Don Alberto Ravagnani sulla scelta di lasciare il sacerdozio: «La vita da prete non mi bastava più. Il treno resta lo stesso, cambiano i binari»
Famiglia Cristiana
Andrea Filloramo, in questi ultimi giorni abbiamo letto il messaggio del prete più celebre di Instagram (e di Milano), che nei giorni scorsi, come confermato anche dall’Arcidiocesi del capoluogo lombardo, ha scelto di “sospendere il ministero presbiteriale”. Cosi egli ha, infatti, scritto: “Ciao a tutti, sono don Alberto Ravagnani, sono un prete e ho scelto di lasciare il ministero sacerdotale”. Sono molto consapevole di quello che sto facendo, ci ho pensato tanto, sono stato consigliato”. Come giudichi tu questa scelta fatta da un giovane prete?
Ho letto anch’io la notizia e non mi sono meravigliato. Non giudico una scelta fatta da un prete che oltretutto io non conosco ma, tenendo conto della mia esperienza cerco solo di capire. Dico, quindi, che continua, la grande emorragia del clero iniziata attorno agli anni 60, cioè immediatamente dopo il Concilio Vaticano Secondo, da quando cioè circa 100 mila preti hanno lasciato il ministero. Non per scandali, non per improvvisazione, ma per una scelta molto sofferta. Tutto avviene mentre la Chiesa poco o nulla fa per affrontare il problema, che indubbiamente è il suo problema.
Partiamo in modo diretto: chi lascia il sacerdozio, a tuo parere, ha perso la fede?
È questa una spiegazione comoda, ma totalmente falsa. La maggior parte dei preti che hanno lasciato, fatta da sacerdoti generosi e laboriosi che hanno operato in un’ottica di collaborazione all’interno delle comunità a loro assegnate, non hanno perso la fede, ma la possibilità di vivere dentro la vita che non hanno più accettato.
Allora cos’è che si è rotto in loro?
Si è rotta l’identità. Quando il ruolo occupa tutto – lavoro, relazioni, tempo, immagine di sé – prima o poi entra in crisi. Non perché sia sbagliato, ma perché è totale. L’identità totale è fragile. Questo concetto tocca un punto molto profondo dell’esperienza umana contemporanea: il rapporto tra ruolo e identità.
E’ questo un argomento sicuramente molto importante che può valere anche per altre professioni o per altre scelte fatte o imposte nella vita. Vuoi, per favore approfondirlo?
Certamente. Quando il ruolo — che sia quello professionale, affettivo, sociale o familiare — occupa tutto lo spazio della persona, diventa una sorta di “guscio totale” che ingloba ogni dimensione dell’esistenza. In apparenza, questo può dare sicurezza: essere totalmente identificati in ciò che si fa o nel modo in cui si appare crea una sensazione di coerenza e di valore. Ma nel tempo, questa stessa completezza diventa una trappola.
E’ giusto, però che ciascuno abbia l’immagine chiara di sé e a questo tende ogni tipo di formazione
Si è vero, ma io mi riferivo a un’identità “totale”, come appunto, quella del prete, che è molto fragile, non perché sia di per sé sbagliata, ma perché non ammette alternative, non conosce il margine dell’imperfezione, né il diritto alla trasformazione. Se l’immagine di sé coincide completamente con un ruolo — “sono il mio lavoro”, “sono la mia relazione”, “sono la mia competenza”, “sono la mia capacità di piacere o di essere utile”, “sono addirittura per l’ordinazione ricevuta come Dio dall’eternità mi vuole”— allora qualsiasi incrinatura in quel ruolo diventa una crisi esistenziale.
Basta un fallimento, una perdita, un cambiamento, e tutto il senso di sé vacilla. Non rimane spazio interno da cui potersi riorganizzare. In realtà, un’identità matura si costruisce sulla pluralità, non sull’uniformità. È composta da più parti — professionali, affettive, relazionali, spirituali, corporee — che dialogano tra loro, a volte in armonia, a volte in conflitto, ma sempre in movimento. La solidità interiore nasce proprio dalla possibilità di non coincidere mai del tutto con un singolo ruolo, di potersi sottrarre, rinegoziare, reinventare. Un po’ come un albero che non mette tutte le sue radici in un solo punto del terreno: se il terreno lì si erode, l’albero resta in piedi grazie alle radici altrove. In sintesi, il rischio non è avere dei ruoli, ma diventare il proprio ruolo in modo esclusivo. Quando il ruolo – come quello del prete – è tutto, il sé si impoverisce. Quando, invece, il sé è più ampio del ruolo, allora anche le crisi diventano occasioni di crescita e rinnovamento.
Stando alle tue conoscenze quando comincia davvero la crisi nel prete?
Molto prima di quando se ne parla. Una volta quando in seminario si entrava a dodici anni e a 24 anni si era buttati nel mondo che non si conosceva, la crisi iniziava dopo qualche anno dall’ordinazione. Oggi i preti spesso vanno in seminario dopo la maturità o dopo una laurea e con un’esperienza del mondo talvolta anche ampia. La crisi però o prima o dopo arriva. A essa il sacerdote spesso resiste, si adatta, stringe i denti. Non si concede il diritto di stare male. Si chiede soltanto se sta rispondendo abbastanza alla sua vocazione.
Dal punto di vista psicologico, quali sono le conseguenze della crisi?
Talvolta o spesso la crisi consiste nell’ ansia cronica, nel senso di colpa costante, nella fatica enorme nel riconoscere i propri bisogni come legittimi.
La solitudine nel prete conta davvero così tanto?
È centrale, ma non parliamo per favore di sesso o di coppia, di celibato soltanto, ma di intimità emotiva, di poter essere fragili senza perdere autorevolezza. Questa solitudine, se dura anni, lascia profondi segni.
Arriviamo al momento della scelta di una vita diversa che si realizza con l’abbandono del ministero. A tuo parere si tratta di una fuga?
No. Anzi, spesso è l’opposto. Restare sarebbe più semplice: meno spiegazioni, meno rotture, meno giudizi, come avviene per molti, che trascinano magari la loro vita sempre in crisi o ipocritamente. Andarsene – e bene dirlo – richiede una forza enorme.
Ma il prete che lascia non sente l’abbandono del ministero, al quale ha creduto come un fallimento?
C’è. Eccome se c’è, ma viene amplificato molto dall’ambiente. Quando una vita viene letta tutta come un errore, il danno psicologico è serio.
Cosa succede dopo, concretamente?
Succede un lutto. La perdita di status, di reddito, di rete sociale. Chi non ha un titolo di studio ricomincia da lavori umili, con competenze non riconosciute. È sicuramente una caduta verticale.
Chi ce la fa davvero, nel tempo?
Chi riesce a non rinnegare. Chi integra il passato invece di cancellarlo. Chi dice: quella vita è stata vera, ma non è tutta la mia verità. Chi trova ascolto fuori dalle logiche del giudizio. Chi si sente ancora prete pur sapendo – perché così ha scelto – che la sua realizzazione avviene al di fuori della cerchia ristretta clericale, al quale non ha voluto più appartenere, perché l’ha ritenuta poco o per nulla rispondente alla volontà di Cristo.
