La Cartina della felicità: Se il Signore non costruisce la casa, invano vi faticano i costruttori

Carissimi,

in questo mese cade il V anniversario della mia presenza in mezzo a voi: chiamato e mandato dal Padre, guidato dallo Spirito a proclamare la Buona Notizia del Regno nella comunità, luogo privilegiato nel quale Dio si rivela attraverso gli altri. La vita è un mistero che si svela gradatamente e questo continuo movimento della nostra interiorità è dinamico, ci provoca, ci stimola, diviene invito costante a mantenerci in ricerca, sperimentando bellezza e dubbio, alternando periodi di entusiasmo e di abbattimento.

 

Pertanto, l’analisi di questi ultimi cinque anni di vita vissuti in questo territorio, più da parroco che non da vicario episcopale, intende essere, nella presente lettera, una sorta di mid-term, “medio termine”, dal momento che il mandato conferitomi era per nove anni. Tale coincidenza offre a me l’opportunità di una riflessione a “cuore aperto” sul rapporto che intercorre fra il prete e la comunità che è chiamato a servire.  Non mi avviterò su me stesso né il mio intento sarà quello di farmi paradigma per altri sacerdoti, ma tenterò di approfondire e investigare quelle che sono le dinamiche che sussistono fra la guida, nominata dal vescovo in nome e per conto della Chiesa, e il gregge a lei affidato.

Viviamo in un’epoca di rapidi cambiamenti sociali e culturali, nella quale i valori tradizionali sono contestati e il modo di vivere del passato sembra non funzionare più. Desiderando un qualcosa che dia senso alla nostra vita, cerchiamo un’idea, una persona, un’attività che integri tutte le differenti sfaccettature del nostro vivere. In queste situazioni umane scopriamo che Dio è Colui che i nostri cuori desiderano veramente. Pertanto, il primo obiettivo da perseguire è la comunicazione della fede, non a senso unico, ma in un rapporto di interscambio continuo e costante tra due soggetti: il sacerdote, che aiuta i fedeli a incontrare il Signore, e non se stesso, e il popolo di Dio, detentore della fede trasmessa, a sua volta, al parroco. Si tratta di uno scambio ritmato dalla fiducia reciproca che non fa chiudere in se stessi né porre i piccoli ai margini della comunità. Dio sceglie alcuni uomini, li invita personalmente per condurli nel deserto e parlare al loro cuore … Li converte costantemente con il suo Spirito e li fa crescere nel suo amore per affidare loro una missione (cfr. Os 2, 16).

Carissimi, più conosciamo l’Assoluto più penetriamo il senso profondo della nostra esistenza; arriviamo a capire meglio che insieme, religiosi e laici, facciamo parte del progetto di Dio per il mondo, sviluppando una qualità di comunione che permetta alla comunità di essere focolaio, dove si aiutino i giovani a crescere, dove si abbia cura degli anziani, dove abbondi l’olio del perdono per curare le ferite e il vino della festa per celebrare l’abbondante vita condivisa.

In ogni caso, il rischio che bisogna sempre evitare è quello di sprofondare o chiudersi in comportamenti radicali. In questo contesto, a mio giudizio, i preti devono guardarsi dal cadere in una falsa reputazione referenziale di se stessi (“guai quando tutti diranno bene di voi”, Lc 6,26) nel paesaggio ecclesiale del tempo, divenendo quasi un dogma: “ipse dixit”, “lo ha detto lui stesso”, come se fosse la somma autorità. Il sacerdote, che si trova in questa situazione, viene sempre visitato e consultato su tutti gli argomenti. E così comincia a prendersi sul serio. La sua radicalità, le sue esigenze o le richieste che prescrive danno fiducia a molti – soprattutto giovani- che numerosi si rifugiano sotto la sua ombra. Come la storia insegna, in questo frangente il “padre tal dei tali” viene considerato abitazione dello Spirito Santo, e lo si comincia a seguire ciecamente.

Segue la fase del contagio, perché coloro che sono affascinati dal suo messaggio e dalla sua personalità lo raccomandano a chi sta loro intorno. Il prete in oggetto diviene sempre più un valore sicuro e raro nel contesto ecclesiale. La storia, però, sfocia in un passaggio successivo: il suo insegnamento è ammantato di buona reputazione ed è uno dei pochi, forse l’unico, che apporti luce e salvezza! Qui scatta inesorabile il rovescio della medaglia, perché la dinamica, fin qui descritta, torna specularmente indietro. Il giro si chiude.

Da parte dei fedeli si comincia concretamente a donargli pieni poteri: il prete/parroco è riconosciuto come il solo detentore di Verità per guidare ogni membro della comunità parrocchiale, nessuno escluso.  In questo processo, purtroppo, non è tanto il parroco a proclamarsi guida/maestro, quanto la comunità a riconoscerlo tale, avendo rinunziato alle sue responsabilità ed essendosi messa in ginocchio davanti al suo curato.

Inserisco qui una brevissima riflessione a 360°. Ahimè! Se da una parte anche fra i preti esistono delle personalità manipolatrici, dall’altra ciò avviene perché vi sono delle comunità che abdicano alle proprie responsabilità e rinunciano al buon senso, spiritualizzando troppo il proprio sacerdote.

Desidero, pertanto, richiamare quanto il Concilio Vaticano II sottolinei a tal proposito: ogni comunità, riscoprendo la propria missione battesimale, è stata investita di responsabilità nel condurre con il proprio prete la pastorale parrocchiale, soprattutto attraverso gli organismi di partecipazione, quali Consiglio per gli Affari Economici, Consiglio Pastorale, messi in evidenza in maniera esplicita dal recente sussidio della CEI “I cantieri di Betania”, ove si legge della necessità “di un’analisi e un rilancio degli organismi di partecipazione (specialmente i Consigli pastorali e degli affari economici),  perché siano luoghi di autentico discernimento comunitario, di reale corresponsabilità, e non solo di dibattito e organizzazione”.

Nessuna delle parti può delegare o invertire i ruoli. Occorre prendere coscienza piena che la spiritualità è apostolica e deve essere vissuta in una dimensione missionaria, nata dall’esperienza dell’amore di Dio per noi e dal nostro desiderio di partecipare attivamente alla missione di Gesù. Dio ama il mondo e le persone. Gesù esprime quest’amore attraverso il ministero dell’insegnamento e della guarigione: “Io sono venuto perché abbiano la vita e l’abbiano in abbondanza” (Gv 10,10). Pertanto, da questi slanci interiori nasce la presa di coscienza nell’essere laici impegnati a vivere la responsabilità della personale vocazione nel mondo, animati dalla sapienza del cuore per non perdere la speranza di fronte alle delusioni e alle miserie umane.

Desidero completare questo quadro, ponendo un’ulteriore riflessione sul ruolo che ricoprono i superiori.  L’esperienza dimostra che in tutti i casi conclamati di “fragilità relazionale” (un eufemismo!), ripristinandone la genesi, lo sviluppo e il coinvolgimento, sono sempre state ricostruite chiaramente le “allerte” che preludevano alle derive comunitarie e personali delle persone direttamente coinvolte, mascherate spesso da emulazione, in una gara di superamento continuo di generosità e compassione.  In tale situazione, i superiori che hanno coscienza critica, avvicendano e rimuovono i preti coinvolti, offrendo loro vicinanza e supporto psicologico. Tuttavia, non sempre riescono a impedire la deriva della comunità che si riscopre, purtroppo, “setta”.

In ogni caso difficilmente si sanano le ferite (di qualsiasi genere, compreso quello amministrativo) aperte nel tessuto di suddette comunità.

Nella migliore delle ipotesi le piaghe non rimangono, ma le cicatrici restano indelebili.

Il paradosso di questo scompiglio sta nel fatto che le iniziative erano state progettate e condotte come stimolo alla santità, ma quando la falla comincia a venire a galla, allora si è a un millimetro dal burrone, nel quale si precipiterà inesorabilmente. Grano e zizzania crescono insieme fino a delineare un quadro lontano da quello zelo apostolico, di cui la Chiesa è portatrice: laici contro prete e prete contro laici.

Di certo, le reali possibilità di intervento in casi del genere sono molto ridotte, oltre ad essere disperatamente delicate. Così il fango approda ovunque, anche seguendo le mode del momento, trasferendo tutto in un attacco mediatico e virtuale, cadendo in una voragine che ingoia i partecipanti, divenendo un modo elegante e convincente di bypassare il confronto sereno e pacato fra le parti in causa: comunità, preti, superiori.

Per cogliere in profondità tutto l’accaduto, mi servo di un’immagine della natura.

Come l’uragano produce danni, che vengono quantificati dopo il suo passaggio, così dopo il “terremoto comunitario” si prende nota del clima profondamente devastante che ha attraversato e scosso la comunità ecclesiale. Ingenti sono i danni per suddetta comunità, che doveva vivere di ascolto attento e paziente, di vita interiore e di disponibilità alla volontà di Dio.

“Se il Signore non costruisce la casa, invano vi faticano i costruttori” (Sal 127,1).

È necessario adesso percorrere l’ultimo segmento di rilievo circa le estreme conseguenze sopra descritte. Se molti laici perdono la fede, è anche vero che parecchi preti vengono sfiorati dal tentativo di suicidio e non perdoneranno mai ai superiori che li hanno demoliti.

C’è pure una reazione comune a entrambi i soggetti del mio dire, preti e laici intendo, seppur con motivazioni contrapposte, dovute all’assenza totale di lucidità: entrambi non perdoneranno mai la Chiesa che lascia replicare il genere di guai sopra descritto…

Se da una parte sono stati dichiarati i numerosi e vistosi dis-funzionamenti senza sortirne effetto; dall’altro l’autorità ha paura – intervenendo con forza –  di “gettare il bambino e l’acqua sporca” e di fare più danni che bene.

La mia è stata una sollecitazione, da parroco, a prendere coscienza dei fenomeni raccapriccianti che investono alcune comunità parrocchiali con i relativi pastori e nessun prete, cominciando da me, potrà mai affermare con sentenza definitiva: “di quest’acqua non ne bevo”.

Gesù ci invita a fare nostre le esperienze di sofferenza comunitaria come parte integrante del suo mistero pasquale: è l’unione del Venerdì Santo e della Domenica di Pasqua, il paradosso del fallimento che genera vita, la vita che nasce dalla sofferenza. Cerchiamo, religiosi e laici, risposte concrete alla realtà di dolore, ponendo una cura particolare alle iniziative che favoriscono la giustizia.  “Fate ciò che Lui vi dirà” (Gv 2, 5). Cogliamo questo tempo di grazia per fare nostri i “pensieri di Cristo” (Fil 2,5) che visse le proprie relazioni in totale e profonda trasparenza. Per le persone che incontriamo quotidianamente cerchiamo di essere un riflesso dell’Amore, di essere memoria permanente della presenza compassionevole di Dio in mezzo al suo popolo, segni viventi della tenerezza del Padre.

 

Auguro una Pasqua di nuovi orizzonti, che lasci segni chiari del passaggio di Dio nella vita di ciascuno.

Ettore Sentimentale

parrocchiamadonnadelcarmelo.it