IL CERCHIO MAGICO CHE FA MALE ALLA CHIESA

di ANDREA FILLORAMO 

Trasmetto email ricevuta il 14 gennaio 2016 alle ore 17,09 di un tale che si firma “presbytermessanensis”, da me individuato, che facendo riferimento alla mia ultima intervista, di cui evidenzia, in allegato, uno stralcio, che vuole che io commenti.
Caro prof. Andrea Filloramo, ho sempre letto con molta attenzione i tuoi articoli su Imgpress e ho sempre ammirato la chiarezza, la puntualità, la saggezza che si coglie nella lettura. Ti prego di continuare a scrivere, per aiutarci a capire cosa sta succedendo nella Chiesa e nella nostra diocesi. In allegato ti invio quello che tu hai scritto, in modo stupendo, sul cerchio magico nell’ultima tua intervista e ti prego di commentarlo maggiormente come sai fare tu.
ALLEGATO
Dall’intervista a Andrea Filloramo (IMGpress 13/01/2016)
«Al cerchio magico appartengono solo gli “ubbidienti totali”, i “perindeaccadaver”, gli utilitaristi, i “leccapiedi”. Essi quindi, una volta dentro la maglia di privilegi, rinunciano a potersi servire della libertà; entrano a far parte di una generazione di “cavalli di razza”, pronti sempre a trottare per il loro signore, apprezzano i vantaggi del potere, che arrivano da una situazione di quiete. Non hanno interesse, quindi, a istigare nella gente strani pensieri su eventuali aperture verso una Chiesa più democratica, più conciliare, più vera.Sono dentro un groviglio di potere, che non è loro potere, talmente intrecciato, che è difficile credere che possano rinunciare ai piccoli privilegi, di cui godono in ragione del loro accesso alle informazioni che per loro davvero contano, fatte anche di pettegolezzi, di cattiverie, di lettere anonime, talvolta costruite e inventate da qualcuno di loro».

COMMENTO

Carissimo, devo dirti che ho riletto per la prima volta l’allegato che contiene parte di un mio scritto, che tu mi chiedi di commentare e lo riproduco integralmente, perché piace anche a me. Commentarlo sarebbe, a mio parere, un paradosso, dato che tu affermi che nei miei scritti c’è “chiarezza, puntualità, saggezza che si coglie nella lettura”. Comprendo, tuttavia, i motivi della richiesta. Commentarlo, oltretutto, sarebbe per me un compito estremamente difficile, addirittura forse impossibile. Ogni qualvolta, infatti, che ho cercato di commentare qualche mio scritto, mi sono fatto prendere la mano e sono andato al di là di quanto precedentemente elaborato, andando, quindi, anche “fuori tema”. Si è trattato indiscutibilmente di una forma particolare, provvisoria, di agrafia, cioè di una forma di afasia sensoriale nella quale si perde la capacità di formulare per iscritto il pensiero, convinto – come si è – che non è sempre vero che “repetita iuvant”. Chi scrive per passione, oltretutto, generalmente non ripete due volte le sue riflessioni e attende che siano i lettori, una volta dato a loro l’imput, ad espanderle e a commentarle. Tuttavia non voglio deludere il “presbytermessanensis”, che è stato tanto gentile nei miei confrontie ha chiesto di essere aiutato “a capire cosa sta succedendo nella Chiesa e nella diocesi”. Lo faccio evitando, quindi, di ripetermi. Abbiamo parlato di cerchio magico formatosi nell’era di La Piana. Ci chiediamo perché in una diocesi come quella di Messina nasce e rischia di perpetuarsi nel tempo un qualsiasi cerchio magico? Azzardo una risposta. In tutte le diocesi, c’è il rischio di cerchi magici, che si formano accanto ai vescovi , quando i preti scelti dal vescovo e iscritti nell’organigramma diocesano, mancano di una sufficiente visione di insieme, sono deboli in competenze e sono preoccupati più a conservare il proprio potere, che aiutare i vescovi verso percorsi di crescita pastorale, percorsi da costruire assieme in piena empatia. Lo sappiamo, la cultura clericale e quella episcopale dominante ostacola molto spesso meccanismi di selezione competitiva. La scarsa attenzione alla necessità di una selezione meritocratica da parte dei vescovi, riproduce i meccanismi di scelta come quelli basati sulla fedeltà, tipici della chiesa più conservatrice, per cui è la cooptazione, piuttosto che il merito, a fare la differenza. Sembra vigere un principio di selezione avversa che non solo ostacola l’emergere dei migliori, dei capaci, dei più disponibili, ma favorisce i mediocri: per accedere alle posizioni di vertice infatti più che “la conoscenza” contano “le conoscenze”.La conseguenza di tutto ciò, è un organigramma e un insieme di collaboratori del vescovo che in un sistema impiegatizio com’è quello curiale, non piace agli altri, non piace neppure a se stessi e fa fatica a riconoscersi nel ruolo guida a cui sarebbe chiamata. Infatti, tali collaboratori non si sentono classe dirigente, perché classe dirigente non potrà mai essere in un sistema non solo impiegatizio ma anche monocratico episcopale, che non accetta o evita “discussioni” “polemiche” e “debolezze”. Non riconoscersi significa non sentirsi responsabili e soprattutto trascurare il fatto che gli esiti delle proprie azioni sono essenzialmente pubblici: è proprio la mancanza di un senso di responsabilità verso la diocesi nel suo complesso a preoccupare più di ogni altro fattore. Guai poi a dover amministrare il denaro, denaro della diocesi, molto spesso denaro pubblico. Se è vero, come già ho scritto, “pecunia non olet”, i vescovi e i preti chiamati ad amministrare non possono e non debbono “sgarrare”. La trasparenza che è indice di onestà deve sempre emergere in tutto quel che si fa. Abbiamo solo accennato alla genesi e, quindi, alla radice dei cosiddetti cerchi magici che si possono formare attorno ai vescovi ma il discorso meriterebbe maggiori approfondimenti. Al “presbytermessanensis” dico: se pensi che nella tua diocesi si sia formato un cerchio magico, cerca di agire. Come? Prega e sollecita ogni confratello appartenente al cerchio, non appena si insedierà il nuovo arcivescovo, di dimettersi e di non farsi più scegliere per quell’incarico avuto. È questa l’unica maniera per dimostrare di voler più bene alla diocesi e, quindi, al popolo di Dio, che a se stessi. C’è tanto da fare nella “vigna” di Dio e, poi, rinunci con coraggio al titolo di monsignore e ai ridicoli emblemi del suo potere senza potere, fatti di talare rossa, di mitria, di fascia rossa, di tonaca filettata. È questo, sicuramente il sacrificio più grande che si chiede loro. Come fanno se questi emblemi l’hanno sognati per tutta la vita? Recuperino la grande virtù dell’umiltà. Non sono superiori agli altri preti solo perché in certe occasioni vestono diversamente…