In Italia si intercetta molto. E si intercetta da decenni. Ma mai come oggi è evidente quanto questo strumento, indispensabile per la sicurezza e la lotta alla criminalità, sia diventato anche un terreno di tensione tra garanzie individuali, costi pubblici e capacità investigativa. Per questo motivo Eurispes ha promosso un’indagine sistematica, basata esclusivamente sui dati ufficiali del Ministero della Giustizia (DG‑Stat), con l’obiettivo di “conoscere per migliorare”: comprendere come, dove e quanto si intercetta, quali tecnologie vengono utilizzate, quali costi comportano e quali criticità emergono. Il quadro che emerge è chiaro: dal 2013 al 2023 il numero di dispositivi, ambienti e utenze sottoposti a intercettazione è diminuito del 40,8%, passando da 141.774 a 83.883. Una discesa costante, interrotta solo da un lieve rimbalzo nel 2023. Il minimo storico è il 2022, con 82.494 bersagli. Ma il primo semestre 2024 mostra un’accelerazione che potrebbe segnare un cambio di rotta.
Le intercettazioni telefoniche regine incontrastate
Nonostante l’evoluzione tecnologica, l’Italia resta un Paese che intercetta soprattutto al telefono. Nel 2022 le intercettazioni telefoniche rappresentano il 74% del totale, nel 2023 il 71%. Le ambientali seguono a distanza (16–17%), mentre intercettazioni informatiche e trojan – strumenti più invasivi e sofisticati – crescono lentamente ma in modo costante. È il segno di un sistema investigativo che si adatta alla digitalizzazione, ma che continua a considerare la voce il canale privilegiato per capire, prevenire, colpire.
Un’Italia divisa in due, Sicilia e Campania da sole raccolgono oltre un terzo delle intercettazioni nazionali
La geografia delle intercettazioni racconta un Paese spaccato. Nel 2022 il 37% dei bersagli è nel Sud, il 20% nelle Isole. Sicilia e Campania, da sole, rappresentano oltre un terzo del totale nazionale. Il Nord-Est, invece, si ferma all’8%. Non è solo una questione di criminalità organizzata: è anche una diversa intensità investigativa, una diversa tipologia di reati, una diversa cultura giudiziaria. Le DDA confermano questo squilibrio: quasi la metà dei bersagli antimafia si concentra nel Mezzogiorno. Il Centro, invece, domina nelle intercettazioni legate al terrorismo, con il Lazio in testa: un dato che riflette la presenza di sedi istituzionali, diplomatiche e strategiche.
Una macchina che costa molto
Le intercettazioni non sono solo uno strumento investigativo: sono anche una voce di spesa imponente. Nel 2022 lo Stato ha investito oltre 192 milioni di euro, nel 2023 193,5 milioni. Il distretto di Palermo da solo supera i 48 milioni. Una cifra che impressiona e che impone una riflessione sulla razionalizzazione delle risorse e sulla trasparenza dei costi. Ma il dato più problematico riguarda le spese per consulenze e perizie di trascrizione. Oggi non esiste un sistema informatico nazionale che consenta di distinguerle da quelle degli altri ausiliari del magistrato. Le risposte delle Corti d’Appello – solo 13 su 26 – confermano una frammentazione che rende impossibile sapere quanto lo Stato spenda davvero per trascrivere e analizzare le intercettazioni.
Il punto cieco del sistema: chi trascrive le intercettazioni?
È qui che emerge la criticità più grave. In Italia non esiste una figura professionale formalmente riconosciuta di perito fonico o trascrittore forense. Eppure, la trascrizione è uno dei passaggi più delicati dell’intero processo penale: un errore di ascolto, una parola mal interpretata, una voce attribuita in modo scorretto possono cambiare la vita di una persona. A questo si aggiunge un ulteriore elemento, spesso ignorato nel dibattito pubblico: a fronte di una spesa rilevante, la qualità tecnica delle registrazioni non è affatto elevata. Oggi quasi tutte le intercettazioni vengono registrate in formati compressi lossy, cioè con perdita di informazione acustica. È una scelta che riduce la qualità del segnale e limita la possibilità di effettuare analisi fonetiche e acustiche accurate. In molti casi, inoltre, le impostazioni tecniche — dai livelli di guadagno ai parametri di compressione — sono lasciate in mano a operatori privati che non possiedono competenze specifiche in acustica o fonetica forense. Il risultato è un materiale audio spesso degradato, difficile da interpretare e scientificamente fragile.
Nella categoria “trascrizione” ci sono solo 76 iscritti in tutta Italia, spesso senza indicazione di titoli, competenze o formazione specifica
Il nuovo portale nazionale dei CTU e dei periti ha introdotto la categoria “trascrizione”, ma i numeri parlano da soli: solo 76 iscritti in tutta Italia, spesso senza indicazione di titoli, competenze o formazione specifica. In molti casi non è possibile verificare né la preparazione tecnica né l’esperienza professionale. È un vuoto normativo che pesa sulla qualità delle indagini e sulla tenuta del sistema giudiziario. Questa situazione solleva un tema più ampio: i limiti di un processo scientifico dovrebbero essere stabiliti dalla scienza, non dalla politica o dal mercato. Eppure, oggi le intercettazioni — dalla captazione alla registrazione, fino alla gestione dei formati — sono affidate a ditte private che operano secondo logiche industriali e commerciali, non secondo standard scientifici. La fonetica forense, l’analisi della voce, la trascrizione giudiziaria non sono attività improvvisabili: richiedono competenze linguistiche, acustiche, tecnologiche e metodologiche avanzate. Senza professionisti qualificati e senza standard tecnici adeguati, il rischio di errori giudiziari aumenta. E con esso la sfiducia dei cittadini.
Intercettazioni, conoscere per migliorare
Il report sulle intercettazioni dell’Eurispes mostra un Paese che intercetta molto, investe molto, ma non sempre dispone degli strumenti organizzativi e professionali necessari per garantire qualità, affidabilità e tutela dei diritti. Per questo risulta indispensabile:
- definire standard formativi e requisiti professionali per periti fonici e trascrittori;
- rendere tracciabili e trasparenti le spese di giustizia;
- armonizzare i sistemi informativi delle Corti d’Appello;
- investire nella formazione specialistica e nella certificazione delle competenze.
La tecnologia evolve, la criminalità evolve, e la giustizia deve evolvere con la stessa rapidità. “Conoscere per migliorare” oltre a dare il titolo al report dedicato alle intercettazioni, non è uno slogan: è la condizione necessaria per un sistema più efficiente, più giusto e più rispettoso dei diritti fondamentali.
Luciano Romito e Mario Caligiuri, autori del report Eurispes “ Intercettazioni – Conoscere per migliorare”, docenti Università della Calabria
