Roberto Malini — poeta, artista e difensore dei diritti umani — ha inviato al presidente della Fondazione La Biennale di Venezia, Pietrangelo Buttafuoco, l’opera “Padiglione Russia”, un’immagine-manifesto che trasforma idealmente il padiglione russo in un luogo di denuncia: la facciata, sormontata dalla bandiera della Federazione Russa e dalla scritta “RUSSIA”, appare ricoperta di impronte rosse di mani, come tracce di sangue e responsabilità. Un intervento visivo diretto, pensato per unire la voce dell’arte alle proteste di chi rifiuta che la Biennale diventi una vetrina per il regime di Vladimir Putin, invasore dell’Ucraina e destinatario di un mandato d’arresto della Corte penale internazionale per presunti crimini di guerra legati alla deportazione illegale di bambini ucraini.
L’iniziativa si colloca in linea con la posizione dell’Unione europea, del governo ucraino e di tante donne e uomini di pace che in queste settimane hanno chiesto alla Biennale di revocare la partecipazione della Russia. La 61ª Esposizione Internazionale d’Arte, “In Minor Keys”, curata da Koyo Kouoh, apre al pubblico a Venezia il 9 maggio 2026 e proseguirà fino al 22 novembre.
La vicepresidente della Commissione europea Henna Virkkunen ha confermato l’invio di una seconda lettera alla Biennale, fondata su ulteriori elementi, dichiarando di aver condannato “con forza” la decisione di consentire alla Russia di partecipare alla mostra. Bruxelles ha inoltre indicato che la Fondazione dispone di 30 giorni per rispondere alla nuova contestazione, mentre resta sul tavolo la possibile sospensione o revoca del finanziamento europeo di 2 milioni di euro.
Per EveryOne Group, “Padiglione Russia” è un atto civile prima ancora che artistico: un’immagine che chiede di non separare la cultura dalla responsabilità morale. In una Biennale dedicata anche alle voci fragili, minori e resistenti, concedere spazio simbolico alla Russia di Putin significa oscurare le vittime ucraine, gli artisti uccisi, i musei colpiti, le città devastate e una cultura che resiste all’annientamento.
“L’arte non può lavare il sangue della guerra,” afferma Roberto Malini. “Può però mostrarlo, nominarlo, impedirci di distogliere lo sguardo”.
