora il mio professore di filosofia che mi disse di non affrettarmi a scegliere l’università perché, oltre a filosofia, c’erano tante altre facoltà che mi avrebbero dato un futuro più sicuro. Era quasi come se mi volesse dire che la filosofia era un “amore passeggero” e che avrei fatto meglio a fare un’altra scelta. In generale, poi, c’è stata la pressione di coloro, la maggior parte, che si aspettavano, visto il mio andamento a scuola, che io facessi medicina, ingegneria o, comunque, una facoltà che mi desse un futuro più sicuro e stabile. Oggi mi chiedo dove sarei, come sarei e come starei se avessi preso la via più sicura ma non mi so rispondere. Anzi, penso che non mi interessi neanche così tanto darmi una risposta.

La tua è una generazione che lamenta che nessuno li ascolta. Ma una mattina ti svegli e scopri che c’è una ragazza come te che in testa ha idee, progetti e contenuti. Cosa consigli a quelli che hanno mollato per un posto da precario/a in un supermercato?

Non mi sento in grado di dare consigli perché sono la prima a chiedersi se la vita da artista sia davvero la scelta giusta, vista la difficoltà. Me ne rendo conto perché la maggior parte delle persone che conosco e che vertono in questo mondo stanno andando all’estero mentre quelli che rimangono in Italia lamentano la situazione disastrosa. Quello che mi sento di dire, però, è che, anche se le energie e il tempo durante il giorno sono dedicati a un lavoro che non coinvolge la creatività, bisogna cercare di non mettere a tacere la testa che ha idee, progetti e contenuti. Trovare un modo per vivere e mantenersi è, ovviamente, necessario ma, allo stesso tempo, la mente può continuare a creare e a viaggiare. Penso che sia utile e necessario, soprattutto per la propria serenità e per continuare la propria ricerca, anche se la quotidianità non è incentrata su di essa.

In che cosa sei diversa dai tuoi 18 anni?

I 18 anni sono stati un momento della mia vita complesso perché è successa una cosa che sostengo mi abbia totalmente cambiata. Spesso sento il proverbio “le persone non cambiano mai” ma non ci credo perché è come se nella mia vita, invece, ci sia stato un evento (che corrisponde, appunto, all’anno dei miei diciotto anni) che ha segnato un prima e un dopo. Quello che penso sia al centro di questo cambiamento e, quindi, che sia ora diverso da quando avevo ancora 18 anni (anche se erano solo tre anni fa) è sicuramente la consapevolezza. Oggi sono più consapevole di me stessa, della mia interiorità, dell’inevitabilità del dolore e tanto altro.

C’è una cosa di cui ti senti veramente orgogliosa?

Ci sono tante cose di cui mi sento orgogliosa, anche se è difficile dirlo ad alta voce. La cosa di cui, però, sono senza dubbio più orgogliosa (non voglio cadere nel sentimentalismo ma questa è la mia risposta sincera) è la mia piccola sorellina. È come se avesse un’aura propria e unica. So che sicuramente tutto il mio amore per lei è dovuto al nostro legame e al fatto che l’ho vista crescere ma la sua spontaneità, la sua ingenuità e la sua bontà mi rendono davvero orgogliosa di lei.

L’Italia è un Paese di talenti. Dalla musica alla medicina, dalla moda al cinema. Ma anche di continui blocchi e interferenze, per non parlare dei pregiudizi. Perché una persona di talento deve sempre e comunque avere un “padrino” per emergere?

Sicuramente di talenti ce ne sono tantissimi e, purtroppo, anche di pregiudizi ma non penso che sia necessario avere un “padrino” per emergere. Sono, giustamente, necessari contatti perché è in questo modo che si possono trovare nuovi progetti a cui prendere parte, nuovi lavori e nuove possibilità. Il “padrino”, sicuramente, può essere un grande aiuto ma servono anche forza di volontà e una mente ben attiva; potrebbe, invece, essere necessario per emergere in contesti televisivi ma sinceramente non sono realtà che conosco quindi non posso esprimermi.

Come è possibile vivere di arte e cultura senza limitarsi a sopravvivere?

Qualcuno risponderebbe “andare all’estero”, qualcun altro “trovando compromessi e facendo, per esempio, un lavoro per arrotondare”. Io sono ancora nel periodo tra formazione e lavoro quindi mi focalizzo sullo studio, universitario o di danza, affiancandovi esperienze professionali appena ce n’è la possibilità. Spero, presto, di poter rispondere che è possibile.

A volte il destino può riservare belle fortune: a te è mai capitato?

In realtà, mi ritengo una persona davvero fortunata soprattutto per quanto riguarda le relazioni interpersonali visto che ho incontrato e sto incontrando nella mia vita persone molto speciali. Devo anche ammettere che alcune opportunità che ho avuto sono state dovute a colpi di fortuna, che non guastano mai.

I social hanno rotto molti tabù: siamo dell’idea, però, che l’uso decorativo che si fa delle donne non ha niente a che fare con il vero ruolo delle donne nella società. Che ne pensi?

La questione del femminismo mi sta molto a cuore sia perché è una battaglia che vivo in prima persona sia perché le conseguenze del sistema patriarcale sono evidenti nella vita di tutti i giorni e mi fanno rabbrividire. Tutte le notizie di cronaca ci mostrano come il patriarcato non sia ancora stato debellato e le donne continuino a essere in una situazione di inferiorità perché non hanno stessi diritti e possibilità. Dobbiamo tutti combattere questa realtà partendo dalle nostre credenze, informandoci sulla situazione e diffondendo i modi per contrastare chi, invece, crede in questo sistema.
Una realtà di cui faccio parte da quasi due anni e che ha proprio questo obiettivo è Filosofemme, un progetto di divulgazione filosofica che vuole parlare di filosofia attraverso la figura delle filosofe. Riabilitare il ruolo delle donne nella filosofia, e in generale nella cultura, è già un primo passo. Inoltre, il progetto si occupa di recensire, consigliare e trattare diversi libri che possono interessare coloro che vogliono conoscere sempre di più il femminismo e la battaglia di chi è femminista (battaglia che riguarda tutti, non solo le donne).

Papa Francesco sostiene che dalle cronache di questi giorni bisogna mettere al primo posto la dignità umana, le persone concrete, soprattutto le più bisognose per un futuro fondato sulla fraternità…Una bella sfida: che ne pensi?

Io sono una grande sostenitrice del secondo imperativo kantiano, che riguarda proprio il rispettare la dignità umana degli altri: “agisci in modo da trattare l’umanità, sia nella tua persona sia in quella di ogni altro, sempre anche come fine e mai semplicemente come mezzo”. Credo che sia fondamentale partire da questo, nel proprio piccolo, e dal rispetto che si prova verso gli altri. Ci sono poi dinamiche per cui non tutti abbiamo la stessa fortuna, le stesse possibilità: qui si tratta di questioni politiche e, purtroppo, non si può con la bacchetta magica ottenere l’uguaglianza nel mondo. Credo, però, che tenere conto dell’auspicabile uguaglianza tra gli uomini piuttosto che della ricchezza del singolo sia fondamentale nelle proprie scelte politiche e di vita.

Regaliamo speranze: Molti sostengono che tutto ciò che doni al mondo, torna indietro in moltissime forme inaspettate… Tu quanto ci credi?

Io ci credo e non riesco a non crederci, anche se averne conferma non è semplice. Sono convinta, però, del fatto che la sensazione di aver fatto qualcosa per qualcun altro sia impagabile, al di là del ritorno personale. E, per quanto il mio rapporto con la religione sia complesso, credo molto nell’etica della reciprocità che diffonde. Sia nella sua versione negativa, più diffusa, del “non fare agli altri ciò che non vorresti fosse fatto a te” ma, soprattutto, nella versione positiva del “fai agli altri ciò che vorresti fosse fatto a te”.