di Roberto Malini
Una proposta di identificazione attraverso il teatro, il Piazzale delle Corporazioni e il fronte del Tevere
Fra le immagini urbane conservate dalla pittura romana, la cosiddetta Città Dipinta rinvenuta sotto le Terme di Traiano occupa una posizione singolare. L’affresco, scoperto nel 1998 nella galleria sotterranea dell’angolo sud-occidentale del complesso termale, apparteneva infatti a un grande edificio precedente alle terme inaugurate nel 109 d.C. La struttura e la decorazione sono datate alla seconda metà del I secolo d.C.; l’edificio è stato ritenuto probabilmente flavio e forse vespasianeo.[1]
La scena mostra dall’alto, “a volo di uccello”, una città cinta da mura turrite. Gli edifici sono presentati secondo una prospettiva convenzionale che privilegia la riconoscibilità dei singoli monumenti. Si distinguono un teatro, accanto al quale compare una statua di Apollo su alto basamento, un grande quadriportico, edifici templari, quartieri abitativi, assi stradali e una statua colossale posta all’incrocio fra due vie. Nella parte inferiore è rappresentata una distesa d’acqua con strutture che sono state interpretate come un bacino fortificato.[2]
L’identificazione della città è rimasta aperta fin dalla scoperta. Rita Volpe, nel primo studio complessivo del contesto pubblicato nel 2000, ricordava proposte molto diverse fra loro, da Roma a Londinium, Antiochia, Beirut e Arles, ponendo anzitutto la questione se si trattasse di una città reale oppure di una costruzione ideale.[3] Ostia non compare in quell’elenco. Eppure, osservando nuovamente l’affresco alla luce della topografia e soprattutto della cronologia monumentale di Ostia nella seconda metà del I secolo, l’ipotesi merita a mio avviso di essere presa seriamente in considerazione. Non è un singolo edificio a suggerirla. È la combinazione di più elementi, disposti secondo rapporti topografici che trovano a Ostia confronti sorprendentemente precisi.
Il teatro e il grande portico
Il punto di partenza è il teatro raffigurato sulla sinistra. L’identificazione della struttura come edificio teatrale non presenta particolari difficoltà ed è già accolta nella documentazione archeologica. La grande forma semicircolare corrisponde alla cavea, mentre il corpo rettilineo che la chiude appartiene all’edificio scenico. La statua di Apollo collocata nelle immediate vicinanze ne rafforza ulteriormente la caratterizzazione.[2]
La superficie della cavea appare oggi quasi uniforme e molto chiara. Si potrebbe pensare a una copertura e quindi a un odeum o a un theatrum tectum, ma non è necessario ricorrere a questa ipotesi. Il settore è molto deteriorato e sottili indicazioni delle gradinate potrebbero essere scomparse insieme alla pellicola pittorica. La lettura più economica rimane pertanto quella di un teatro aperto, nel quale l’articolazione dei sedili non è più leggibile.
È soprattutto ciò che compare vicino al teatro a rendere interessante il parallelo con Ostia. Il grande recinto rettangolare colonnato che domina la parte destra dell’affresco presenta infatti un confronto immediato con il Piazzale delle Corporazioni, il vastissimo spazio monumentale costruito insieme al teatro ostiense.
A Ostia teatro e piazzale costituivano fin dall’origine un unico complesso. Il Piazzale delle Corporazioni misurava circa 107 × 78 metri, si trovava dietro l’edificio scenico ed era aperto verso il Tevere. Nella sistemazione augustea, probabilmente databile al 18-17 a.C., era accessibile dal fiume mediante una serie di undici ingressi scanditi da pilastri e svolgeva la funzione di porticus post scaenam. In età claudia il livello venne rialzato e fu costruito un vero portico costituito da una sola fila di colonne laterizie.[4]
Questa sequenza è particolarmente importante. Il grande portico che oggi associamo al Piazzale delle Corporazioni esisteva dunque già nella seconda metà del I secolo, cioè proprio nell’epoca alla quale appartiene la Città Dipinta. Solo nella prima metà del II secolo il portico venne raddoppiato e il complesso assunse progressivamente l’articolazione delle stationes nota soprattutto attraverso i celebri mosaici.[5]
Nell’affresco il colonnato appare relativamente semplice e regolare. Pur senza permettere di ricostruirne integralmente l’impianto, la struttura visibile sembra compatibile con una fase anteriore alla più complessa sistemazione del II secolo. Se il grande recinto fosse realmente il Piazzale delle Corporazioni, la pittura potrebbe conservarne proprio l’aspetto claudio-flavio, precedente al raddoppiamento del portico.
Anche il teatro si accorda con questa cronologia. Quello di Ostia era stato costruito negli ultimi anni del I secolo a.C. per iniziativa di Agrippa, ma la grande trasformazione che lo portò alla capienza di circa quattromila spettatori appartiene soltanto alla fine del II secolo.[6] Guido Calza ricostruì il teatro augusteo come sensibilmente più piccolo di quello severiano oggi percepibile e orientato verso nord-nord-est.[7] Nell’affresco il teatro appare relativamente contenuto rispetto all’enorme recinto porticato. Non è una prova, naturalmente, ma ancora una volta l’immagine si adatta meglio a una fase precedente alle grandi trasformazioni del II secolo.
Un ulteriore elemento rafforza il confronto con il Piazzale delle Corporazioni. Il grande quadriportico dipinto racchiude uno spazio centrale aperto, nel quale compaiono alcuni alberi e una superficie quadrangolare rossastra, resa in piano e priva dello sviluppo verticale proprio di un edificio. Il frontone visibile non occupa il centro del recinto, ma appartiene al lato di fondo del portico, del quale sottolinea l’asse mediano. La configurazione trova un significativo riscontro nel Piazzale delle Corporazioni, la cui area centrale rimase libera, sistemata a giardino e ornata da statue.[4] Anche questo particolare appare coerente con l’identificazione proposta. Il tempio riconosciuto nella descrizione della Sovrintendenza è infatti un edificio distinto, collocato sul margine destro della veduta,[2] mentre il grande recinto conserva il carattere di uno spazio porticato aperto e alberato. La presenza degli alberi, tutt’altro che marginale, contribuisce anzi a definire la funzione dello spazio interno e costituisce un ulteriore elemento di confronto con il piazzale ostiense.
Il Tevere davanti alla città
La seconda questione decisiva riguarda l’acqua. Fin dai primi studi si è parlato di una città marittima o portuale. La formulazione originaria è però meno categorica di quanto possa sembrare. Nella scheda redatta da Rita Volpe si legge che nella parte inferiore compare una distesa d’acqua, accompagnata significativamente dalla domanda «il mare?», e un bacino interpretato come fortificato.[2] La natura dello specchio d’acqua non era dunque considerata completamente risolta.
Osservando il frammento oggi conservato, la fascia azzurra può essere letta anche come un corso d’acqua che costeggia la città. Nel settore superstite non sono chiaramente riconoscibili navi; non compaiono inoltre, almeno nella porzione giunta fino a noi, elementi caratteristici di un grande porto marittimo come un faro monumentale o due poderosi moli avanzati. L’assenza non costituisce di per sé una prova, anche perché vaste parti dell’affresco sono perdute. Rende tuttavia legittimo domandarsi se sia davvero necessario identificare l’acqua con il mare. L’ipotesi del Tevere risolve numerosi problemi contemporaneamente.
Ostia si sviluppava sulla riva sinistra del fiume. Le mura repubblicane, costruite intorno alla metà del I secolo a.C., circondavano l’abitato soltanto su tre lati, mentre a nord la città raggiungeva il Tevere e si sviluppava anche oltre il corso d’acqua.[8] Il fiume costituiva quindi un vero margine urbano, ma non un margine separato dalla vita della città. Era al contrario uno dei suoi principali fronti economici.
Proprio il settore del teatro era strettamente rivolto verso il Tevere. Il Parco archeologico definisce esplicitamente il Piazzale delle Corporazioni «aperto verso il Tevere», mentre immediatamente a occidente si trovavano i Grandi Horrea, il principale complesso granario della città, anch’esso organizzato in rapporto con il trasporto fluviale.[9]
Se si immagina quindi l’osservatore collocato sulla riva settentrionale del Tevere e rivolto verso sud, la logica generale della Città Dipinta diventa particolarmente suggestiva. In primo piano scorrerebbe il fiume. Al di là dell’acqua apparirebbe il fronte urbano ostiense con le sue infrastrutture portuali e commerciali. Il settore del teatro e del Piazzale delle Corporazioni emergerebbe nella zona orientale della veduta, mentre più lontano il tessuto edilizio sarebbe concluso dalla cinta muraria terrestre.
È precisamente la disposizione generale che ci aspetteremmo da Ostia. La grande muraglia dipinta sul fondo non rappresenterebbe in questo caso una fortificazione frapposta fra la città e il porto. Sarebbe la cinta sul lato terrestre, vista oltre l’abitato da chi osserva la città dal Tevere.
Anche l’ubicazione pittorica del teatro acquista un certo interesse. Guardando verso sud, l’est si trova sulla sinistra dell’osservatore. Il quartiere teatrale, situato nella parte orientale del nucleo monumentale ostiense, dovrebbe dunque apparire proprio verso la sinistra della veduta. Non è possibile sovrapporre meccanicamente la pittura a una carta topografica, perché la rappresentazione antica disloca e ruota gli edifici per renderli leggibili, ma la concordanza generale merita attenzione.
Sul fondo si distingue inoltre una grande porta munita di torri. Se la direzione dello sguardo fosse effettivamente settentrione-sud, sarebbe naturale interrogarsi su un eventuale rapporto con Porta Laurentina, posta sul lato meridionale delle mura all’estremità del Cardine massimo. La porta ostiense consisteva in un unico passaggio fiancheggiato da due torri quadrate.[10] Il confronto deve rimanere per ora ipotetico, perché la porta affrescata è fortemente stilizzata e la prospettiva non consente un’identificazione puntuale. È tuttavia un elemento che potrebbe essere sottoposto in futuro a una verifica più precisa.
Questa lettura modifica anche il significato della parola «porto». Se la città rappresentata fosse Ostia, non avremmo necessariamente davanti agli occhi un bacino marittimo indipendente, ma un fronte portuale fluviale. Ostia era infatti il porto fluviale di Roma alla foce del Tevere. Il grande porto marittimo costruito da Claudio a partire dal 42 d.C. si trovava circa tre chilometri a nord della foce e costituiva un complesso distinto. Era formato da un enorme bacino, moli curvilinei e un faro monumentale; venne completato sotto Nerone nel 64 d.C.[11] Non c’è quindi ragione di pretendere che una veduta di Ostia debba mostrare necessariamente quel porto.
La distinzione è importante. Identificare l’acqua della Città Dipinta con il Tevere permette di conservare pienamente il carattere portuale della città senza costringerla a coincidere con Portus.
Una convergenza topografica e cronologica
La proposta di identificare la città con Ostia acquista forza soprattutto quando si considerano insieme topografia e cronologia. La Città Dipinta appartiene alla seconda metà del I secolo e probabilmente a un contesto flavio.[1] In quello stesso periodo il teatro augusteo di Ostia esisteva già da quasi un secolo, ma non aveva ancora ricevuto il grande ampliamento della fine del II secolo.[6] Il Piazzale delle Corporazioni aveva ormai acquisito il portico costruito sotto Claudio, ma non ancora la doppia articolazione porticata del II secolo.[4][5] Verso la fine del secolo sarebbe stato aggiunto anche il tempio centrale.[5]
In altre parole, la cronologia del dipinto coincide quasi esattamente con una fase particolarmente riconoscibile della monumentalizzazione del quartiere teatrale ostiense. Questo punto è forse più significativo della semplice somiglianza fra due edifici. Un teatro accanto a un portico non sarebbe un’associazione eccezionale nel mondo romano. Un teatro collegato a un grandissimo spazio porticato, entrambi affacciati direttamente sul principale corso d’acqua di una città murata e appartenenti a una configurazione monumentale esistente proprio nella seconda metà del I secolo, costituisce invece una coincidenza più difficile da liquidare come generica.
Rimane una differenza evidente. Nel reale assetto ostiense il Piazzale delle Corporazioni era disposto immediatamente dietro la scena del teatro; nell’affresco i due edifici sembrano invece spostati lateralmente l’uno rispetto all’altro. Ma una veduta romana a volo d’uccello non è una fotografia zenitale né una planimetria. La stessa documentazione della Città Dipinta descrive edifici resi «in prospettiva».[2] La composizione è costruita per giustapposizione di monumenti riconoscibili e può alterarne le relazioni geometriche per evitare sovrapposizioni. La posizione relativa degli edifici deve quindi essere confrontata per sequenze e rapporti, non mediante una sovrapposizione metrica immediata.
In questo senso la sequenza ostiense rimane coerente. Dal Tevere si incontravano il Piazzale aperto verso il fiume, il teatro alle sue spalle e quindi il tessuto urbano. Più lontano, verso sud, si estendeva la cinta muraria con Porta Laurentina. Nel dipinto ritroviamo acqua, grande recinto porticato, teatro, città e mura. Che questi elementi non siano collocati secondo una prospettiva moderna non annulla la corrispondenza.
Una ricostruzione topografica sperimentale assistita dall’intelligenza artificiale, condotta durante questa analisi a partire dai rapporti documentati fra Tevere, Piazzale delle Corporazioni, teatro e cinta muraria, ha restituito una configurazione coerente con questa interpretazione. Ponendo idealmente il punto di osservazione sulla riva settentrionale del Tevere e orientando lo sguardo verso la città, il teatro cade nel settore orientale della veduta, il Piazzale occupa la fascia compresa fra teatro e fiume e la cinta meridionale si dispone sul fondo. Questa verifica non costituisce una prova archeologica autonoma e non deve essere utilizzata come tale. È però utile come controllo spaziale dell’ipotesi, perché mostra che gli elementi proposti non richiedono una disposizione topografica impossibile o artificiosa.
Restano naturalmente alcuni elementi da chiarire. La grande statua dorata dipinta all’incrocio di due vie non ha ancora un corrispettivo ostiense evidente. Sul lato destro della scena alcuni edifici risultano parzialmente nascosti da una struttura muraria che attraversa in primo piano quel settore della veduta, ma appartengono allo stesso livello del tessuto urbano circostante. Rimane inoltre da verificare se la grande porta monumentale visibile sullo sfondo possa essere messa in relazione con una delle porte della cinta ostiense e se il tempio indicato nella descrizione archeologica trovi un confronto convincente con uno specifico santuario della città. Questi elementi non contraddicono l’identificazione proposta, ma costituiscono piuttosto punti sui quali il confronto topografico può essere ulteriormente approfondito.
Proprio per questo, tuttavia, l’ipotesi Ostia è verificabile. Una futura analisi dovrebbe confrontare la pittura restaurata ad alta risoluzione con una restituzione della città nella fase claudio-flavia, escludendo gli edifici posteriori. Sarebbe particolarmente utile ricostruire il teatro augusteo nelle sue dimensioni originarie, il Piazzale con il singolo portico claudio, il corso del Tevere nel I secolo e il tracciato delle mura. La verifica delle proporzioni e degli angoli visuali potrebbe stabilire se la concordanza che oggi appare qualitativamente forte resista anche a un confronto geometrico.
Allo stato attuale sarebbe prematuro presentare Ostia come identificazione acquisita. Sarebbe però altrettanto riduttivo considerarla una semplice suggestione. Teatro, Piazzale delle Corporazioni, rapporto con il Tevere, disposizione delle mura e cronologia monumentale formano un sistema di corrispondenze coerente. La possibilità che la Città Dipinta del Colle Oppio conservi una veduta, necessariamente selettiva e idealizzata, della Ostia flavia merita quindi di entrare a pieno titolo nel dibattito sull’identificazione dell’affresco.
Nella foto, resa piana e nitida con l’IA, la Città dipinta
Note
- Sovrintendenza Capitolina ai Beni Culturali, Terme di Traiano – La “Città Dipinta”, testo di Rita Volpe. La scheda considera più probabile una datazione flavia, forse vespasianea; la documentazione più recente mantiene la collocazione generale nella seconda metà del I secolo d.C.
https://sovraintendenzaroma.it/sites/default/files/storage/original/application/dd9c83fb2858fe8a3cdf4fb07ba38a6a.pdf - Sovrintendenza Capitolina ai Beni Culturali, Terme di Traiano – La “Città Dipinta”. La descrizione riconosce il teatro, la statua di Apollo, il quadriportico, il tempio, la statua colossale e la distesa d’acqua, definita dubitativamente «il mare?», con un bacino fortificato.
https://sovraintendenzaroma.it/sites/default/files/storage/original/application/dd9c83fb2858fe8a3cdf4fb07ba38a6a.pdf - Rita Volpe, Paesaggi urbani tra Oppio e Fagutal, «Mélanges de l’École française de Rome. Antiquité», 112, 2, 2000, pp. 511-556. Volpe ricorda fra le identificazioni allora proposte Roma, Londra, Antiochia, Beirut e Arles e lascia esplicitamente aperto il problema della natura reale o ideale della città.
https://www.persee.fr/doc/mefr_0223-5102_2000_num_112_2_9536 - Parco archeologico di Ostia antica, Piazzale delle Corporazioni. Il piazzale, di circa 107 × 78 m, fu progettato con il teatro in età augustea, probabilmente nel 18-17 a.C.; era aperto verso il Tevere e in età claudia ricevette un portico con una sola fila di colonne laterizie.
https://ostiaantica.cultura.gov.it/percorsi/grano-e-pane-a-ostia-antica/piazzale-delle-corporazioni/ - Parco archeologico di Ostia antica, Piazzale delle Corporazioni. Verso la fine del I secolo d.C. venne costruito al centro un tempio su alto podio; il raddoppiamento del portico appartiene invece alla prima metà del II secolo.
https://ostiaantica.cultura.gov.it/pannelli-didattici-e-mappe/larea-del-teatro/piazzale-delle-corporazioni/ - Parco archeologico di Ostia antica, Teatro. Il teatro fu costruito negli ultimi anni del I secolo a.C. e ampliato soltanto alla fine del II secolo fino alla capienza di circa 4.000 spettatori.
https://ostiaantica.cultura.gov.it/pannelli-didattici-e-mappe/larea-del-teatro/teatro/ - Guido Calza, Il teatro augusteo di Ostia, studio dedicato alla fase più antica dell’edificio. Calza ricostruisce il teatro augusteo come più piccolo di quello imperiale successivo e ne indica l’orientamento a nord-nord-est.
https://ostiaantica.cultura.gov.it/wp-content/uploads/2025/08/Calza-1935.pdf - Parco archeologico di Ostia antica, Mura repubblicane – Porta Romana. Le mura della metà del I secolo a.C. circondavano Ostia su tre lati, mentre a nord la città si sviluppava anche oltre il fiume.
https://ostiaantica.cultura.gov.it/pannelli-didattici-e-mappe/larea-a-servizio-del-fiume/mura-repubblicane-porta-romana/ - Parco archeologico di Ostia antica, L’area del teatro. Il complesso comprendeva il teatro e il piazzale retrostante aperto verso il Tevere; sul lato occidentale si trovavano i Grandi Horrea, collegati funzionalmente al fiume.
https://ostiaantica.cultura.gov.it/pannelli-didattici-e-mappe/larea-del-teatro/ - Parco archeologico di Ostia antica, Porta Laurentina. La porta meridionale, posta lungo il Cardine massimo, presentava un unico vano fiancheggiato da due torri quadrate.
https://ostiaantica.cultura.gov.it/pannelli-didattici-e-mappe/larea-dei-culti-orientali-e-il-quartiere-residenziale-di-porta-laurentina/porta-laurentina/ - Parco archeologico di Ostia antica, Imperial Harbours of Claudius and Trajan. Il porto di Claudio fu iniziato nel 42 d.C. circa tre chilometri a nord della foce del Tevere e completato nel 64; comprendeva un vasto bacino, due moli curvilinei e un faro su un’isola artificiale. La stessa fonte distingue esplicitamente questa infrastruttura dal porto fluviale di Ostia.
https://ostiaantica.cultura.gov.it/en/sites/imperial-harbours-of-claudius-and-trajan/
