di Andrea Filloramo
Mi scrive S.V: “I sostenitori di Donald Trump, Presidente degli Stati Uniti, sostengono che egli è una figura che protegge la libertà religiosa e i valori cristiani, ma i suoi comportamenti e atteggiamenti sono difficili da conciliare con gli insegnamenti evangelici di umiltà, compassione e perdono che furono quelli di Gesù Cristo. Cosa ne pensa lei?”
Non è soltanto Trump che, in modo spesso strumentale, si richiama a Gesù come a una figura fondamentale della fede cristiana e della civiltà occidentale.
Non è nostra intenzione analizzare nel dettaglio le sue dichiarazioni, contestualizzare ogni suo intervento pubblico o giudicare la coerenza dei suoi comportamenti rispetto al messaggio evangelico. Il fenomeno, infatti – se osserviamo bene – è assai più ampio e riguarda numerosi leader politici contemporanei.
Anche in Europa e in Italia e, quindi anche in casa nostra, non mancano esponenti politici che evocano le radici cristiane dell’Occidente, richiamano o indossano simboli religiosi o utilizzano riferimenti a Gesù e al cristianesimo per rafforzare la propria identità politica e culturale.
In questi casi la figura di Gesù viene presentata, non come il centro di un’esperienza di fede o come il portatore di un messaggio universale di conversione, fraternità e giustizia, quanto piuttosto come un elemento identitario, un simbolo di appartenenza culturale e di continuità storica.
Questa operazione non è nuova. Nel corso della storia, il cristianesimo è stato frequentemente utilizzato come fattore di legittimazione del potere politico, come collante sociale o come strumento di mobilitazione delle masse.
Ciò che colpisce nel dibattito contemporaneo è la tendenza a selezionare alcuni aspetti del patrimonio cristiano – quelli più funzionali alla costruzione di una narrazione politica – trascurandone altri, talvolta più scomodi.
Il richiamo alle «radici cristiane» e a Cristo può così convivere con atteggiamenti, programmi o linguaggi che sembrano difficilmente conciliabili con temi centrali del Vangelo, quali l’accoglienza dello straniero, la solidarietà verso i più deboli, il rifiuto della guerra, della violenza e la critica dell’idolatria del potere e della ricchezza.
Il punto, pertanto, non è stabilire chi abbia il diritto di richiamarsi a Gesù o chi possa dirsi autenticamente cristiano. In una società pluralista ogni attore politico è libero di riferirsi alle proprie convinzioni religiose.
La questione riguarda piuttosto il modo in cui tali riferimenti vengono impiegati nello spazio pubblico: se come occasione di confronto etico e culturale oppure come strumento retorico volto a rafforzare il consenso, delimitare appartenenze e contrapporre identità diverse.
Da questo punto di vista, il ricorso alla figura di Gesù da parte dei leader politici merita di essere osservato con attenzione critica. Non perché la religione debba essere esclusa dal dibattito pubblico, ma perché il messaggio evangelico rischia di essere ridotto a un semplice repertorio simbolico al servizio di obiettivi contingenti.
Quando ciò accade, Gesù cessa di essere una voce capace di interrogare il potere e diventa invece un elemento funzionale alla sua legittimazione, perdendo gran parte della sua forza profetica e della sua portata universale.
Alla radice di tutto ciò sta il fatto che presso molti cristiani e cattolici, in particolare, la figura di Gesù Cristo è stata spesso avvolta da un’aura di sacralità talmente intensa da renderla distante, quasi irraggiungibile, astratta e irreale. L’enfasi, infatti, sulla sua natura divina, pur centrale nella fede cristiana, ha talvolta oscurato la sua dimensione umana, che è invece fondamentale per comprendere appieno il suo messaggio. Occorre quindi, umanizzare la figura del Cristo che “si è fatto carne e ha abitato in mezzo a noi”.
Umanizzare la figura di Gesù Cristo non significa sminuirne la grandezza spirituale, ma restituirgli quella vicinanza all’esperienza umana che rende il suo Vangelo vivo e attuale. Occorre recuperare il fatto che Gesù è stato un uomo che ha conosciuto la fatica, il dolore, la paura e la gioia; ha pianto per la morte di un amico; si è commosso davanti alla sofferenza altrui; ha provato solitudine e angoscia.
Questi tratti umani non sono dettagli marginali, ma elementi essenziali che permettono a ogni persona di riconoscersi in lui.
Un Cristo, solo glorioso e onnipotente, rischia di apparire lontano dai drammi quotidiani; un Cristo che soffre e ama come un uomo diventa invece compagno di strada.
Vederlo come uomo immerso nella storia aiuta a comprendere la portata rivoluzionaria del suo insegnamento. Umanizzare Gesù significa anche riscoprirne il contesto storico e sociale.
Egli, infatti, visse in un tempo segnato da ingiustizie, povertà e oppressione e il suo messaggio nacque come risposta concreta a quelle realtà.
Le sue parole e i suoi gesti non erano astratte lezioni morali, ma prese di posizione radicali a favore degli ultimi, dei malati, degli esclusi.
Sicuramente una figura di Gesù più umana favorisce un rapporto più autentico con la fede.
Il Cristo non è un modello irraggiungibile di perfezione ma un esempio di umanità piena, vissuta nell’amore, nel servizio e nella fiducia. Questo permette ai credenti di non sentirsi schiacciati da ideali impossibili, ma incoraggiati a vivere il Vangelo nella propria fragilità.
