Una città dove la gente si fidanza per pagare l’affitto e deve genuflettersi per una casa popolare, non mi sembra in buona salute.
(IMG Press)
di Andrea Filloramo
Messina nei secoli ha rappresentato una porta del Mediterraneo, crocevia di popoli, commerci e culture; da tempo, però, a differenza delle altre città siciliane, sembra vivere una lenta ma costante perdita di identità, tanto da non riuscire a tradursi in una forma urbana forte ed essere percepita come una città “attraversata” più che abitata e incapace di immaginare il proprio futuro.
Affacciata sullo Stretto che porta il suo nome, Messina per la sua bellezza e unicità paesaggistica, geologica e geomorfologica; per il suo indubbio valore storico e mitologico in quanto crocevia di civiltà portatrici di storie e di leggende, è stata nei secoli uno dei principali centri strategici del Mezzogiorno.
La sua posizione geografica le ha garantito, per secoli, un ruolo centrale nei traffici marittimi, nella cultura e nella politica del Mediterraneo. Il suo porto naturale, considerato tra i più importanti del Sud Italia, ha rappresentato per lungo tempo un motore economico e sociale fondamentale.
Oggi, eppure, il sentimento dominante tra molti cittadini messinesi – da quanto è facilmente rilevabile – è quello di una città ferma, sfiduciata, incapace di trasformare le proprie potenzialità in sviluppo reale.
Sì, è vero, Messina ha conosciuto tragedie devastanti. Il terremoto del 1908 rase praticamente al suolo la città, cancellando gran parte del patrimonio urbanistico e umano. È vero anche che la ricostruzione, pur necessaria, modificò profondamente il volto urbano e l’identità storica cittadina.
Negli ultimi decenni, però, le ferite non sono arrivate dalla natura, che le è stata spesso madrigna né tanto meno dalla guerra, ma dalla politica, dalla mancanza cioè di visione strategica e da una crisi economica strutturale che ha colpito duramente il territorio. Disoccupazione, fuga dei giovani, impoverimento del tessuto produttivo, progressivo spopolamento rappresentano oggi sono i principali nodi da molto tempo irrisolti.
Già nel 2018 si parlava di una città “sempre più marginale” nello scenario del Mezzogiorno, con migliaia di giovani costretti a lasciare lo Stretto in cerca di opportunità altrove. Il dato fa molta impressione. L’emorragia, fino a oggi, non si arresta: i giovani lasciano Messina con un ritmo spaventoso. In dieci anni quasi 35mila giovani (età compresa fra 18 e 39 anni), hanno abbandonato Messina in cerca di lavoro e pochi di essi ritorneranno. Molti di loro sono diplomati o laureati.
L’espressione tipica ma non solo dei giovani è: “conosci qualcuno?”, È questo il classico gancio informale per cercare una “raccomandazione” o una referenza. Il loro obiettivo è attivare la propria rete di conoscenze (networking) per ottenere un contatto chiave o un’opportunità di lavoro, che oltretutto oggi è difficile che arrivi.
Nel dibattito pubblico e sui social emerge una percezione diffusa di declino: una città senza prospettive occupazionali, con poche imprese innovative e un’economia che fatica a reinventarsi.
L’economia messinese vive da tempo, infatti, una crisi profonda. Secondo analisi economiche locali, il sistema cittadino si regge prevalentemente sul settore pubblico, sul pensionamento e su attività commerciali tradizionali poco dinamiche.
Il porto, che dovrebbe rappresentare il cuore pulsante dello sviluppo, non è mai diventato davvero il volano economico capace di rilanciare il territorio. Negli anni si è parlato molto di logistica, turismo crocieristico (in tal senso qualcosa si comincia a fare), economia del mare e centralità dello Stretto, ma i risultati concreti sono rimasti inferiori alle aspettative.
Negli ultimi vent’anni Messina ha attraversato esperienze amministrative molto diverse tra loro: dal centrodestra tradizionale ai movimenti civici e antisistema. Tuttavia, al di là degli slogan, molti problemi strutturali sono rimasti sempre irrisolti. La città continua, perciò, a fare i conti con difficoltà finanziarie, piani di riequilibrio economico e una macchina amministrativa spesso percepita come lenta e inefficiente.
Anche il clima politico, da quel che si legge, appare segnato da tensioni, ricorsi e polemiche che rischiano di allontanare ulteriormente i cittadini dalla partecipazione democratica. Non a caso, il tema della credibilità delle istituzioni locali sarà uno degli elementi centrali delle prossime elezioni amministrative del 24 e 25 maggio.
Le prossime elezioni comunali rappresentano dunque un passaggio cruciale per il futuro di Messina. I cittadini chiedono innanzitutto una cosa semplice: normalità amministrativa, meno propaganda e più capacità di governo, meno conflitti personali e più programmazione.
Le priorità sembrano ormai chiare: rilancio economico e occupazionale; valorizzazione del porto e dell’economia del mare; sostegno ai giovani e alle imprese innovative; riqualificazione urbana e periferica; gestione trasparente delle risorse pubbliche; contrasto allo spopolamento.
Cresce inoltre la richiesta di una visione moderna della città metropolitana dello Stretto, capace di creare sinergie con la Calabria e con l’intero sistema mediterraneo.
Ma il vero nodo sarà la fiducia. Perché Messina non ha bisogno soltanto di opere pubbliche o di nuovi slogan elettorali: ha bisogno di recuperare fiducia in sé stessa. Il rischio è che continui a vivere sospesa tra nostalgia del passato e incapacità di costruire il futuro.
Le prossime amministrative saranno quindi molto più di una semplice competizione politica. Perché Messina, nonostante tutto, resta una città che merita molto di più della rassegnazione.
