Il caso: Le parole di Papa Benedetto XVI e la cultura di non-responsabilità sui preti pedofili

Ratzinger: “grandissima colpa” se non si affrontano abusi.

di ANDREA FILLORAMO

Joseph Ratzinger si è difeso ancora una volta dalle accuse di aver protetto preti pedofili, fatte dai vescovi tedeschi, quando era arcivescovo di Monaco, con una lunga lettera, sulla quale non è permesso a nessuno sollevare obiezioni, fare critiche, ma leggerla come un attestato sincero di grande umiltà da parte del Papa emerito che, data l’età molto avanzata, si sente molto vicino a Dio,  al quale sa di dover rendere conto di quel che ha detto e fatto come vescovo e Papa nei confronti dei preti pedofili e delle loro vittime: bambini e adolescenti indifesi.

Non è tenuto a rendere, quindi, conto del “monito” o del “ricatto” dei vescovi tedeschi che anche loro – ne siamo certi – come tutti i vescovi del mondo e tutti i Papi che hanno preceduto Papa Francesco, seguendo un certo “modus operandi” della Chiesa, hanno preferito coprire col silenzio gli abusi operati dai preti che raramente nel passato venivano accusati come pedofili: era questa la cultura clericale che dominava nella Chiesa.

Per il rispetto dovuto al Papa che ha avuto il coraggio di dimettersi in un momento di grandi difficoltà nella Chiesa e di cedere il passo al successore appare non solo assurdo, ma anche anacronistico, il richiamo fatto da alcuni giornali a quanto di Ratzinger, nel 2010, scriveva il New York Times, che, smontando la linea di difesa tenuta dalla Santa Sede, parlava del suo presunto comportamento, quando da cardinale dirigeva la Congregazione per la dottrina della fede.

Il giornale, infatti, sosteneva che il Papa emerito “facesse parte di una cultura di non-responsabilità, negazionismo, e ostruzionismo della giustizia” di fronte agli abusi sessuali commessi da sacerdoti” e si rivelava come “uno dei più coraggiosi nel riconoscere la minaccia degli abusi sessuali per la reputazione della Chiesa e, per tal motivo, si riservava il diritto di semplificare le procedure e affrontare direttamente i casi di pedofilia”.

Certamente il passato, buono o cattivo che sia, non può essere cambiato e questo riguarda anche i Papi e non soltanto Papa Benedetto XVI ma anche i suoi immediati predecessori.

Oggi, nella Chiesa, non c’è più – da otto anni – Papa Benedetto XVI ma, un pontefice che sta facendo molto contro la pedofilia clericale e, per questo, ha voluto cambiare il Codice di diritto canonico in cui la pedofilia e gli abusi sessuali sono considerati non più reati contro gli obblighi dei sacerdoti, ma contro la persona e la sua dignità.

Pare un dettaglio, in realtà è sostanza: a mutare non è tanto una norma quanto una filosofia.

Piccola rivoluzione copernicana: il centro dell’atto criminale non è la mancanza nei confronti delle regole, ma l’offesa alla vittima.

Saranno perseguibili, indica il nuovo testo del sesto libro del codice, anche i laici che sono investiti di ruoli specifici nella Chiesa come anche quanti abusino della loro posizione di autorevolezza.

Un vero e proprio giro di vite. Viene introdotto, a maggior chiarezza, anche il reato di omissione della denuncia.

Una conseguenza logica del nuovo atteggiamento è l’intervento che porta all’applicazione del nuovo diritto penale che viene considerato pienamente parte dell’azione pastorale:

Così sancisce il Codice attualmente in vigore: “Chi, oltre ai casi già previsti dal diritto, abusa della potestà ecclesiastica, dell’ufficio o dell’incarico sia punito a seconda della gravità dell’atto o dell’omissione, non escluso con la privazione dell’ufficio o dell’incarico, fermo restando l’obbligo di riparare il danno”.

Per i preti pedofili, quindi, nessuno scampo!