L’Italia è da anni impegnata in un trasferimento di sovranità verso l’UE, non solo per scelte politiche ma per obblighi derivanti dai trattati e dalle condizionalità economiche del PNRR. Questo piano, finanziato con oltre 190 miliardi di euro, lega i fondi a riforme strutturali – inclusa quella della giustizia – finalizzate a efficienza, indipendenza e lotta alla corruzione, monitorate strettamente da Bruxelles. Un governo che non attua queste riforme rischia concretamente di perdere le tranche successive di fondi, come già avvenuto in passato per ritardi accumulati (e come confermano i monitoraggi continui della Commissione Europea). Ne deriva un vincolo esterno stringente: i governi italiani devono allinearsi alle richieste di Bruxelles per sbloccare le risorse, pur trattandosi di obblighi derivanti da accordi ratificati dal Parlamento – quindi non configurano in alcun modo un “tradimento” legale.
Proprio in questo contesto vanno lette insieme le misure adottate dal governo Meloni sulla giustizia:
• 𝑨𝒃𝒐𝒍𝒊𝒛𝒊𝒐𝒏𝒆 𝒅𝒆𝒍 𝒓𝒆𝒂𝒕𝒐 𝒅𝒊 𝒂𝒃𝒖𝒔𝒐 𝒅’𝒖𝒇𝒇𝒊𝒄𝒊𝒐 (𝟐𝟎𝟐𝟑): elimina la punibilità per abusi di potere senza dolo specifico, rendendo più arduo perseguire corruzione e malagestione, con minor deterrente e maggiore rischio di impunità per chi esercita potere pubblico.
• 𝑳𝒊𝒎𝒊𝒕𝒂𝒛𝒊𝒐𝒏𝒊 𝒂𝒍 𝒑𝒐𝒕𝒆𝒓𝒆 𝒅𝒆𝒍𝒍𝒂 𝑪𝒐𝒓𝒕𝒆 𝒅𝒆𝒊 𝑪𝒐𝒏𝒕𝒊: ridotti i controlli preventivi sugli atti amministrativi e le responsabilità erariali per danni non dolosi. Insieme all’abolizione dell’abuso d’ufficio, crea un vuoto nei controlli sulla PA, indebolendo la lotta alla corruzione e alla spesa pubblica inefficiente.
• 𝑷𝒓𝒆𝒂𝒗𝒗𝒊𝒔𝒐 𝒑𝒆𝒓 𝒑𝒆𝒓𝒒𝒖𝒊𝒔𝒊𝒛𝒊𝒐𝒏𝒊 𝒆 𝒂𝒓𝒓𝒆𝒔𝒕𝒊 𝒊𝒏 𝒄𝒆𝒓𝒕𝒊 𝒄𝒂𝒔𝒊, 𝒑𝒊𝒖̀ 𝒄𝒐𝒍𝒍𝒆𝒈𝒊𝒐 𝒈𝒊𝒖𝒅𝒊𝒄𝒂𝒏𝒕𝒆 𝒑𝒆𝒓 𝒄𝒖𝒔𝒕𝒐𝒅𝒊𝒂 𝒄𝒂𝒖𝒕𝒆𝒍𝒂𝒓𝒆: complica indagini sensibili (es. corruzione), dando tempo per eliminare prove e rallentando la giustizia penale.
• 𝑰𝒏𝒂𝒔𝒑𝒓𝒊𝒎𝒆𝒏𝒕𝒐 𝒑𝒆𝒏𝒆 𝒑𝒆𝒓 𝒎𝒂𝒏𝒊𝒇𝒆𝒔𝒕𝒂𝒛𝒊𝒐𝒏𝒊 𝒅𝒊 𝒑𝒓𝒐𝒕𝒆𝒔𝒕𝒂:
norme anti-rave e blocchi stradali (fino a 6 anni per ostruzioni), estese a proteste ambientaliste e sindacali. Limita libertà di espressione con pene sproporzionate, scoraggiando dissenso e creando squilibrio tra repressione del dissenso e lassismo verso abusi di potere.
• 𝑹𝒊𝒇𝒐𝒓𝒎𝒂 𝒄𝒐𝒔𝒕𝒊𝒕𝒖𝒛𝒊𝒐𝒏𝒂𝒍𝒆 𝑵𝒐𝒓𝒅𝒊𝒐 (𝒍𝒆𝒈𝒈𝒆 𝒏. 𝟐𝟓𝟑/𝟐𝟎𝟐𝟓, 𝒓𝒆𝒇𝒆𝒓𝒆𝒏𝒅𝒖𝒎 𝟐𝟐-𝟐𝟑 𝒎𝒂𝒓𝒛𝒐 𝟐𝟎𝟐𝟔):
separazione carriere PM/giudici, due CSM con sorteggio, Alta Corte disciplinare (con componente laica influenzata dal Parlamento), stretta su intercettazioni e impugnazioni assoluzioni. Rende i PM più esposti a influenze politiche, rischiando indagini selettive e scoraggiando inchieste su potenti.
Premesso che non possiedo competenze tecniche per valutare nel dettaglio i meccanismi giudiziari e gli aspetti ordinamentali – materie che richiedono preparazione specialistica e competenze professionali specifiche – scelgo di non addentrarmi in giudizi di natura tecnica. Mi limito invece a mettere in fila i fatti e le misure adottate, unendo i puntini per delineare un quadro complessivo. Lo faccio in modo neutrale, senza tifo per questo o quell’altro schieramento, con l’unico intento di evidenziare potenziali effetti cumulativi che meritano attenzione.
Queste riforme sono parte delle condizionalità UE accettate per il PNRR: senza di esse, i pagamenti si bloccano. Da un lato, misure che alleggeriscono la pressione su amministratori e politici (abolizione abusi, limiti Corte dei Conti, preavvisi); dall’altro, ridimensionamento dei PM (con rischi di controllo politico) e inasprimento su proteste scomode. Il risultato? Una giustizia potenzialmente più selettiva: dura col dissenso popolare, morbida con abusi di potere.
Non risolve i veri problemi (arretrati, carenza personale, risorse scarse, digitalizzazione lenta), ma rischia di politicizzarla ulteriormente, erodendo fiducia pubblica. Persino l’UE, che condiziona i fondi a efficienza e indipendenza, ha espresso dubbi su alcuni aspetti, temendo regressi.
Il pericolo maggiore è un’erosione graduale dell’indipendenza giudiziaria: abolizione abuso d’ufficio + limiti Corte dei Conti + preavvisi investigativi + stretta su intercettazioni + inasprimento proteste + riforma Nordio = un sistema potenzialmente più protettivo verso chi è al potere e repressivo verso chi contesta dall’esterno. In pratica, potrebbe rendere più difficile per la magistratura nazionale indagare o bloccare decisioni governative che attuano direttive UE controverse – anche quando tali atti potessero, in ipotesi estreme, configurarsi come lesivi della sovranità nazionale o sfiorare reati gravi come l’alto tradimento (art. 241 c.p.) o l’attentato alla Costituzione. Non che questi reati siano stati abrogati (rimangono pienamente perseguibili), ma l’insieme delle riforme crea barriere indirette: PM più esposti a influenze, indagini complicate fin dall’inizio, rischi disciplinari per chi osa procedere su temi sensibili. Ne deriva uno “scudo” indiretto per l’esecutivo – di qualunque colore – che facilita l’allineamento a obblighi sovranazionali senza il timore realistico di azioni penali interne efficaci su quel piano.
Non è catastrofismo, ma un rischio concreto: un’evoluzione graduale che potrebbe rendere i governi più “sicuri” nell’obbedire a poteri sovranazionali, erodendo sovranità interna. E se non fosse la magistratura “invadente” il vero problema, ma una giustizia che, a poco a poco, smette di fare da contrappeso
al potere – qualunque colore abbia? A chi resta davvero la sovranità se allinearsi a Bruxelles diventa più facile senza controlli interni?
È questo il prezzo da pagare per i fondi UE? E voi, lo accettereste?
Il referendum del 22-23 marzo 2026 sarà decisivo.
bilgiu