ACTIONAID: “MUTILAZIONI GENITALI FEMMINILI, MILIONI STANZIATI MA NESSUN MONITORAGGIO” 

A vent’anni dall’approvazione della legge 7/2006 contro le mutilazioni genitali femminili, l’attuazione della norma resta opaca e frammentata. È quanto emerge dall’analisi realizzata da ActionAid sull’operato delle amministrazioni competenti. 

Al Dipartimento per le Pari Opportunità sono stati assegnati, tra il 2011 e il 2025, 14,6 milioni di euro, di cui oltre 9,1 milioni non risultano utilizzati. Il Ministero della Salute tra il 2005 e il 2025 ha trasferito alle Regioni oltre 18,3 milioni di euro per attività di prevenzione, formazione e assistenza. A fronte di questi stanziamenti, mancano dati completi sugli interventi realizzati, sui risultati raggiunti e sui territori coinvolti, rendendo impossibile una valutazione trasparente dell’efficacia delle politiche adottate. Questa carenza emerge in modo evidente anche nel funzionamento del numero verde nazionale contro le mutilazioni genitali femminili (800.300558), attivo dal 2009 e gestito dal Ministero dell’Interno. In sedici anni ha registrato 228 telefonate, senza alcuna chiamata nel triennio 2017–2019, e solo 9 segnalazioni riconducibili a casi di MGF, a fronte di quasi 5 milioni di euro allocati tra il 2009 e il 2025 per il suo funzionamento – di cui oltre 3,6 milioni non risultano spesi – e senza che ci siano informazioni disponibili sugli esiti delle segnalazioni o sui percorsi di protezione attivati. Alla luce di questi dati, l’integrazione dell’800.300558 nel 1522 appare una scelta di maggiore efficacia e coerenza con il sistema nazionale antiviolenza.

Le conseguenze delle mutilazioni genitali femminili sono gravi e durature sulla salute fisica e mentale, con complicanze immediate e a lungo termine, tra cui problemi ginecologici, ostetrici, sessuali e psicologici, oltre a un aumento dei rischi durante la gravidanza e il parto. È alla luce di questi impatti che il quadro appena descritto appare ancora più critico se messo in relazione con la dimensione del fenomeno in Italia. Secondo le stime più recenti, elaborate dall’Università di Milano-Bicocca1, al 1° gennaio 2023 circa 88.500 donne e ragazze sopra i 15 anni che vivono nel nostro Paese hanno già subito una mutilazione genitale femminile, prevalentemente all’interno di comunità provenienti da Paesi in cui la pratica è storicamente diffusa, tra cui quelle egiziana, nigeriana ed etiope. A queste si aggiungono circa 16.000 bambine sotto i 15 anni potenzialmente a rischio, 9.000 delle quali nate in Italia.

“In Italia la prevenzione delle mutilazioni genitali femminili e la protezione delle donne e delle bambine che le hanno subite non fanno ancora parte di un sistema strutturato e coordinato. Gli interventi sono frammentati, le attività di prevenzione sporadiche e l’emersione dei casi avviene spesso in modo casuale, solo quando le donne entrano in contatto con i servizi per altri motivi, come una visita medica, un parto o una situazione di violenza domestica” dichiara Isabella Orfano, Esperta di diritti delle donne di ActionAid.

ActionAid chiede un cambio di passo immediato per colmare il divario tra norma e pratica e garantire la tutela effettiva delle donne e delle bambine a rischio o portatrici di mutilazione genitale femminile. È necessario innanzitutto ristabilire obblighi chiari di trasparenza e rendicontazione pubblica sull’attuazione della legge 7/2006 e sull’utilizzo dei fondi stanziati, a livello nazionale e regionale. Senza questi strumenti, non è possibile valutare l’efficacia delle politiche né garantire una tutela uniforme sul territorio. Allo stesso tempo, le mutilazioni genitali femminili devono essere integrate in modo strutturale nel sistema nazionale antiviolenza, superando l’attuale frammentazione di interventi episodici e residuali e promuovendo, nell’ambito del Piano nazionale antiviolenza, interventi di prevenzione comunitaria adeguatamente finanziati, con particolare attenzione alle nuove generazioni. In questo quadro, l’esperienza del modello di catena di intervento, sviluppata da ActionAid a Milano e Roma, dimostra che sistemi territoriali coordinati e multi-agenzia possono funzionare, ma richiedono un riconoscimento istituzionale e risorse stabili per essere estesi e resi accessibili su tutto il territorio nazionale.

Perché funzioni davvero, questo modello deve essere riconosciuto e sostenuto a livello istituzionale, diventando parte integrante del sistema nazionale antiviolenza. In assenza di questi passaggi, il rischio è che la legge continui a rimanere sulla carta, mentre migliaia di bambine e donne restano prive di una protezione adeguata” conclude Orfano.

Un problema globale. Nel mondo, oltre 230 milioni di ragazze e donne hanno subito una forma di mutilazione genitale femminile e circa 4 milioni rischiano ogni anno di esservi sottoposte prima dei 15 anni2. La pratica è documentata in almeno 94 Paesi, in tutti i continenti, con una maggiore diffusione in Africa centrale e in alcune aree del Medio Oriente e dell’Asia3. Le conseguenze sono gravi e durature anche sul piano sanitario ed economico: i costi sanitari globali associati alle MGF sono stimati in circa 1,4 miliardi di dollari l’anno4 e sono destinati ad aumentare in assenza di interventi efficaci. Le MGF, pur assumendo forme diverse a seconda dei contesti, affondano ovunque le proprie radici in norme di genere discriminatorie e in fattori socio-economici strutturali. In molte comunità sono ancora giustificate come tradizione, requisito per il matrimonio o presunto precetto religioso, senza alcun fondamento scientifico o religioso, e rappresentano uno strumento di controllo del corpo e del ruolo sociale di donne e ragazze. Nonostante un numero crescente di Paesi si sia dotato di una legislazione per contrastare le mutilazioni genitali femminili, i progressi normativi restano fragili senza un reale cambiamento culturale. Il recente caso del Gambia lo dimostra chiaramente: nelle ultime settimane è stato presentato un nuovo ricorso – dopo quello del 2024 – per mettere in discussione il Women’s Act del 2015 che vieta le MGF, evidenziando il rischio di arretramenti anche nei Paesi dotati di una legislazione specifica. ActionAid è impegnata da anni nella prevenzione delle mutilazioni genitali femminili e nel supporto alle donne e alle ragazze che le hanno subite, in Italia e a livello internazionale nei paesi in cui opera, tra cui, Somaliland, Gambia, Kenya, Liberia, Nigeria e Uganda. Nel nostro Paese, ActionAid lavora dal 2016 in rete con istituzioni, servizi e comunità per rafforzare prevenzione, protezione e accesso ai diritti, anche attraverso progetti cofinanziati dall’Unione europea come il più recente Safe, e la partecipazione alla rete europea End FGM-EU.