Referendum: Giustizialismo del governo. Riflessioni e fatti

Alla vigilia del referendum Giustizia, oltre i quesiti referendari (che è per questi che si vota e non pro o contro il governo in carica)  occorre porre attenzione al comportamento dei vari attori sulla giustizia più in generale.

Ieri il capo del governo, intervenendo in Senato ha detto che, contro le aziende che aumentano i prezzi dei carburanti senza giustificazione, è possibile che, se continuano, verranno fatte pagare loro maggiori tasse. La “confusione” che il primo ministro fa è grave: un eventuale intervento dell’autorità in merito dovrebbe essere di quella giudiziaria (dopo accertamento che sia stato commesso illecito/reato) e non di quella  esecutiva/legislativa (che stabilisce l’entità delle imposte).

Una valutazione che ci porta a ulteriore riflessione.

Come è possibile che la premier faccia una così “rozza” confusione? Crediamo che il cosiddetto giustizialismo di chi ha un potere (esecutivo nel nostro caso) porti a credere che tale potere sia assoluto, anche strabordando in altri poteri dello Stato (giudiziario).

Questo ovviamente non va bene nel nostro ordinamento. In genere, chi sarebbe dalla  parte del torto non lo ammette e accusa il denunciante come fideisticamente legato ai poteri della magistratura (genericamente identificati come “sinistra”). I poteri della magistratura esistono, e il referendum del 22 marzo servirebbe proprio a riequilibrare le difformità che si sono sviluppate negli anni, deresponsabilizzando i magistrati e affidando il loro ordinamento interno ad una casta di politicizzati.

Buona parte di chi perora il NO al referendum, direbbe “ecco un esempio di come il potere esecutivo intende  occupare quello giudiziario e quindi è bene respingere la riforma proposta”. Una denuncia delle intenzioni: “se questa  maggioranza dice questo, te l’immagini cosa farà quando si sentirà più forte con la vittoria del referendum”.

Ma, può il giustizialismo della nostra premier, condizionare tutta la politica?

Le riforme molto importanti, è difficile che siano appannaggio di uno schieramento ben marcato. L’esempio del referendum divorzio negli anni 70 del secolo scorso è istruttivo. Chi non voleva il divorzio diceva (il democristiano Amintore Fanfani, capo del governo in carica)  cose tipo “i mariti scapperanno con le cameriere” (un po’ simili ad alcune castronerie che si sentono dal fronte del NO al prossimo referendum), chi perorava la legge non disdegnava di far notare che l’introduzione della laicità nel matrimonio era punto di partenza per individui che avrebbero dovuto decidere da soli per stessi e non delegare Stato o confessione religiosa (sempre di Stato) a farlo. Il referendum impedì la cancellazione del divorzio grazie al voto di chi, riferendosi al testo letterale della legge da abrogare o meno, votò solo su quello e non sulle intenzioni o valutazioni di alcune frange del No e del Sì.

La domanda da porsi anche per il referendum odierno è: la cultura e la prassi dei sostenitori o detrattori della riforma può condizionare la riforma stessa? O non è la riforma, di per sé, giusta?

Se guardiamo all’esperienza del divorzio, crediamo valga “doppiare” quel referendum di 50 anni fa.

E’ pressoché certo che il giustizialismo di Giorgia Meloni, in caso di vittoria del Sì alla riforma, non sarà intaccato (e neanche in caso di vittoria del No). Ma ci interessa il giustizialismo della premier o la riforma in sé?

 

 

 

Vincenzo Donvito Maxia
Presidente ADUC