Il Vangelo secondo Andrea Filloramo: la mitizzazione del prete non eleva la fede ma la anestetizza

di Andrea Filloramo 

C’è un tabù nella Chiesa cattolica, che mai viene affrontato con onestà, al quale ha accennato don Alberto Ravagnani che recentemente ha abbandonato il sacerdozio, in un’intervista riportata dalle televisioni e sul quale vale la pena soffermarci. Si tratta della    mitizzazione della figura del prete, da considerare, non una deriva accidentale, ma un meccanismo strutturale, di cui poco o per nulla si parla, che trae vantaggio nel trasformare un uomo in un simbolo intoccabile. 

Ciò avviene attraverso il linguaggio, i rituali, l’abbigliamento, la separazione giuridica e sacramentale, la sottrazione progressiva alla dimensione ordinaria dell’umano per una collocazione in un’altra sfera e per un’elevazione che produce solo distanza, immunità e deferenza. 

Diciamolo chiaramente; la mitizzazione del prete non eleva la fede ma la anestetizza. Finché un prete, infatti, si colloca su un piano superiore, il resto della comunità resta infantile, obbedisce invece di discernere, venera invece di interrogare, tace invece di assumersi responsabilità.  

Chi difende questa dinamica parla di “sacralità del ministero”, ma spesso si tratta di una scorciatoia retorica per evitare il problema reale: la confusione deliberata tra il ruolo e la persona. Il ministero può essere magari considerato sacro, il prete no. 

Fingere il contrario – come spesso avviene – è solo ideologia clericale. 

La mitizzazione del prete è alimentata attraverso una teologia ritenuta intoccabile, che insiste sulla differenza ontologica tra clero e laici, attraverso il diritto canonico che concentra il potere decisionale in poche mani e attraverso la cultura ecclesiale che scoraggia la trasparenza e induce all’ipocrisia. 

 E non si dica che tutto ciò serva a proteggere la Chiesa. È l’esatto contrario. Ogni mito, infatti, è fragile: basta una crepa perché crolli. Quando il prete idealizzato mostra la sua umanità — un errore, una debolezza, una contraddizione — lo scandalo non nasce dal fatto in sé, ma dall’aspettativa irreale costruita attorno a lui. Il problema non è la caduta dell’uomo, ma l’idolo che lo precede. 

C’è poi un’ipocrisia ancora più profonda. La mitizzazione del prete viene spesso giustificata come “segno di rispetto”, ma funziona in realtà come una forma di deresponsabilizzazione collettiva. Se il prete è il garante ultimo del bene, allora nessun altro lo è davvero. La comunità smette di essere adulta. La fede smette di essere una scelta, e diventa una delega permanente. 

Anche il prete è vittima di questo sistema, ma non innocente. Accettare il mito — o non smontarlo — significa spesso godere di un privilegio simbolico.  

Il piedistallo indubbiamente protegge, isola, semplifica, ma fino a quando regge. Quando, però. crolla, lascia solo macerie: relazioni distrutte, fiducia persa, comunità disorientate. 

Una visione equilibrata del ministero non è una minaccia alla Chiesa, è l’unica via per salvarne la credibilità. Riconoscere il valore del ruolo senza trasformare chi lo esercita in una figura sovrumana non è mancanza di rispetto: è maturità. È fede che non ha bisogno di illusioni per reggere. 

Continuare a mitizzare il prete significa scegliere la comodità della finzione invece della fatica della verità. Significa preferire un’istituzione protetta a una comunità viva. Ma una Chiesa che sopravvive grazie ai miti non è stabile: il crollo è solo rimandato. E prima o poi, il crollo avverrà.