di Andrea Filloramo
Rispondo a un prete anonimo che, a commento di un articolo a mia firma, pubblicato su IMGPress del 25 settembre 2026, in modo inaspettato e forse provocatorio, così mi scrive:” è certo che il prete pedofilo fa un danno alla Chiesa, ma anche il prete che ha lasciato il ministero deve pensare che ha danneggiato la Chiesa e ha tradito la fiducia della comunità dei credenti etc..”.
Innanzitutto, in modo non specifico affermo che, quando inopportunamente si invita qualcuno a riportare l’attenzione su un periodo della vita trascorsa, si chiede non tanto di evocare dei ricordi, ma di riattivare qualcosa che può avere un peso emotivo, di ripensare cioè a dettagli, a persone o a situazioni che forse aveva volutamente lasciate sullo sfondo, sulle quali, quindi, non voleva ritornare. Alcune esperienze lasciano, infatti, un’impronta che non si cancella mai, che non si possono partecipare poiché appartengono soltanto a chi le ha vissute qualunque scelta possa da esse derivare.
Se si vuole far tornare l’attenzione a un momento trascorso in cui si è cambiato vita, si tocca allora una sorta di “prima e dopo” della stessa identità e non dovrebbe essere permesso a nessuno di toccarla.
Se poi un prete – come si accenna nella e-mail ricevuta – che ha lasciato il ministero dopo averlo svolto forse con disponibilità, dopo anni riceve l’invito a ricordare, immancabilmente prova reazioni emotive molto diverse, per cui sarebbe preferibile osservare il silenzio.
Una cosa, però, deve essere certa: mai quel prete parlerà del travaglio psicologico e della sofferenza che l’hanno portato a fare quella scelta. Le ragioni possono essere diverse ma quelle profonde e più vere appartengono solo alla sua coscienza e di esse non deve dare, quindi, conto a nessuno. Mai, quindi, parlerà del suo processo interiore intenso e faticoso, attraverso cui ha affrontato il cambiamento profondo e la sua evoluzione personale.
Il suo travaglio, che forse non è nato solo dalla crisi della vocazione, dalla solitudine, dal bisogno di una relazione affettiva, come si è soliti dire e pensare, ma da esperienze dolorose, da incomprensioni, da conflitti comunitari, delusioni, scandali o situazioni vissute che hanno lasciato ferite profonde, legate a persone delle quali occorre rispettare ancor oggi la riservatezza o la privacy. Ciò anche per non turbare i fedeli che le ricordano e per le quali hanno nutrito affetto e riconoscenza.
Non è soltanto, però, il ricordo di comportamenti che probabilmente lo hanno ferito o scandalizzato, ma è anche il ricordo di una contraddizione vissuta allora quotidianamente: da una parte ciò che il ministero sacerdotale rappresentava per lui, dall’altra il comportamento concreto dei preti con cui condivideva quel ministero e con i quali doveva necessariamente collaborare.
Al prete anonimo che mi ha inviato l’e-mail auguro che possa nel suo ministero pensare e agire come il Vangelo ci insegna. Fra gli insegnamenti evangelici c’è la discrezione che si traduce in atteggiamenti quotidiani ben definiti, come il rispetto della libertà, l’ascolto profondo, la tutela del prossimo, che significa che molto spesso occorre scegliere il silenzio che custodisce anziché le parole che feriscono.
