di Andrea Filloramo
Due sono gli episodi recenti che riguardano mons. Luigi Renna, arcivescovo di Catania e i suoi rapporti con le istituzioni locali.
Un episodio è quello dell’invito al Sindaco, Enrico Trantino, a baciare il cranio di Sant’Agata, durante le celebrazioni per il nono centenario del ritorno delle reliquie di Sant’Agata che l’Uaar, cioè l’Unione degli agnostici atei e razionalisti di Catania, ha definito: «una cessione vergognosa alla superstizione necrofila e ai riti tribali».
L’altro episodio riguarda l’’interruzione pubblica del Sindaco di Biancavilla, avvenuto durante la festa patronale della Madonna dell’Elemosina, quando l’Arcivescovo ha tolto il microfono al sindaco e ha ricordato che i saluti liturgici spettano solo al vescovo, chiudendo la celebrazione senza impartire la benedizione papale. Il gesto è stato ritenuto da molti un gesto inquietante, umiliante e piuttosto plateale.
I due episodi si commentano da soli, per cui non occorre aggiungere altro alla valanga di critiche anche molto severe da parte dei media nei confronti dell’arcivescovo.

Dobbiamo prendere atto, però, che Mons. Renna ha chiesto scusa al Sindaco Bonanno di Biancavilla del suo comportamento da lui stesso riconosciuto come non appropriato. Ciò non toglie però che – esulando magari dal contesto dei due fatti di cronaca, si possano fare alcune considerazioni su quanto avviene nella chiesa di oggi.
C’è, infatti, qualcosa di profondamente curioso nel cattolicesimo contemporaneo: mentre tutti parlano di difendere la fede, sempre più spesso sembra che si stiano difendendo riti e appartenenze.
Il tradizionalismo ne è uno degli esempi più evidenti. La tradizione è memoria. Il tradizionalismo è spesso nostalgia, trasformata in ideologia. La prima trasmette qualcosa alle generazioni future; il secondo vorrebbe congelare il passato e usarlo come arma contro il presente.
Così il latino diventa una dichiarazione di appartenenza, il messale una bandiera; l’incenso un certificato di ortodossia; il baldacchino nelle processioni del Santissimo Sacramento un obbligo anche se risalente a disposizioni date nel XIII e XIV secolo; la casula antica da non abbandonare mai nella liturgia e quindi da riesumare; il “prendere la parola” in chiesa durante la liturgia ritenuto un fatto proibito, perché riservato solo al celebrante particolarmente se è un vescovo o meglio un arcivescovo metropolita, di cui occorre tollerare anche ogni reazione scomposta di fronte a quello che egli considera un abuso.
Chi celebra o prega, quindi, in modo diverso, viene guardato con sospetto. Il cristianesimo, però, non è un concorso di estetica liturgica. Puoi, infatti, conoscere perfettamente il latino e non sapere perdonare; puoi amare il gregoriano e disprezzare il tuo prossimo; puoi conoscere a memoria il catechismo e avere un cuore incapace di misericordia; puoi baciare senza ribrezzo il teschio di una santa e non avere pietà di uno straccione sporco che incontri per caso nella strada. Se prete, inoltre, puoi non indossare sempre la talare o non porre sulla testa il tricorno che stranamente da qualche tempo è tornato in auge. per essere un buon prete.
La forma conta e i simboli ovviamente contano ma quando essi diventano più importanti di ciò che dovrebbero esprimere, la forma si trasforma in idolo.
Il problema diventa ancora più serio quando l’identità religiosa ha bisogno di un nemico: il cattolico tradizionalista contro il progressista; il conservatore contro il modernista; il «vero cattolico» contro quello che cattolico non sarebbe abbastanza. La Chiesa diventa, così, il teatro di una guerra civile permanente e sui social questa guerra produce consenso, visualizzazioni e follower.
Qui entra in scena il secondo fenomeno: il culto della personalità: il parroco, il sacerdote o il vescovo non è più soltanto un pastore ma un personaggio con un pubblico, uno stile, un esercito di difensori pronti a intervenire sotto ogni critica. I suoi avversari vengono demonizzati.
La discussione sulla liturgia potrebbe essere un’occasione di ricchezza. In certi ambienti, diventa, invece una frontiera.
Il risultato è surreale: ci si può dividere sulla direzione dell’altare mentre fuori dalla chiesa ci sono persone sole, povere, disperate, immigrati, famiglie in difficoltà; si può litigare per una formula liturgica e dimenticare la formula più difficile di tutte: ama il tuo prossimo.
La Chiesa dovrebbe avere il coraggio di diventare adulta. Un cattolico adulto può amare la tradizione senza idolatrarla; può dissentire senza sentirsi un traditore; può cambiare idea senza sentirsi meno cattolico.
