Il racconto: Il lungomare

Il lungomare

 

  • Buongiorno, Carmelo. Che si dice stamattina? Hai tempo e voglia di camminare oppure possiamo fermarci al monumento della Libertà? – disse compare Nino all’amico Carmelo mentre percorrevano il lungomare della cittadina adagiata sul mare turchese, quando i primi spicchi di sole scaldavano l’aria frizzante di inizio febbraio.

  • Certo che ho voglia di camminare e di fare tanta strada perché essere tuo compagno di passeggio mi riempie di gioia ed entusiasmo e mi fa dimenticare i malanni – proseguì l’amico del cuore, mentre sistemava la felpa mimetica della tuta che lo distingueva in mezzo a 100 persone.

 

Carmelo e Nino, si conoscevano da oltre 50 anni, fin dal primo giorno di scuola ed erano rimasti sempre amici, ora da pensionati, ogni giorno facevano una lunga passeggiata costeggiando il lungomare cittadino. 8 Km in tutto, senza strappi impegnativi e con l’opportunità di incontrare tanti altri amici. Per entrambi era anche un modo di lasciare respirare le rispettive mogli, ancora impegnate nel mondo del lavoro. Erano molto simpatici, con una propensione connaturale all’humor che li contraddistingueva per le battute salaci e graffianti. Questo era, oltre la stima e il rispetto reciproco, il collante delle loro passeggiate e molte volte i passanti si divertivano nel vederli fermarsi e ridere a crepapelle, mentre rileggevano i fatti che costellavano la società civile in tutte le sue sfaccettature: politica, religione, sanità, sport…Anche quel giorno il discorso cadde su un fatto di cronaca.

  • Hai saputo, compare, che quest’anno i carri di Carnevale sfileranno per tre giorni? Mi pare che il comune stia investendo tanti soldi, forse troppi – fu l’esordio di Carmelo che iniziava a stuzzicare il fraterno amico e attaccare bottone.
  • Sì, certo che lo so, la notizia è su tutti i giornali e anche sul web – aggiunse Nino. Caro compare i tempi sono sempre gli stessi. Il popolo vuole questo e i politici si attrezzano a soddisfare le richieste che vengono dal basso. In fondo non è cambiato nulla dai tempi in cui nell’antichità il poeta Giovenale scriveva: “populusduas tantum res anxiusoptatpanem et circenses”.
  • Compare Nino – esclamò Carmelo un po’ infastidito. A me devi parlare come ti ha insegnato tua madre. Questo latinorum non lo capisco! Mi è bastato che quando ero ragazzino mia madre mi portava con sé in chiesa e non vedevo l’ora di uscire perché il prete diceva la messa in latino e non ho mai capito nulla. Cosa vuoi che sappia di queste citazioni forbite. Io non insegnavo lettere, ma scienze!
  • Stai calmo, compare Carmelo. Pensavo che questo modo di dire fosse a te conosciuto. Ti faccio una banale traduzione. “Il popolo due cose solamente desidera con ansia: pane e giochi circensi” – spiegò Nino all’amico mentre cambiava di aspetto in volto. I tratti del viso erano distesi e da lì a poco comprese la battuta che prima gli era riuscita ostica. E continuò con tono pacato ma pungente.
  • Ora mi rendo conto di quello che volevi dire. In effetti se si tolgono queste cose i cittadini cominciano a lamentarsi che i politici non fanno niente. Che gli introiti delle tasse vengono dirottati su altri fronti. Tutto sommato non mi sembra uno scandalo. Si tratta di vedere quanto l’amministrazione ha stanziato per questa manifestazione.
  • 40 mila euro – aggiunse subito Nino. In ogni caso questa manifestazione coinvolgerà tante persone che verranno dai dintorni e molti commercianti che avranno un incremento negli affari. Pensa per tre giorni la città sarà elettrizzata. Vedrai che tanti si divertiranno, forse anche i ladri ne approfitteranno perché si sa che colgono l’occasione del trambusto per mettere a segno dei colpi da maestri.

La passeggiata cominciava a snodarsi, sotto i raggi infuocati del sole. I due amici si erano seduti su una panchina con affaccio verso il mare e respiravano a pieni polmoni la brezza marina che trasportava una buona quantità di iodio. I loro discorsi furono interrotti da alcuni conoscenti che di fermarono a salutare cordialmente. Dopo circa 15 minuti compare Nino se ne uscì con un’altra battuta in latino: “Mensibuserratislapidibus ne sedeatis” e si alzò di scatto tanto che Carmelo rimase stupefatto dalle parole e dal gesto repentino. Comprese che vi fosse un certo legame fra il dire e il fare ma anche stavolta fu costretto a chiedere spiegazione all’amico.

  • Caspita Nino, si può sapere che cosa vuoi dire e perché ti sei alzato di colpo? Stamattina mi sembri un po’ strano.
  • No, niente di particolare, Mi sono ricordato del proverbio latino che invita a non sedersi sulle pietre nei mesi con la “erre” e febbraio è uno di questi, quindi mi sono alzato. Non volevo surriscaldarmi, perché rischierei di prendere il raffreddore.
  • Ancora non sapevo – riprese compare Carmelo. A proposito di carri. Sai qualcosa sul numero e da chi saranno animati?
  • No, non mi sono direttamente interessato. Ma perché mi fai questa domanda? Vorresti per caso salire su uno di questi? Ormai potremmo fare il carro dei rincoglioniti. Che ne pensi? – aggiunse con fare circospetto Nino. Compare Carmelo, sentendo il tono e l’inflessione alquanto ambigua del suo amico, non potendo più trattenere il dubbio che rodeva la sua testa esplose in una battuta alquanto sibillina e violenta:
  • Nino, tu mi stai nascondendo qualcosa che ti turba! Mi sembri fissato su questa storia dei carri. Come posso aiutarti? Se c’è qualcosa che posso fare per te. Dimmi!
  • Sì, è vero – fu la risposta sconsolata all’amico Carmelo. Pensa che pure mi vergogno ad accennarti quello che da ieri mi ha destabilizzato. Non voglio, non vorrei crederci…
  • Ma che ti succede? – intervenne perentoriamente l’amico in aiuto del povero Nino.
  • Ieri sera ho intravisto mia figlia che chiedeva a sua madre se le cadeva bene un capo di abbigliamento che non saprei descrivere perché mi sembrava qualcosa di tragicomico. L’ho scorto tramite la porta socchiusa, ma quello che mi ha sconvolto è stato il discorso successivo tra madre e figlia.
  • Cioè? – rispose Carmelo allarmato. Forse tua figlia è nuovamente incinta? Forse per S. Valentino ha ricevuto questo capo di abbigliamento in regalo dal marito? Ma…dimmi Nino, non mi lasciare sulle spine, per favore!
  • Io ero nel salotto e ho sentito con le mie orecchie che questo costume le serve per salire sul carro per sfilare con quelli della chiesa.
  • Ma ancora non capisco di cosa si tratta…me lo puoi descrivere? Intanto i due compari avevo raggiunto il chiosco della signora Vittoria, sito in una rientranza del lungomare, costruito in perfetto stile liberty all’inizio degli anni ’60, su un progetto pensato dal defunto marito che era tornato dall’Australia ove aveva fatto fortuna e con il gruzzolo messo da parte aveva pensato a un punto di ristoro per i turisti che assiepavano la spiaggia. Il locale, 25 mq, era circondato da alberi e disponeva pure di una piccola terrazza, ove gli avventori si accomodavano a sorseggiare qualcosa di buono, anche se la consumazione al tavolo aveva un rincaro del 12%. Così fecero Carmelo e Nino. Seduti al tavolino più ritirato continuarono la discussione, dopo aver ordinato due caffè.
  • Compare Carmelo, ancora ho la testa in confusione perché mia figlia si stava provando un abito da suora, tutto nero con un striscia bianca al centro e sopra disegnata una croce e…
  • E…poi cos’altro c’era?
  • Uno spacco sui lati, fino alla coscia…tanto che ho intravisto lo slip bianco. Non ti nascondo che la scena era molto sensuale e grottesca insieme.
  • Compare Nino, stai calmo. Non vedo dove possa stare questo scandalo. Tanto poi sul carro tutti avranno una maschera e nessuno, oltre ai diretti interessati, saprà che sotto quell’abito con lo spacco si nasconde tua figlia Pinuccia.
  • Sì, questo l’ho pensato, ma sarà pur vero che questo modo di fare scuote la mia sensibilità. Non sono un bigotto, frequento la chiesa solo a Pasqua a Natale e in occasione di qualche funerale, ma ho molto rispetto per la religione.
  • Hai perfettamente ragione, Nino. Sei più fortunato di me. Anch’io tenevo in una certa considerazione la chiesa e le cerimonie, ma fino a quando c’è stata la buonanima del vecchio parroco. Poi ne sono arrivati altri, tutti accomunati dall’idea che l’altare sia un palco. Ecco il motivo per il quale io non frequento più la chiesa. Mia moglie insiste, ma non me la sento di essere spettatore di un sacro teatrino…
  • A pensarci bene, allora, questi non avranno difficoltà a sfilare sui carri carnascialeschi. Mi dispiace che ci sarà pure mia figlia. Proverò a convincerla a non andarci.
  • Non perdere questo tempo, ti inimicheresti solo tua figlia la quale a 32 anni odierebbe suo padre per averla richiamata prima di prendere parte allo show. Secondo me per quelli delle chiesa, con a capo il prete manovrato dai gerenti, si tratterà di una semplice “trasposizione”.
  • Scusa, compare, ma non capisco la portata di questa ultima parola.
  • È la cosa più semplice di questo mondo. Per chi è abituato a fare delle cerimonie religiose un teatrino di bassa lega, basta solo cambiare il luogo…trasporre, trasportare le cose che fanno in chiesa sul palco. Certamente in chiesa non andranno con gli abiti succinti, ma lo spirito è quello.
  • Allora mi dovrei preparare a vedere balletti di giovani (donne e uomini) in abiti “clericali” magari grotteschi, ad ammirare volti truccati da un sorriso beffardo di circostanza?
  • Nino caro, prendi le cose con un certo distacco. In fin dei conti non sai che in parrocchia c’è una scuola di ballo?
  • Sì, ma non vorrei che con la scusa del carnevale si tramutasse in scuola di sballo. Capisco che questa maniera di teatralizzare il sacro si trova un po’ ovunque, ma mi vergogno di andare a vedere sfilare queste persone sui carri.
  • Compare, tu non vuoi capire che per chi calca le scene delle chiesa, è normale pararsi così. Non fartene un cruccio.

Il discorso era stato serrato e coinvolgente. Mentre discutevano animatamente, i due compari avevano richiamato un gruppetto di persone, attratte dai coloriti gesti delle tecniche del corpo che Nino e Carmelo mimavano. Alcuni passanti non credevano ai loro occhi, perché stando a distanza e non intuendo bene le parole, pensavano che nella vecchiaia ai due compari si fossero risvegliati i sensi. Qualcuno sottovoce sussurrò: “Se il primo sole dell’anno ha fatto piombare nella mondanità pure questi anziani, siamo perduti”.

  • Giovanotto – chiamò gentilmente Carmelo il cameriere che serviva ai tavoli. Per favore ci porti due tisane a base di orzo tostato. Siamo già su di giri e abbiamo bisogno di qualcosa di caldo e distensivo prima di rientrare a casa. Offro io.

Sorseggiarono lentamente le bevande, mentre un refolo di vento cominciava a guastare la bella giornata. Era ora di andare a prendere i rispettivi nipoti che stavano per uscire dalle scuole elementari.

  • Grazie compare, Carmelo. Adesso mi sento meglio perché mi sono liberato della matassa che avevo sullo stomaco. Riprenderemo questo discorso dopo la sfilata.

 

E.G.