Se muore un bambino non vaccinato, la causa è ovvia e indiscutibile: mancata vaccinazione. Se muore (o si ammala) un bambino vaccinato per la stessa patologia, quella logica improvvisamente evapora: si parla di “sfortuna”, di “caso isolato”, di “nessuna correlazione”. La correlazione, a quanto pare, è un’entità timida: appare solo quando conferma la storia, mai quando la incrina.
Nel caso di Palermo la bambina di quattro anni non era vaccinata e l’ISS ha confermato la difterite tossina-positiva come causa del decesso. Il cuginetto, vaccinato, è risultato positivo, è stato ricoverato, ha avuto sintomi, ma ha avuto un decorso nettamente meno grave e sta migliorando. Nel frattempo i genitori hanno denunciato i medici per diagnosi sbagliata e cure inadeguate: dal primo accesso del 13 agosto con diagnosi di tonsillite al decesso del 20 agosto è passato tempo prezioso. La difterite, se riconosciuta e trattata tempestivamente con antitossina e antibiotici, è curabile. I due piani — assenza di immunizzazione e possibili ritardi clinici — non si escludono a vicenda. Eppure la narrazione pubblica ha scelto di concentrarsi quasi esclusivamente sul primo.
La comunicazione del 22 agosto 2026 ha ricalcato i toni dei primi giorni di Codogno: “caccia al paziente zero”, “rischio focolaio”, “boom di vaccinazioni”. L’esavalente infantile è diventato il protagonista assoluto. Il trivalente DTP, che pure contiene la componente antidifterica obbligatoria, è rimasto quasi invisibile. Non perché sia clinicamente irrilevante, ma perché l’esavalente è commercialmente più strategico.
Oggi il mercato degli esavalenti pediatrici in Italia (e in gran parte d’Europa) è di fatto un duopolio: GSK con Infanrix Hexa e Sanofi con Hexyon. Un terzo attore, soprattutto se non è un esavalente, rischia di essere un incomodo.
È esattamente il caso di SPVX02, il vaccino antidifterico-tetanico termostabile (stabile a 30°C per due anni) sviluppato da Stablepharma e prodotto a Monza da Thermo Fisher. Non è un esavalente, non entra nel calendario pediatrico combinato, ma offre una soluzione logistica radicalmente diversa. I risultati di Fase 1 sono stati pubblicati su eClinicalMedicine (The Lancet) proprio in questi giorni. Eppure, mentre i media italiani parlano di difterite, di focolai e di boom di vaccinazioni, non dedicano una sola riga a SPVX02. Silenzio totale. Come se non esistesse. Non è ancora sul mercato e, soprattutto, non serve alla narrazione dell’emergenza né al consolidamento del duopolio esistente.
C’è quindi un altro elemento che raramente entra nella narrazione: l’esavalente non è l’unico strumento disponibile. La componente antidifterica è obbligatoria, sì, ma può essere somministrata anche tramite il trivalente DTP, che soddisfa pienamente l’adempimento previsto dalla legge. Molti Paesi europei utilizzano schemi basati proprio sul DTP o su combinazioni diverse dall’esavalente, e questo rende i confronti meno lineari di quanto si racconti.
“Messina si riscopre no vax”
Così titola un noto quotidiano locale. Una frase efficace, da prima pagina, costruita per colpire l’occhio e orientare il pensiero. Funziona benissimo nei titoli, un po’ meno quando si osserva il quadro complessivo.
La copertura vaccinale antidifterica a Messina — secondo i dati locali — si aggira intorno al 80%. Un valore certamente migliorabile, ma che non è affatto distante dalle dinamiche europee: la soglia raccomandata dall’OMS per prevenire la circolazione della difterite è il 95%, e molti Paesi UE/SEE non la raggiungono, pur avendo sistemi sanitari solidi e politiche vaccinali consolidate. La copertura media europea per la terza dose del vaccino contenente difteritetetanopertosse (DTP3), secondo le stime WUENIC OMS/UNICEF, oscilla infatti intorno al 92–93%, con diversi Paesi stabilmente sotto il 95% senza che questo generi crociate mediatiche o campagne di colpevolizzazione.
In Sicilia, il ciclo completo a 24 mesi si ferma all’85%: un dato basso, sì, ma perfettamente coerente con il quadro europeo, dove la copertura varia in base a fattori culturali, organizzativi, demografici e — soprattutto — al fatto che circa metà dei Paesi UE non prevede alcun obbligo vaccinale pediatrico. Spagna, Portogallo, Austria, Svezia, Danimarca, Paesi Bassi, Finlandia, Irlanda: tutti Paesi che si affidano alle raccomandazioni, non agli obblighi. E dove non c’è obbligo, le coperture oscillano: non crollano, non esplodono, semplicemente riflettono la fisiologia di sistemi che scelgono la persuasione invece della coercizione. Ed è proprio qui che si apre un capitolo spesso ignorato, ma decisivo per comprendere il comportamento delle famiglie: la percezione dell’esavalente. Un trait d’union necessario tra ciò che la legge prevede e ciò che le persone vivono.
Molti genitori, infatti, percepiscono l’esavalente come un intervento troppo invadente per corpicini che devono ancora formarsi. L’idea di concentrare sei componenti in un’unica iniezione su un neonato o un lattante genera spontaneamente un senso di intrusività: un farmaco vissuto come “potente”, “complesso”, “carico”, qualcosa che entra nel corpo prima ancora che quel corpo abbia finito di capire come stare al mondo.
Il trivalente DTP, al contrario, appare intuitivamente più proporzionato, più “leggero”, più comprensibile. Non perché sia clinicamente diverso — questo è terreno medico — ma perché la sua struttura rispecchia meglio l’immaginario dei genitori: tre componenti, non sei; un intervento che sembra più “misurato”, più “a misura di bambino”.
A tutto questo si aggiunge un altro elemento, spesso taciuto ma presente: la paura legata al disturbo dello spettro autistico. Una paura che nasce da anni di discussioni pubbliche, informazioni confuse e narrazioni contraddittorie, una paura definita “emotiva”.
Ma le paure emotive, quando si parla di bambini, pesano quanto e più delle evidenze.
Il risultato è che l’esavalente, più del trivalente, scatena pensieri e sentimenti contraddittori: non rifiuto ideologico, ma prudenza genitoriale; non negazione della scienza, ma timore dell’eccesso; non ostilità, ma bisogno di capire.
In Italia, invece, la narrazione tende a essere più rigida, più moralistica, più punitiva della media europea. L’obbligo esteso, i toni da emergenza e la facilità con cui si costruisce un colpevole collettivo non sono la norma continentale: sono una scelta. E come ogni scelta, andrebbe discussa, non trasformata in verità indiscutibili.
La legge 119/2017, nel concreto, prevede in caso di mancata vaccinazione una sanzione amministrativa. Una multa. Non la procura, non il tribunale, non la gogna mediatica. E dai 6 anni in su, l’accesso a scuola è garantito per legge, indipendentemente dallo stato vaccinale.
Eppure il titolo ha fatto il suo lavoro: ha costruito un colpevole collettivo, ha trasformato un dato di copertura insufficiente in un marchio d’infamia e ha preparato il terreno alla narrazione successiva. Quando un giornale sceglie di titolare così, non sta semplicemente informando: sta decidendo quale pezzo della realtà merita di diventare notizia e quale può restare in ombra.
L’assenza di accountability e la gogna selettiva
Durante e dopo la pandemia non c’è stata, da parte delle principali istituzioni sanitarie e dei loro rappresentanti più esposti, una vera assunzione di responsabilità. Non si sono viste dimissioni significative, non si sono sentite scuse chiare e circostanziate per gli errori più costosi: modelli sovrastimati, promesse di sterilità vaccinale poi ritirate, gestione della comunicazione che ha oscillato tra allarme e rassicurazione, pressione sociale e mediatica sui dissenzienti, costi umani ed economici dei lockdown prolungati. Al contrario, in molti casi si è assistito a un rincaro della dose: chi aveva espresso dubbi o critiche è rimasto etichettato, mentre le stesse voci che avevano sbagliato continuavano a parlare dall’alto della cattedra.
Questo è inaccettabile.
La mancanza di umiltà e di accountability erode la fiducia in modo strutturale, non solo congiunturale. Quando poi, di fronte a un caso tragico come quello di Palermo, la reazione pubblica e mediatica si concentra quasi esclusivamente sulla colpevolizzazione dei genitori — “no vax”, “hanno danneggiato i figli” — e dedica poca o nessuna attenzione ai possibili ritardi diagnostici, alla gestione clinica, alle coperture reali del territorio o ad altri fattori, il meccanismo si ripete: le famiglie diventano facilmente carne da macello mediatica, mentre le responsabilità istituzionali o professionali restano in secondo piano.
È un pattern che si è visto spesso e che merita di essere smascherato.
Portare allo scoperto elementi che i media mainstream tendono a sottovalutare o a non collegare — tempistiche regolatorie e commerciali, silenzio su alternative come SPVX02, modalità di comunicazione allarmistica, asimmetria nella distribuzione delle colpe, questioni relative ai flussi migratori e ai controlli sanitari — non è di per sé “unire i puntini in modo complottista”. È giornalismo critico. Cioè fatti verificabili e non correlazioni in prove di intenti malevoli non dimostrati. La rabbia per l’assenza di scuse e per la gogna selettiva è comprensibile, e in molti casi giustificata dallo sciacallaggio mediatico e dall’assenza di responsabilità istituzionale. Ma diventa ancora più incisiva quando si affianca alla lucidità: quando non si limita a reagire alla narrazione, ma la osserva, la smonta, la mette in prospettiva. È in quella combinazione — indignazione e chiarezza — che il lettore diventa meno esposto alle contronarrazioni e più capace di riconoscere ciò che davvero conta.
Si può, e si deve, denunciare dallo sciacallaggio mediatico e l’assenza di responsabilità istituzionale senza dover sostenere che la mancata vaccinazione non abbia avuto alcun ruolo nella tragedia, o che il vaccino antidifterico sia sostanzialmente irrilevante. I due piani possono e dovrebbero (condizionale d’obbligo), coesistere in un’analisi onesta.
Se l’obiettivo è dare al lettore strumenti per leggere oltre la superficie mediatica, allora più il testo è preciso e meno si espone a facile smentita, più diventa efficace. La rabbia per l’assenza di scuse e per la gogna selettiva è comprensibile e, su molti punti, fondata. Trasformarla in uno strumento di lettura più acuto e meno vulnerabile alle contro-narrazioni è il lavoro che conta.
Messina non si riscopre no vax
Messina si riscopre bersaglio di una narrazione che usa la paura come leva, la legge come scenografia e la tragedia come palcoscenico.
E mentre si parla di task force e segnalazioni, il mercato (Big Pharma), non manca mai: arriva puntuale, con il catalogo aggiornato.
bilgiu
