Il victim-blaming: quando la colpa è della vittima

Esiste un fenomeno diffuso indistintamente nelle varie culture del mondo, che prevede la colpevolizzazione della vittima secondo meccanismi che potrebbero risultare assurdi ma che in realtà si scoprono essere radicati in profondità.

 Il bisogno di un capro espiatorio, come ci racconta la dott.sa Rossella Valdrè di Guidapsicologi.it, è parte dei sistemi sociali da quando se ne ha memoria. Succedeva nella Bibbia e ancor prima nelle tragedie greche. La storia dell’umanità è costellata di episodi di victim-blaming.

 

Che cos’è il victim-blaming?

«È il termine inglese con cui si intende la ‘colpevolizzazione della vittima’: alla vittima, cioè, si attribuisce la colpa di avere procurato, più o meno inconsciamente, ciò che le è accaduto. Un caso classico sono gli stupri sessuali»

 

Perché avviene il victim-blaming?

«Il fenomeno è complesso e le ragioni quindi altrettanto complesse. Alla base vi è la necessità, da parte del gruppo sociale o di chi accusa la vittima di “essersela cercata”, come si sente ancora oggi troppo spesso dire, vi è la necessità e soprattutto il bisogno di scaricare il senso di colpa e la ricerca del capro espiatorio. Chi commette il crimine, ad esempio una violenza, un abuso, un furto, non accetta a livello inconscio di sopportare il peso della colpa e la scarica, come diciamo in psicoanalisi la proietta, nella vittima stessa: essa diventa colpevole, non io che ho commesso il reato.

Quando il fenomeno è collettivo, assume la forma di ricerca di capro espiatorio, un fenomeno molto ben studiato in passato da René Girard, per cui non più un solo individuo ma un intero gruppo o corpo sociale che si è macchiato di un crimine, ne addossa poi la colpa alla vittima o alle vittime. Alla base motivazionale inconscia, sempre il tentativo di liberarsi dal fardello della colpa.»

 

Quali sono i casi in cui di solito si produce victim-blaming?

«Purtroppo i casi sono numerosi, e ancora oggi troppo numerosi. I casi più comuni sono i reati a sfondo sessuale, dove si tende ad incolpare la vittima ad esempio per come era vestita, per aver attirato l’attenzione dell’uomo su di sé; o gli abusi anche su minori; o su chi subisce furti, a cui si dice “potevi stare più attento”, “te la sei cercata”. Oppure, come detto, in tragedie collettive un intero gruppo o popolo può perseguitarne un altro e poi accusarlo. Si ricorderà un po’ di anni fa una ragazza denunciò uno stupro e poi subii un tale accanimento sui social, che finì col suicidarsi.

Può accadere anche nei posto di lavoro, e prende il nome di ‘mobbing’. Ciò che è psicologicamente interessante è il cambiamento che avviene nella vittima: la vittima si confonde, non sa più se quello che prova o addirittura vissuto sia vero o no, può finire per identificarsi a sua volta con gli accusatori e sentirsi davvero colpevole, in un tragico circolo vizioso.»

Può avvenire contro se stessi?

«Sì, non è raro che chi subisce violenze, ad esempio, si senta poi colpevole. Il fenomeno sembra assurdo, ma fa parte di quel meccanismo noto come ‘identificazione con l’aggressore’ che fu studiato per la prima volta da Anna Freud nel 1938, e corrisponde a quella che fu poi chiamata ’sindrome di Stoccolma’.

Cosa accade? La persona che ha subito, ad esempio, un abuso sessuale (è uno dei casi più classici) o un rapimento, può inconsciamente identificarsi con il suo aggressore, e sentire non più l’aggressore, ma se stessa come colpevole. Succede non di rado negli abusi infantili, perché la mente del bambino è più immatura e dipendente dall’adulto e quindi più suscettibile di subire questi meccanismi. In generale, è più frequente tanto più la vittima appartiene ad un gruppo ritenuto debole (donne, bambini) o discriminato per razza, etnia, ceto sociale.»

Le donne sono più spesso oggetto di victim-blaming?

«Certamente sì, è un’amara verità che testimonia di una mentalità arcaica (si badi, non solo maschile) dura a morire. È la ragione per cui molte donne, come è noto, non denunciano le violenze domestiche o gli stupri, perchè sanno o temono di non venire credute o persino, appunto, accusate.

Addirittura può avvenire una ‘vittimizzazione secondaria’, cioè la vittima può venire nuovamente colpita. Ciò fa parte di antichi pregiudizi contro il femminile, non tanto contro una singola donna, molto duri a morire soprattutto in certe aree geografiche dove le donne stentano ancora oggi ad ottenere diritti.

Ma, come detto, anche le donne a volte sono nemiche delle stesse donne, sebbene più raramente. Anche in caso di mobbing sul posto di lavoro, i dati sembrano confermare che ad essere più colpite sono le donne. Sul perché di tutto questo, occorre analizzare il profondo timore del femminile che ancora oggi incombe sul maschio, come a dire ‘mostro di disprezzarti perchè in realtà ti temo’.

Occorre ancora una profonda presa di coscienza collettiva e una maturazione personale, di tutti, perché di questi fenomeni si abbia solo il ricordo. Come psicoanalista, però, sono solo parzialmente ottimista, perché il victim blaming appartiene, come detto, a profondi meccanismi umani, bisogni arcaici, e quelli sono difficili da sradicare.»