L’AVESSE DETTO: ATTENTI SUL MERCATO LIBERO GIRANO STRANE STORIE. IL DECRETO CARBURANTI 2026

Il Decreto Carburanti (DL 33/2026, fresco del 18 marzo) è la solita pagliacciata all’italiana: venti giorni scarsi di “sconto” alla pompa — 25 centesimi al litro su benzina e gasolio, 12 centesimi al chilo sul GPL. La scusa è la crisi in Medio Oriente: guerra in Iran, Hormuz bloccato, prezzi alle stelle. L’obiettivo dichiarato è riportare tutto sotto i 2 euro al litro (magari 1,90 per il diesel), con controlli anti-speculazione affidati a GdF, Antitrust e Mr. Prezzi.
Perfetto, sulla carta.
La premier Meloni e il vicepremier Salvini lo presentano come un gesto eroico, con la fanfara delle grandi occasioni: “Abbassiamo i prezzi sotto i 2 euro!”. Certo. E i soldi?
Qui arriva il capolavoro: il costo del giochetto – tra 417 e 550 milioni di euro – viene coperto con tagli lineari ai ministeri (Allegato 1, per chi ama la Gazzetta Ufficiale). Ed eccovi i contributi “eccellenti”: MEF: 127,5 milioni; Infrastrutture e Trasporti (quello di Salvini) 96,5 milioni; Salute 86 milioni; Interno 30 milioni; Istruzione 25 milioni.
Tradotto: ti regalano 25 centesimi per tre settimane, ma li strappano alla sanità già in apnea, alle strade sfondate, alle scuole che cadono a pezzi, alla sicurezza sempre meno “sicura”. È il classico contentino elettorale: urlano “abbiamo abbassato i prezzi!”, ma lo Stato non mette un euro vero.
Non è un taglio strutturale alle accise. Non è una riforma fiscale. Non tocca le cause del caro-benzina: l’IVA al 22% calcolata anche sulle accise, il prezzo industriale gonfiato dalle solite quattro-cinque compagnie che dominano tutto. È uno spot di venti giorni. Poi si torna come prima.
La verità – quella che nessuno dice perché non conviene a nessuno – è che nel cosiddetto mercato libero dei carburanti il prezzo lo fanno compagnie e gestori, punto. Lo Stato mette accise e IVA, poi si sfila. Non esiste un prezzo massimo, non esiste un tetto, non esiste un freno: esiste solo la libertà di chi vende di sparare la cifra che il territorio “tollera”.
Il resto del prezzo – prezzo industriale e margine del distributore – lo decidono loro. E sulla concorrenza, quella che il “libero mercato” dovrebbe garantire, le compagnie preferiscono non farsi la guerra a colpi di sconti: l’oligopolio di fatto scarica tutto sui cittadini.
I controlli rafforzati dal decreto (GdF, Antitrust, Mr. Prezzi) possono intervenire su aspetti specifici, ma non possono imporre un prezzo massimo né obbligare un gestore a vendere a 1,85 se il contesto locale regge 2,19. È tutto perfettamente legale. Perfettamente libero. Perfettamente asimmetrico.
Un sistema dove i benefici di eventuali riduzioni fiscali possono essere assorbiti dai margini privati, mentre i costi – come i tagli di bilancio per finanziare lo sconto – ricadono sul pubblico.
Il classico schema: socializzare le perdite, privatizzare i profitti.
E questo vale per tutte le ex aziende pubbliche privatizzate.
Banche, telecomunicazioni, trasporti, servizi, sanità, sicurezza, scuola: tutto ciò che è stato privatizzato funziona allo stesso modo. Non creano valore per il Paese: lo estraggono dai cittadini, un prelievo continuo fatto di tariffe, commissioni, bollette e disservizi trasformati in costo.
È un flusso costante dal basso verso l’alto: milioni di piccoli pagamenti che diventano dividendi per azionisti – spesso esteri – mentre i rischi e le perdite restano pubblici. Una redistribuzione al contrario: la ricchezza non circola, viene risucchiata. Un capolavoro di ingegneria economica.
Ed ora scusate, tornate pure a litigare tra destra e sinistra e fare la ola per i 25 cent alla pompa.
bilgiu