Mettere in dialogo Emma Bonino e Henri Lefebvre – sociologo e geografo francese – significa accostare due figure lontane per formazione, linguaggio e campo d’azione, ma unite da una medesima idea, I diritti non sono concessioni benevole del potere, né formule astratte depositate nei testi legislativi. Sono conquiste storiche, pratiche collettive e processi politici che devono essere continuamente difesi, ampliati e resi effettivi. Bonino ha tradotto questa convinzione nell’azione radicale, nelle campagne per l’autodeterminazione delle donne, contro la pena di morte, contro le mutilazioni genitali femminili e a favore della giustizia internazionale. Lefebvre l’ha elaborata attraverso una critica dello spazio sociale e della città, mostrando come ogni diritto si realizzi sempre dentro luoghi concreti, attraversati da disuguaglianze, conflitti e rapporti di potere.
Il punto di contatto più significativo riguarda dunque la democrazia. Per Bonino, essa non coincide semplicemente con il funzionamento periodico delle istituzioni rappresentative. Implica la possibilità concreta di prendere parola, manifestare, dissentire e partecipare alla definizione delle regole comuni. La sua lunga esperienza politica è stata sostenuta dalla convinzione che «mai» si debbano dare per scontati i diritti e che la libertà richieda responsabilità, partecipazione e coraggio. La democrazia, in questa prospettiva, è inseparabile dalla difesa delle minoranze e dalla capacità di trasformare una sofferenza privata in una questione pubblica. La vicenda dell’aborto clandestino ne è un esempio decisivo. Il corpo delle donne, sottratto alla clandestinità e alla tutela paternalistica, diventa luogo di autodeterminazione e di cittadinanza.
Lefebvre consente di comprendere la dimensione spaziale di questo processo. Il diritto alla città non è soltanto il diritto di abitare un determinato territorio, ma quello di partecipare alla sua produzione e di usufruire dei suoi beni collettivi. La città è contemporaneamente uno spazio materiale, un insieme di rappresentazioni e una trama di pratiche quotidiane. Per questo non può essere considerata un semplice contenitore neutrale della vita sociale. La città distribuisce opportunità, accessi e vulnerabilità. Una scuola distante o degradata, un ospedale irraggiungibile, un quartiere privo di trasporti o di spazi verdi non costituiscono soltanto problemi urbanistici. Sono forme concrete di disuguaglianza nell’esercizio dei diritti.
Da questo punto di vista, il diritto alla salute e il diritto all’educazione possiedono una natura profondamente lefebvriana. Sono diritti riconosciuti in astratto, ma acquistano consistenza solo quando si traducono in servizi, infrastrutture, relazioni e possibilità d’uso. Non basta affermare che ogni persona ha diritto alla cura o all’istruzione. Occorre chiedersi chi possa raggiungere una struttura sanitaria, chi disponga di tempo e risorse per studiare, quali territori siano dotati di scuole, biblioteche, ambulatori e presidi sociali, quali gruppi restino invece esclusi. Il diritto, dunque, non si esaurisce nella norma. Si misura nella distanza tra la sua proclamazione e l’esperienza quotidiana.
Qui il confronto con Bonino diventa particolarmente fertile. Le sue battaglie mostrano che la salute non è soltanto una questione tecnica o amministrativa. È legata alla libertà di scegliere sul proprio corpo, alla disponibilità di informazioni, all’accesso ai servizi e alla possibilità di sottrarsi a forme di violenza istituzionale o culturale. La salute è quindi anche un diritto politico, perché presuppone soggetti capaci di decidere e istituzioni obbligate a garantire condizioni di autonomia. L’educazione svolge una funzione analoga. Non è soltanto trasmissione di conoscenze, ma costruzione della capacità di comprendere il mondo, riconoscere i propri diritti e partecipare alla vita collettiva.
Lefebvre invita tuttavia a evitare ogni automatismo. Non è sufficiente immaginare che una città progettata democraticamente renda automaticamente realizzati il diritto alla salute e quello all’educazione. La realtà sociale è più contraddittoria. Gli spazi vengono progettati, ma sono anche oggetto di appropriazione. Le politiche pubbliche possono includere, ma anche selezionare; le istituzioni possono proteggere, ma anche produrre esclusione. Il diritto alla città è perciò un processo aperto, il cui esito non è predeterminato. Esso dipende dalle diverse geografie sociali, dalle condizioni storiche e dalle capacità dei gruppi di intervenire nello spazio urbano.
In questo senso, la democrazia può essere definita, con Lefebvre, come una lotta permanente tra la pressione dei poteri e l’espansione dei diritti. La lista dei diritti non è mai chiusa. Ai diritti civili e politici si sono aggiunti quelli delle donne, dei bambini, dei lavoratori, il diritto alla salute, all’istruzione, all’educazione, all’ambiente e alla partecipazione. Bonino ha incarnato questa apertura attraverso una pratica politica radicale, fondata sulla mobilitazione e sulla capacità di portare temi rimossi al centro del dibattito pubblico. Lefebvre ha mostrato che ogni nuova conquista modifica anche il modo in cui gli individui vivono e organizzano lo spazio.
Entrambi, pertanto, respingono l’idea di un essere umano ridotto a un’unica dimensione. Lefebvre critica tanto l’immagine dell’homo cogitans, definito dal pensiero puro, quanto quella dell’homo faber, identificato esclusivamente con il lavoro. L’essere umano reale è fatto di bisogni, desideri, linguaggio, gioco, piacere, abitare e memoria. È un soggetto complesso, che vive il proprio corpo e i propri spazi, costruisce relazioni e chiede di non essere ridotto né a produttore né a consumatore. Anche le battaglie di Bonino, in particolare quelle sull’autodeterminazione femminile, hanno restituito centralità a questa persona concreta, sottraendola alle definizioni imposte dall’autorità religiosa, patriarcale o statale.
Ne deriva un’idea di diritto insieme universale e situata. Universale, perché nessuno dovrebbe essere escluso dalla libertà, dalla salute o dall’educazione. Situata, perché ogni diritto prende forma dentro condizioni sociali, corpi, territori e biografie differenti. L’uguaglianza non consiste allora nel trattare tutti allo stesso modo, ma nel rimuovere gli ostacoli che rendono alcuni più esposti di altri alla malattia, all’ignoranza, alla povertà o alla marginalità.
La lezione comune di Bonino e Lefebvre è che ogni diritto vive soltanto se qualcuno lo rivendica, lo pratica e lo rende visibile. La città democratica non è quella priva di conflitti, ma quella capace di ospitarli e trasformarli in partecipazione. La salute e l’educazione non sono semplici prestazioni da distribuire, ma forme essenziali dell’abitare insieme. E la democrazia, più che un punto d’arrivo, è il movimento incessante attraverso cui gli esseri umani arricchiscono la propria idea di libertà e ampliano lo spazio dei diritti.
Gian Luigi Corinto
docente di Geografia e marketing agroalimentare Università Macerata, collaboratore Aduc
