Dovete capire che cos’è il silenzio. La folla è chiassosa: per vedere Dio è necessario il silenzio

di ANDREA FILLORAMO

Sabato Santo mi sono recato in farmacia. Ho sfruttato, così, una delle poche possibilità che abbiamo, anche per godere di una bellissima giornata, con un sole molto raro in Lombardia in questa stagione e un desiderio immenso di rompere per un tempo ristretto le catene che mi obbligano a stare a casa.

Sono stato colpito subito dal silenzio tombale delle strade senza autovetture marcianti, senza traffico, senza gente.

Ho subito percepito quel silenzio come una sorta di digiuno, una privazione scomoda, un’inquietudine fastidiosa.

La città, privata dal rumore del traffico e senza il vociare della gente evoca la morte e non è quella città dove vivo da tantissimi anni.

Una città silenziosa – ho pensato – trasmette una mostruosa solitudine e, quindi, non è da considerare una città da vivere.

Tornato a casa ho paradossalmente valorizzato quei lunghi momenti di silenzio fra i membri della stessa famiglia che, data la situazione che stiamo vivendo, talvolta consideriamo anche intollerabili o quelli che ciascuno riserva a se stesso.

Occorre, a mio parere, riflettere, sul significato da dare al silenzio. Mentre in Occidente dire poco o stare in silenzio può essere interpretato come non avere molto o nulla da dire, in Oriente si verifica il contrario: chi parla troppo è considerato inquietante e sospettato di ciarlataneria.

Il silenzio orientale è un silenzio attivo, indica incontro, ricerca, introspezione, dialogo con la nostra voce interiore e dagli orientali dovremmo noi imparare.

Marcel Marceau afferma: “Dovete capire che cos’è il silenzio, qual è il peso del silenzio, qual è il potere del silenzio.”

Di certo è qualcosa di difficile da capire in un’epoca che ci immerge nell’ipercomunicazione, mentre a volte non abbiamo davvero nulla da dire. Spesso le nostre conversazioni non sono altro che una ripetizione continua delle stesse formule abusate, gli stessi luoghi comuni, le stesse cantilene sociali, politiche o commerciali.

Da rammentare che nella psicoanalisi il silenzio agisce come un pilastro che sostiene l’intera impalcatura. All’interno della psicoanalisi emerge il silenzio come mezzo insuperabile. In fondo, l’inconscio è un discorso senza parole.

Dal silenzio, nasce un nuovo linguaggio che non è fatto tanto di parole che spieghino, ma di intuizioni, suggestioni, paradossi, pretesti per raccontarsi…

Occorre, quindi, approfittare del silenzio che in una certa misura ci impone la segregazione data da coronavirus, per l’acquisizione di un nuovo stile di vita, di capire come siamo realmente e quali siano le nostre reali esigenze e non quelle che con una stretta rete di persuasioni occulte ci impone la società. Sant’Agostino nel suo Commento al Vangelo di Giovanni scrive: “La nostra anima ha bisogno di solitudine. Nella solitudine, se l’anima è attenta, Dio si lascia vedere. La folla è chiassosa: per vedere Dio è necessario il silenzio”.

Tutti i credo religiosi si trovano d’accordo nel riconoscere il silenzio come mezzo per raggiungere la sfera del divino, ascoltarne il messaggio. Si tratta di un silenzio interiore, che è slegato da quello delle parole.

Essere in una condizione di silenzio interiore significa avere la capacità di ascoltarsi.