di Andrea Filloramo
A nessuno oggi sfugge – come quasi quotidianamente possiamo vedere e osservare in quasi tutti i canali televisivi – che, nella Chiesa Cattolica, con Papa Leone XIV, si assiste – a differenza con il passato – a una maggiore attenzione alla liturgia in quelli che sono i suoi aspetti più spettacolari, rispetto a una liturgia semplice e sobria, come decretata e richiesta dal Concilio Vaticano Secondo.
Non mancano, pertanto, quelli che, pensando o temendo un certo ritorno nella Chiesa di una sfarzosità rituale, appartenente ad altri tempi, si pongono una domanda, quasi blasfema per alcuni e inevitabile per altri: dato il legame storicamente affermato tra potere e sfarzo – che è da ritenere una strategia in cui il lusso visibile serve a dimostrare autorità, ricchezza e supremazia – se Gesù tornasse oggi, si riconoscerebbe in una possibile Chiesa del genere?
Non è difficile rispondere a tale domanda. Basta rileggere i Vangeli e scoprire qualcosa di scomodo. Gesù non fondò – ne siamo certi – un sistema di potere, non cercò il consenso.
Quando qualcuno voleva sapere chi fosse il più importante, diede una risposta che dovrebbe mettere in imbarazzo qualsiasi struttura gerarchica: il più grande è colui che serve.
È difficile immaginare una critica più radicale alla cultura del potere.
La realtà è che la storia del cristianesimo ha prodotto una Chiesa con gerarchie, con la separazione clero/laici, con titoli, patrimoni, privilegi e con una complessa struttura istituzionale, fatta di apparati amministrativi e forme di autorità territoriale.
Era inevitabile? Forse. Ciò, però, che è storicamente comprensibile non diventa per questo automaticamente evangelico.
C’è qualcosa di straniante nel cristianesimo contemporaneo.
Abbiamo, infatti, non solo chiese magnifiche, opere d’arte straordinarie, liturgie solenni, abiti sacri, mozzette identitarie, rituali antichissimi.
Tutto questo può avere un enorme valore spirituale e culturale, ma il Vangelo – occorre ricordarlo – non è nato per costruire monumenti; è nato per cambiare le persone.
Una cattedrale può essere bellissima ma non sfama nessuno. Un altare può essere prezioso, ma non dà una casa a chi dorme per strada. Una cerimonia può essere solenne ma non consola necessariamente chi è solo.
Il problema non è avere chiese belle o indossare paramenti dorati; il problema nasce quando la bellezza dell’edificio o la solennità di un abito, ritenuto sacro, diventa più importante della persona che sta fuori dalla porta.
Questa è forse una delle caratteristiche più destabilizzanti del Gesù raccontato dai Vangeli che amava stare con quelli che una religione rispettabile avrebbe dovuto evitare e cioè: peccatori, pubblicani, emarginati, malati, persone giudicate impure e persone di cui era più conveniente prendere le distanze.
A essi non chiedeva prima il certificato di moralità, non domandava se la persona fosse presentabile, né chiedeva se appartenesse al gruppo giusto. La incontrava e basta.
Questa è una delle grandi provocazioni del Vangelo e ancora oggi potrebbe essere la domanda più difficile per la Chiesa.
Gesù parla continuamente dei poveri, che non sono come elemento decorativo, né un’occasione per una fotografia durante una visita pastorale, ma una presenza che mette in discussione tutti, che non chiede soltanto carità.
Chiede una risposta.
Chiede: perché una società produce ricchezza e contemporaneamente permette che alcune persone non abbiano abbastanza per vivere.
Perché alcuni hanno delle possibilità quasi infinite e altri debbono scegliere tra mangiare e pagare una bolletta.
La solidarietà è soltanto una virtù privata oppure anche una responsabilità collettiva?
Per finire: la Chiesa che possiede troppe certezze è consapevole di avere dimenticato quanto il Vangelo sia scomodo.
Non sappiamo se Gesù tornando oggi sulla terra si riconoscerebbe in una Chiesa del genere.
La risposta non può essere data semplicemente assistendo alle sue cerimonie, ma dal fatto che se chi entra dalla porta della Chiesa trova sempre qualcuno disposto ad amarlo anche quando non ha nulla da offrire in cambio.
