di Andrea Filloramo
Rispondo alle tante e-mail ricevute a commento del mio articolo del 29 maggio u.s, in cui accennavo al prossimo cambio di guardia dell’arcivescovo di Messina, Lipari e Santa Lucia del Mela. In esse ci sono elogi nei confronti dell’Arcivescovo Accolla. Non manca qualche critica, che – a mio parere – in questo momento molto difficile anche per le Chiese locali, può essere fatta a ogni vescovo.
Nella vita della Chiesa si è spesso portati a identificare il successo o le difficoltà di una diocesi con la figura del suo vescovo. Quando una comunità ecclesiale cresce, si rinnova e trova nuovo slancio, il merito, infatti, viene frequentemente attribuito alla guida del vescovo; quando invece emergono divisioni o stagnazione pastorale, la responsabilità ricade quasi sempre sulla sua persona.
Questa visione, pur contenendo, in alcuni casi, una parte di verità, rischia tuttavia di semplificare eccessivamente una realtà molto più complessa.
Un vescovo, infatti – è bene evidenziarlo – non governa una diocesi da solo. La sua azione pastorale si concretizza attraverso una rete di collaboratori composta dal vicario generale, vicari episcopali, responsabili degli uffici di curia, sacerdoti, religiosi e laici impegnati.
La qualità, la competenza e la fedeltà ecclesiale di queste persone incidono profondamente sulla vita della diocesi, talvolta più delle stesse capacità personali del vescovo.
La storia della Chiesa offre numerosi esempi di vescovi dotati di grandi qualità pastorali che hanno incontrato enormi difficoltà a causa di collaboratori poco preparati, privi di visione o addirittura ostili ai cambiamenti necessari.
Al contrario, vescovi con limiti evidenti sono riusciti a realizzare importanti opere di evangelizzazione e di rinnovamento grazie al sostegno di collaboratori capaci, leali e animati da autentico spirito ecclesiale.
Un aspetto particolarmente delicato riguarda i collaboratori che un vescovo trova già presenti al momento del suo ingresso in diocesi. Ogni nuovo vescovo eredita, infatti, una struttura amministrativa e pastorale costruita nel tempo dai suoi predecessori, la cui storia personale e gestionale è determinante nella vita della dicesi.
Se, poi, chi l’ha preceduto si è dimesso, non per limiti di età ma per qualunque altro motivo la situazione che il nuovo vescovo deve affrontare non è facile.
Non sempre è possibile per un vescovo modificare rapidamente gli assetti esistenti, sia per ragioni canoniche sia per opportunità pastorale. Di conseguenza, deve spesso confrontarsi con persone, metodi e dinamiche che non ha scelto personalmente. In questi casi, la sua capacità di discernimento consiste nel comprendere quali realtà valorizzare, quali correggere e quali eventualmente rinnovare.
Tra le difficoltà che un vescovo può incontrare nella scelta o nella gestione dei propri collaboratori vi è anche la presenza di un certo clericalismo carrierista, fenomeno che non appartiene soltanto ai preti del passato, ma negli ultimi tempi sembra rinnovarsi (che stranezza !!!) particolarmente nei preti giovani.
Esistono infatti ecclesiastici – più nel Sud che nel Nord in cui abito – più interessati ai simboli del potere e della distinzione che alla sostanza del servizio pastorale. Si tratta di quelli che misurano il proprio ruolo sulla base delle cariche ricoperte, delle precedenze protocollari e degli abiti che indossano, mostrando una particolare attrazione per mozzette, fasce, insegne e antichi simboli di prestigio, che oggi non hanno alcun significato.
Talvolta si assiste persino, alla riesumazione da parte di alcuni, di usanze ormai superate e per decenni dimenticate, che alimentano una visione aristocratica del ministero ecclesiastico, come, per esempio il cappello a tre punte, detto anche berretta, che è un copricapo nero a forma di cubo con tre alette rigide sui lati e un fiocco nero o rosso nella parte superiore. Fino a metà Ottocento era molto diffuso tra i parroci, al punto da identificarne la figura e il ruolo.
Quando queste mentalità prendono piede, la vita della diocesi corre il rischio di allontanarsi dalla sua missione fondamentale, che non consiste nell’esaltazione delle dignità personali ma nell’annuncio del Vangelo.
Un vescovo che si circonda di collaboratori animati da spirito di carriera, anziché da autentico zelo pastorale vedrà inevitabilmente indebolita la propria azione evangelizzatrice, perché la ricerca del prestigio personale finisce sempre per prevalere sul bene della comunità.
Altrettanto importante è la scelta dei collaboratori diretti. Un vescovo prudente sa che la nomina delle persone giuste rappresenta una delle decisioni più strategiche del suo ministero. La competenza professionale è certamente necessaria, ma non basta. Occorrono anche equilibrio umano, senso ecclesiale, capacità di lavorare in comunione e sincera dedizione al bene della Chiesa.
Collaboratori che cercano il proprio prestigio personale o che alimentano logiche di potere finiscono inevitabilmente per indebolire l’azione pastorale del vescovo e creare divisioni all’interno della comunità.
La Sacra Scrittura stessa insegna che nessuna missione viene compiuta in solitudine. Mosè si avvalse dell’aiuto degli anziani d’Israele; gli Apostoli scelsero i diaconi per condividere il servizio; san Paolo si circondò di collaboratori fidati nelle sue missioni evangelizzatrici. La guida del popolo di Dio è sempre stata un’opera corale, nella quale la responsabilità del capo si intreccia con il contributo dei suoi collaboratori.
Per questo motivo, la vitalità di una diocesi non può essere misurata esclusivamente sulla base delle qualità del suo vescovo. Certamente il pastore rimane il punto di riferimento dell’unità e della comunione ecclesiale, ma la concreta efficacia della sua missione dipende in larga misura dalle persone che lo affiancano. Una squadra competente, fedele e motivata può amplificare enormemente la capacità di governo e di evangelizzazione del vescovo; una collaborazione inefficace o conflittuale può invece limitarne fortemente l’azione.
In definitiva, il buon governo di una diocesi nasce dall’incontro tra la guida del vescovo e la qualità dei suoi collaboratori. Come in ogni realtà umana e istituzionale, la leadership è importante, ma diventa realmente feconda quando è sostenuta da uomini e donne capaci di condividere una visione, lavorare in comunione e mettere i propri talenti al servizio del bene comune della Chiesa.
