La Cartina della felicità: la conoscenza gonfia, ma la carità costruisce

All’inizio di questo mese è stata presentata dal nostro Arcivescovo la Lettera Pastorale che, sull’eco delle parole profetiche – È apparsa l’aurora: ma come già toccano soavemente i nostri cuori i primi raggi del sole sorgente- pronunciate da S. Giovanni XXIII all’esordio del Concilio Vaticano II, invita  ed esorta tutti a farsi carico della MINISTERIALITÁ NELLA VITA DELLE COMUNITÁ PARROCCHIALI E DELLA CHIESA LOCALE, perché la CHIESA è SERVIZIO.

Le indicazioni del pastore, presenti nell’omonimo libretto distribuito quella sera e diffuso in tutte le parrocchie, spronano tutte le comunità, compresa la nostra, ad attivare gli organismi di partecipazione alla vita comunitaria ed ecclesiale sul modello delle prime comunità, attente all’ascolto, sollecite al servizio e disponibili alla condivisione. Si va concretizzando l’invito che pubblicamente è stato rivolto, durante il Novenario nel mese di Luglio, dalla nostra Comunità a Padre Franco Luvarà, quello cioè di ritornare sul nostro territorio per aiutarci in vista della Costituzione del Consiglio Pastorale Parrocchiale (CPP) e, altresì, rischiarare le nostri menti e incoraggiare il nostro animo al fine di riscoprire la dimensione “comunionale e ministeriale” della Chiesa. Il primo incontro assembleare di formazione sarà il prossimo 5 dicembre alle ore 19.00 ed è aperto a tutti, uomini e donne, dai 16 anni in su.

Le provocazioni offerte dal Presule sono la cassa di risonanza dell’Esortazione Apostolica di Papa Francesco Evangelii Gaudium al n. 31, in cui si legge chiaramente che “nella sua missione di favorire una comunione dinamica, aperta e missionaria, il Vescovo dovrà stimolare e ricercare la maturazione degli organismi di partecipazione proposti dal Codice di Diritto Canonico e di altre forme di dialogo pastorale, con il desiderio di ascoltare tutti e non solo alcuni, sempre pronti a fargli i complimenti. Ma l’obiettivo di questi processi partecipativi non sarà principalmente l’organizzazione ecclesiale, bensì il sogno missionario di arrivare a tutti”.

Formulo qualche provocazione che possa farci reagire.

Davanti a una novità ecclesiale, la reazione – al di là dello scetticismo – è sempre duplice: l’ottimismo o il pessimismo. Forse, anche nella nostra comunità, vi saranno persone che non vedranno in modo positivo la costituzione di tale organismo perché hanno sentito commenti negativi sul CPP di altre comunità. È vero che tante esperienze sono contrassegnate dal diffuso senso di frustrazione dei componenti; altre sembrano laboratori di parole illogiche e poco coerenti; altre ancora sembrano preda della confusione mentale circa la modalità e la finalità nel tenere in vita una tale struttura. Occorre puntualizzare che, molte volte, di tali disagi sono responsabili i parroci perché, ammantati di puro clericalismo ben occultato, convocano i laici per condividere decisioni già prese, con la banale motivazione che tale organismo abbia un carattere semplicemente consultivo e non deliberativo…, mortificando così la comunione ecclesiale.

Di certo, non può esser così per coloro che intendono vivere attraverso il CPP la propria vocazione battesimale, esercitando così il “sacerdozio comune”, la propria “regalità e profezia”. Tale azione non è dettata da una qualsivoglia gentile concessione del parroco, ma la scelta di ciò dipende dal fatto che ogni cristiano, nessuno escluso, all’interno della comunità, è rivestito di pari dignità battesimale. Spesso dimentichiamo di ricordare alla nostra coscienza l’identità a cui siamo chiamati in quanto battezzati in Cristo: membra vive di una comunità ecclesiale orante e pentecostale.

Da quanto detto, risulta chiaro ed evidente che la costituzione del CPP postuli la conversione di tutti, a cominciare dai preti. Penso, quindi, che sia necessario o almeno utile, in questa prima riflessione, l’ascolto della Parola perché si possa essere illuminati in vista del cammino che s’intende percorrere insieme. A tal fine vi propongo alcune sollecitazioni che traggo dalla Lettera di S. Paolo ai Romani, al cap. 12 nei primi otto versetti, che sostanzialmente riprenderò.

L’Apostolo dei Gentili fonda sulla “misericordia” divina il servizio che i cristiani devono rendersi: “Vi esorto, fratelli, per le misericordie (lett.) di Dio, a offrire i vostri corpi…” (v. 1).  Penso che anche noi rimaniamo stupiti, come Dio venga incontro continuamente alla fragilità dell’umanità.

Se qualcuno senza la carità pensa di conoscere non ha ancora conosciuto come si deve. La carità non è qualcosa in più che si aggiunge al conoscere, quasi contemplandolo dall’esterno.

È condizione per conoscere come si deve. La carità rende vera la conoscenza, trasformando il conoscere in comprendere. La conoscenza gonfia, ma la carità costruisce e costruire è verbo ecclesiale.

È questo il motivo che non può lasciarci indifferenti di fronte alle esigenze dell’uomo, esigenze che richiedono un atteggiamento di tenero servizio, perché i cristiani sono stati già fatti oggetto della manifestazione del frutto delle “viscere” (=misericordie) del Padre, grazie all’Unigenito Figlio di Dio.  E più avanti Paolo aggiunge, quasi a corollario di tale affermazione: “Non conformatevi alla mentalità di questo secolo…ma trasformatevi per poter discernere la volontà di Dio…” (v. 2).

In realtà, queste indicazioni valgono come premessa a qualsiasi servizio reso all’uomo all’interno della Chiesa e sono la cartina di tornasole sulla quale verificare la propria adesione in vista del CPP.

In un mondo in cui domina l’autoaffermazione, bisogna trasformare la propria mente perché operi secondo i criteri della misericordia. Detto altrimenti: chi riesce a “spossessarsi” dei criteri “mondani”, accetta come unico criterio la volontà di Dio che si manifesta in ciò che “è buono, a lui gradito e perfetto” (v. 2).

Come si fa a realizzare tutto questo? Per le sole forze umane sarebbe impossibile.

Il Signore, però, assicura il suo aiuto attraverso i doni che permettono di progredire, crescere e perfezionarsi nel cammino. Il carisma va concepito come funzione, come servizio, non come dignità, cioè una grandezza da far vedere, ostentare, ma come un compito da svolgere, un servizio per gli altri. Un dono che venisse concepito come dignità, come un per sé, da usare a vantaggio proprio, cesserebbe di essere carisma (gratuità), che viene dallo Spirito. Di certo, il primo passo che dobbiamo fare, quasi una precomprensione obbligata, è la consapevolezza della parzialità del proprio dono: “non valutatevi più di quanto conviene…” (v. 3). Siamo, infatti, gli uni membra degli altri e nessuno di noi costituisce la totalità del corpo: “Poiché, come in un solo corpo abbiamo molte membra…” (v. 4).   È il mistero della diversità nell’unità, su cui si articola la Chiesa e attraverso il quale Paolo richiede ai suoi cristiani di rispondere alla volontà di Dio. Egli affida i responsabili delle comunità al Signore e alla Parola della sua grazia, ovvero al Vangelo, in cui si annuncia e si rende presente l’amore benigno di Dio. La Parola del Signore ha il potere di edificare la comunità e di portare a compimento la speranza di salvezza dei singoli credenti.

Al v. 6 leggiamo: “Abbiamo pertanto doni diversi secondo la grazia data a ciascuno di noi…” e nel versetto successivo l’Apostolo si sofferma sui vari doni dello Spirito, indicando l’infinita varietà dei ministeri che nascono dalla stessa Parola di Dio. Si preoccupa, però, a dare il primato al dono della profezia, perché è la Parola che convoca. Ciò non significa che all’interno dei carismi (= doni) possa esistere una certa prevaricazione di un dono sugli altri.

Prima di concludere, vi chiedo di rileggere con calma Rm 12, 1-8 per gustare che essere credenti significa lasciarsi agire interiormente dalla tenerezza di Dio, che garantisce a tutti la gioia di vivere.

Auguri di vero cuore per un nuovo Anno Liturgico, ricco della misericordia di Dio che vince le nostre miserie.

Ettore Sentimentale 

parrocchiamadonnadelcarmelo.it