di Roberto Malini
«La libertà è come l’aria: ci si accorge di quanto vale quando comincia a mancare». Piero Calamandrei ricordava spesso che le leggi, da sole, non bastano a difendere la democrazia. A far vivere il diritto sono gli uomini che lo applicano. Per questo motivo la responsabilità personale e l’indipendenza di chi amministra la giustizia sono condizioni essenziali: senza magistrati liberi da pressioni politiche o da interessi di parte, anche la migliore norma rischia di diventare lettera morta.
La Costituzione italiana nasce proprio da questa consapevolezza. I costituenti avevano davanti agli occhi l’esperienza del fascismo, quando il pubblico ministero dipendeva dal potere esecutivo e la giustizia poteva essere piegata alle esigenze del regime. Per evitare che ciò accadesse di nuovo, decisero di costruire un sistema nel quale giudici e pubblici ministeri appartenessero allo stesso ordine della magistratura, garantiti da autonomia e indipendenza e sottratti all’influenza diretta del governo.
Si tratta di un impianto pensato con grande lucidità da una generazione di giuristi di straordinario valore: figure come Piero Calamandrei, Costantino Mortati, Giovanni Leone e molti altri contribuirono a disegnare un equilibrio delicato tra i poteri dello Stato. Il loro obiettivo era chiaro: impedire che la funzione penale potesse tornare a essere uno strumento nelle mani della politica. Naturalmente nessun sistema istituzionale è perfetto.
Anche oggi si discute di riforme della giustizia e di possibili modifiche dell’assetto costituzionale. Si ricorda talvolta che la percentuale di passaggio tra le funzioni di giudice e pubblico ministero è minima — circa lo 0,3% dei magistrati — e questo dato viene usato come argomento nel dibattito. Ma proprio questo numero, per quanto piccolo, ricorda che la Costituzione non fu costruita sulla base di contingenze statistiche, bensì su un principio di fondo: garantire che l’azione penale resti indipendente dal potere politico e che il pubblico ministero non diventi, come accade in altri ordinamenti, l’avvocato del governo.
Per questo la Costituzione stabilisce anche l’obbligatorietà dell’azione penale: il pubblico ministero deve perseguire i reati quando emergono, senza poter scegliere secondo convenienze o indirizzi politici. È una scelta precisa, maturata nel clima della ricostruzione democratica, quando la memoria dell’abuso di potere era ancora viva.
Quando si tocca la Costituzione, dunque, non si interviene soltanto su un testo giuridico. Si entra in un sistema di garanzie costruito con grande attenzione da una generazione che aveva conosciuto la perdita della libertà e voleva impedirne il ritorno.
Discutere di riforme è legittimo e necessario, ma richiede sempre lo stesso rispetto e la stessa profondità di visione che guidarono i costituenti. Perché la democrazia, come ricordava Calamandrei, non vive soltanto nelle norme: vive nella coscienza di chi le applica e nella responsabilità di chi decide di cambiarle.
Nella foto, Piero Calamandrei
