IL VANGELO SECONDO ANDREA FILLORAMO: Le rivoluzioni più autentiche non nascono dai palazzi del potere, ma dal coraggio di chi decide di rinunciare ai privilegi

di Andrea Filloramo 

Navigando in Rete spesso mi giungono diversi video di preti. Vengo così sempre di più colpito dal fatto che non sono pochi, anzi, negli ultimi tempi, sono aumentati e non poco quelli che vestono e ostentano talari rosse, mozzette rosse, tricorni con il fiocco rosso.  

Indossano, cioè, un insieme di simboli e di segni distintivi, che considero fatue rappresentazioni di una certa parte del clero che ama esibirsi e manifestare l’orgoglio di appartenere ad una casta, di distinguersi dagli altri e di volere ad ogni costo emergere.  

Parlare in questo contesto di orgoglio non si intende costituire un giudizio personalizzato sui singoli individui, che oltretutto non conosco, ma fare soltanto una riflessione generale su un atteggiamento che ritengo inconcepibile. 

L’esibizione dell’orgoglio, però, quasi mai si presenta come vanità dichiarata, ma spesso assume le forme della consuetudine, della dignità istituzionale o della necessità protocollare.  

In questo modo ciò che può apparire come semplice rispetto della funzione è spesso percepibile come affermazione simbolica di superiorità. 

La prima reazione di chi guarda quei video è la meraviglia.  

In un’epoca dominata dalla velocità, dall’informalità, vedere, infatti uomini vestiti e titolati secondo regole che sembrano provenire da un altro tempo, suscita inevitabilmente curiosità per una presunta esibizione di un potere, rappresentato dai simboli, che, nel 2026, fortemente sorprende. 

Da ciò alcune spontanee considerazioni.  

Se la Chiesa Cattolica vuole davvero essere credibile quando parla di umiltà, servizio e fraternità, deve trovare il coraggio di affrontare una contraddizione che da troppo tempo viene ignorata: la sopravvivenza di titoli, onorificenze, mozzette, insegne e privilegi propri dei preti, che continuano a marcare differenze e gerarchie ben oltre ciò che è necessario per il governo della comunità ecclesiale. 

Nel Vangelo non si trova traccia – sarebbe anacronistico – di monsignori, prelati onorari, cappellani di questo o di quello, né di una corsa a riconoscimenti che distinguano un prete dall’altro.  

Ricordiamo che Papa Francesco ha iniziato il processo che ha già portato alla riforma della concessione del titolo di “monsignore” nel 2014, stabilendo che può essere assegnato esclusivamente ai sacerdoti diocesani che hanno superato i 65 anni d’età e solo con il grado onorifico di Cappellano di Sua Santità. 

L’intervento di Papa Francesco si inserisce nella sua volontà di combattere il carrierismo all’interno del clero, che speriamo che continui con il suo successore fino all’abolizione dei titoli e delle insegne. 

Gesù fu esplicito nel mettere in guardia i suoi discepoli dalla ricerca di primi posti, titoli e segni di prestigio. Eppure, nei secoli, la Chiesa ha accumulato una serie di onorificenze che spesso sembrano più eredità di una corte che espressioni di una comunità fondata sul servizio. 

Molti fedeli si domandano quale utilità pastorale abbiano oggi certi titoli. A cosa serve creare categorie privilegiate tra sacerdoti che condividono lo stesso ministero? Quale beneficio spirituale deriva dall’essere chiamati con appellativi onorifici o dall’indossare particolari simboli distintivi? La risposta, nella maggior parte dei casi, è semplice: nessuno. 

Anzi, questi riconoscimenti possono alimentare ambizioni personali, rivalità nascoste e una mentalità carrieristica che nulla ha a che vedere con il Vangelo.  

Oltretutto, dove esistono titoli da ottenere, inevitabilmente esiste anche il desiderio di riceverli. E dove esiste una carriera ecclesiastica, il servizio rischia di lasciare spazio alla ricerca del prestigio.  

 Quando il prestigio associato a una carica assume un valore predominante, il rischio è che la carriera ecclesiastica smarrisca la sua finalità originaria e che il servizio venga subordinato alla ricerca del riconoscimento.  

In questo senso, la sfida non consiste nell’eliminare i ruoli o le responsabilità, ma nel preservare la consapevolezza che ogni autorità autentica trova la propria legittimazione nel servizio reso agli altri, non nell’onore che ne deriva.  

Affermiamo con piena convinzione che non occorre attendere una grande riforma proveniente da Roma. Ogni vescovo, a mio parere, può iniziare subito questa rivoluzione nella propria diocesi.   

Nessuna norma obbliga, infatti, un vescovo a richiedere o promuovere nuove onorificenze per i suoi sacerdoti. Può scegliere di non proporre alcun titolo onorifico, può scoraggiare ogni forma di distinzione non necessaria e può favorire uno stile ecclesiale fondato sulla semplicità evangelica. 

Sarebbe un segnale fortissimo. Immaginiamo diocesi nelle quali nessun sacerdote venga premiato con titoli speciali, dove tutti siano chiamati semplicemente per ciò che sono: presbiteri al servizio del popolo di Dio. 

Immaginiamo vescovi che rinuncino a una logica di riconoscimenti e promozioni simboliche per valorizzare invece la dedizione pastorale, la vicinanza ai poveri e la testimonianza di vita. 

Chi teme che una simile scelta impoverisca la tradizione dovrebbe ricordare che la tradizione autentica della Chiesa non consiste nella conservazione di privilegi, ma nella fedeltà al Vangelo. 

 Le strutture e le consuetudini esistono per servire la missione della Chiesa, non per perpetuare differenze di status. 

La vera domanda, dunque, è semplice: la Chiesa vuole continuare a presentarsi come una comunità di fratelli oppure come un sistema nel quale alcuni vengono continuamente distinti dagli altri attraverso titoli e onorificenze? Se la risposta è la prima, allora il cambiamento deve cominciare adesso.  

Naturalmente, ogni organizzazione ha bisogno di responsabilità differenziate.  

Nessuno mette in discussione la necessità di vescovi, presbiteri o di altri ministeri chiamati a garantire il servizio e l’unità della comunità.  

Il problema nasce quando la funzione si trasforma in status, quando il servizio diventa un segno di superiorità e quando i titoli finiscono per creare una distanza simbolica tra chi guida e chi è guidato. 

Molti fedeli avvertono oggi questa contraddizione.  

In un mondo che domanda autenticità, la credibilità della Chiesa non dipende dalla solennità delle formule protocollari ma dalla coerenza con il messaggio che annuncia.  

Una Chiesa che parla di uguaglianza davanti a Dio, ma che continua a enfatizzare differenze onorifiche e privilegi simbolici, rischia di apparire prigioniera di una cultura del prestigio che appartiene più alla storia delle istituzioni che al Vangelo. 

Ribadiamo: non si tratta di cancellare l’ordine ecclesiale né di negare il valore delle responsabilità.  

Si tratta piuttosto di recuperare il significato originario dell’autorità come servizio. Un vescovo non è meno vescovo se viene chiamato semplicemente per nome; un sacerdote non perde la sua missione se rinuncia a titoli che lo separano dagli altri. Al contrario, la sua autorevolezza può risultare rafforzata da una maggiore vicinanza umana e spirituale. 

La questione non è soltanto linguistica. I titoli sono simboli, e i simboli plasmano la mentalità. Quando alcuni vengono costantemente distinti dagli altri, si alimenta inevitabilmente una cultura della distanza. Quando invece si privilegia il linguaggio della fraternità, si favorisce una Chiesa più partecipativa, più inclusiva e più fedele alle proprie radici evangeliche. 

Per questo la domanda iniziale esige una risposta chiara.  

Se la Chiesa vuole davvero essere riconosciuta come una comunità di fratelli e sorelle, allora non può limitarsi a proclamarlo nei documenti o nelle omelie. Deve renderlo visibile nelle sue pratiche quotidiane, nel suo linguaggio e nei suoi simboli. 

Le rivoluzioni più autentiche non nascono dai palazzi del potere, ma dal coraggio di chi decide di rinunciare ai privilegi. La Chiesa del XXI secolo ha bisogno di questa scelta. Non per essere più moderna, ma per essere più evangelica.