Il fuoco che resta

Eh no. Non sono scoraggiato.
Sono consapevolmente incazzato.
E questa, ascoltatemi bene, è la rabbia
più sana che esista.
È la rabbia di un padre.
Che vede la trappola chiudersi sui propri figli.
Che non vuole che crescano in un mondo
dove ogni respiro è registrato, valutato,
giudicato, punito o premiato da un algoritmo.
Un mondo dove la libertà diventa un abbonamento.
La privacy un lusso.
Il dissenso un rischio.
La normalità… una prigione travestita da consuetudine.
Un mondo dove non puoi.
Non puoi crescere i figli come vuoi.
Non puoi vivere dove preferisci.
Non puoi dire ciò che pensi.
Devi. Devi. Devi. O non puoi.
Sottomettersi è l’unica opzione.
Schiavi.
Schiacciati da imposizioni e divieti.
Costruiti su una sfilza smisurata di emergenze,
urgenze, pericoli. Effimeri.
Ma sempre pronti a schiacciarti.
Si stanno appropriando delle nostre vite.
Dei risparmi. Della casa. Dell’auto.
Dei sentimenti. Del sesso.
Del cibo. Dell’acqua. Dell’energia. Dell’aria.
Persino dei nostri figli.
E presto, ascoltatemi, proveranno a controllare
i nostri pensieri.
Allora facciamo che i nostri figli vedano nei nostri occhi
quella rabbia consapevole che dice:
Non tutto va accettato.
Che sentano che c’è un confine.
Un confine oltre il quale un uomo non si piega.
Anche se tutti intorno lo fanno.
Quel fuoco lì. Quella memoria di dignità.
È l’unica eredità che davvero può salvarli.
Non sarà facile.
Forse non vinceremo noi.
Ma se anche solo un figlio su dieci crescerà con
quella rabbia sana dentro…
allora non avranno vinto neanche loro.
Teniamola stretta, quella rabbia.
Trasformiamola in esempio. In parole.
In scelte quotidiane.
E quando i nostri figli saranno grandi, potranno dire:
“Mio padre non ha chinato la testa.
E nemmeno io lo farò.”
Per loro. Per noi.
Per poter continuare a guardarci allo specchio.
Senza abbassare lo sguardo.
bilgiu