DOPO L’UNITA’ D’ITALIA NASCE LA QUESTIONE CATTOLICA E LA QUESTIONE MERIDIONALE

Il Risorgimento italiano che l’ex zuavo O’Clery ha chiamato,“la Rivoluzione Italiana” ha prodotto prima la “questione cattolica” e poi la “questione meridionale”. I due temi sono affrontati nel testo “1860-2011. A cinquant’anni dall’Unità d’Italia. Quale identità?”, edito da Cantagalli (pag 203, 18e)

Per rispondere alla prima questione Marco Invernizzi utilizza due libri che a diverso titolo, rispondono al problema.

Il primo è il racconto autobiografico di una esperienza politica del sacerdote e filosofo di Rovereto, Antonio Rosmini Serbati, che è stato al centro di un tentativo di unire il Regno Sardo allo Stato Pontificio e agli altri Stati italiani in una Lega che avrebbe dovuto affrontare l’impero austriaco. Una Lega pronta ad affrontare anche una eventuale guerra, per confederare gli Stati italiani sotto la presidenza del Papa. Rosmini aveva ricevuto una specie di mandato esplorativo da parte del governo sabaudo, che nello stesso tempo era ambiguo sul progetto federale. Anche Pio IX era favorevole alla nascita di un’Italia confederale, ma non riteneva opportuno muovere una guerra contro l’Austria, per non rischiare una sorta di scisma. Rosmini era convinto che l’Impero non si potesse riformare, pertanto auspica l’indipendenza di tutti gli Stati. Del parere opposto era il cardinale Giacomo Antonelli che puntò all’alleanza della Santa Sede con l’Impero, nella speranza che quest’ultimo avrebbe rinunciato al giurisdizionalismo per collaborare con la Chiesa, restituendole tutte le libertà, contro la Rivoluzione. Comunque sia l’esperienza di Rosmini è importante perché apre una strada diversa per i cattolici di fronte al problema dell’unità italiana, sostanzialmente prevedeva che fossero i cattolici a guidare il processo di unificazione, sottraendolo alle società segrete e allo stesso Regno di Sardegna.

L’altro libro che viene preso in considerazione è quello di Domenico Massè, “Il caso di coscienza del Risorgimento italiano. Dalle origini alla Conciliazione, 1946”, pubblicato dalle Edizioni Paoline, nel 1961. Si tratta di un ecclesiastico piemontese, che ha scritto diverse opere ben documentate sul Risorgimento e sulla storia moderna d’Italia e d’Europa. In pratica per Massè i cattolici, dopo la seconda guerra mondiale sono giunti alla guida politica della nazione, dopo il ventennio fascista, il periodo liberalnazionale precedente e dalla fine del potere temporale pontificio. Ottenuto l’ampio consenso dagli italiani nelle elezioni del 18 aprile del 1948, guidati da Alcide De Gasperi, in qualche modo espressione del laicato cattolico e di una Chiesa molto radicata sul territorio ora si apprestano a governare il Paese. Ma per Massè i cattolici che guidavano il Paese avevano un problema: “erano alla guida di uno Stato che si era costituito contro i loro predecessori, attraverso una lunga contrapposizione […]”. IL Massè racconta la storia del Risorgimento e lascia trapelare il dramma di coscienza dei cattolici, che, dopo il 1848, vedevano la patria, che pur amavano, e la Chiesa, che amavano anche di più, prendere strade diverse e contrapposte. Secondo Invernizzi non si può nascondere che i governanti della destra storica dal 1861 al 1876, attraverso provvedimenti legislativi hanno tentato di sradicare gli italiani dalle loro radici culturali e religiose. Questa realtà storica non si può nascondere. Tuttavia la nuova classe dirigente, almeno una parte minoritaria della Democrazia Cristiana, quelli del cattolicesimo “democratico”, cominciò a leggere la storia italiana secondo i principi della rivoluzione del 1789. Gli altri cattolici che probabilmente erano in maggioranza, non riuscirono a far passare un’altra interpretazione della storia italiana, come Luigi Gedda, il fondatore dei Comitati Civici.

L’altra questione che ha prodotto il Risorgimento è quella meridionale, se ne occupa lo studioso Francesco Pappalardo. Partendo da una accurata sintesi sulla storia del Regno di Napoli e della sua specificità, nonostante le diverse dinastie per Pappalardo, si può benissimo parlare di una vera e propria identità “nazionale” napoletana. “Si deve guardare alla nazione napoletana come a uno dei ‘mosaici minori nel più grande mosaico della nazionalità italiana’, che ebbe per secoli un’autonoma logica di sviluppo e le cui vicende non vanno concepite semplicemente come funzionali a un’inevitabile unità”. Lo studioso invita a studiare con attenzione il Mezzogiorno prima della cosiddetta “Questione meridionale”. Interessante sono i due secoli quando il Regno di Napoli sarà legato alla Corona spagnola, penso allo studioso spagnolo Francisco Elias de Tejada che ha scritto ben cinque volumi su questa Storia. Infatti, scrive Pappalardo, “gli studiosi si sono chiesti a lungo se la storia del regno di Napoli sia stata un’autentica storia nazionale o soltanto la storia dei sovrani e degli ordinamenti succedutesi in quelle terre nel corso dei secoli”. Anche se bisogna stare attenti a non ridurla a quel pugno di intellettuali settecenteschi come fa Benedetto Croce. In realtà gli illuministi e i liberali napoletani non ebbero mai la posizione egemone che Croce attribuiva loro e non furono in grado di rappresentare le esigenze concrete della popolazione napoletana. Come ha dimostrato la rivolta popolare della Santa Fede del cardinale Fabrizio Ruffo, che ha abbattuto l’effimera Repubblica napoletana, ma anche dopo il 1861, quando ancora una minoranza hanno accettato la dissoluzione della nazione napoletana nello Stato unitario, imposto forzosamente con gli eserciti dei vari generali Cialdini e compagni.

Pappalardo racconta brevemente cosa è accaduto dopo il 1861 nei territori del Regno delle Due Sicilie, la resistenza antiunitaria delle popolazioni meridionali, che peraltro presenta i contorni quasi simili alle insorgenze contro Napoleone. C’è stata oltre a quella armata, una resistenza passiva dei dipendenti pubblici, della popolazione cittadina. Sono temi che ho affrontato altre volte presentando i miei studi.

Tuttavia per Pappalardo, “la rappresentazione del Mezzogiorno come un blocco unitario di arretratezza economica e sociale non trova fondamento sul piano storico, ma ha genesi e natura ideologica”.

I primi a diffondere giudizi falsi sugli inferiori coefficienti di civiltà del Sud sono stati gli esuli napoletani che nel decennio 1850-1860 con la loro propaganda antiborbonica contribuiscono a demolire il prestigio e l’onore della dinastia e quindi di tutto il Meridione. Poi hanno contribuito gli invasori, gli eserciti e i governatori venuti dal Nord come Farini che diceva a Cavour di trovarsi in Affrica tra i beduini. Ma quelli che hanno decretato che il Mezzogiorno è in ritardo, è sottosviluppato, è malato, ha un virus, rispetto alla Penisola sono i “sudologi”, i “meridionalisti” di professione. Comunque sia studi che non sono viziati da pregiudizi e stereotipi, mostrano che “alla data dell’Unità, non vi fossero differenze tra le due aree del paese”, ma che il declino del Mezzogiorno è iniziato negli anni successivi all’unificazione, diventando un processo continuo fino alla metà del Novecento. Lo studioso fa i nomi di quelli che hanno interpretato economicamente, socialmente e culturalmente la questione meridionale, si va dallo storico Pasquale Villari ad Antonio Gramsci.

L’importante testo che ritengo importante per una riscrittura non solo della Storia del nostro Paese ma anche per rilanciare una nuova politica italiana, lascia le conclusioni a Giovanni Cantoni, il fondatore di Alleanza Cattolica, che titola le sue riflessioni con uno slogan felicemente indicativo: “Unità sì, Risorgimento no”.

 

DOMENICO BONVEGNA

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