Miraggi a Saint Jean Pied de Port

di ANDREA FILLORAMO

La sintesi è indizio di genialità. Scrivere storie brevi significa essere in grado di muoversi in uno spazio limitato; saper raccontare una storia nel modo più conciso possibile per non annoiare, una storia leggera quanto basta da aver la consistenza giusta per penetrarti nell’anima. Ci sono racconti che rimangono nel cuore, mentre molti romanzi sbiadiscono nel nulla. In un racconto breve e per l’aggiunta enigmatico e ironico l’abilità sta nel vedere relazioni là dove forse non ne esistono, guardare con occhi disincantati situazioni, esistenzialità, persone e cose, in un caleidoscopio di verità che ognuno, nel leggerlo, le interpreta secondo la sua “misura” ma che probabilmente per l’autore fanno parte della sua vita. Una vecchia regola, che un po’ arriva da Aristotele, un po’ dall’umanesimo, e un po’ dalla cinematografia, dice che una buona storia è divisa in tre atti. Il primo in cui si presentano luoghi e persone mescolandoli insieme e creando le basi di una tensione. Il secondo in cui c’è l’esplosione del conflitto, il terzo cui spetta la risoluzione della crisi. Ovviamente, in quanto norma, può essere sfruttata o disattesa, ma la tensione data dal gioco combinatorio di una storia ne crea il movimento e quindi la capacità di catturare l’attenzione di chi legge. Tutte queste caratteristiche io le rintraccio in “Miraggi a Saint Jean Pied de Port”, di ongi etorri, Edizione IMGpress 2015, che contiene la seguente in parte non credibile avvertenza: “La narrazione è frutto di immaginazione; qualsiasi riferimento di persone, circostanze e persone o cose è puramente casuale”. Si tratta di un tipico “racconto di avventura” che, come tale, narra di un viaggio non convenzionale dell’autore, che evidenzia una buona conoscenza delle “abitudini”, del “linguaggio” e dei “canoni clericali” che utilizza nella “dialettica” di quelli che sono i veri “eroi” del racconto, cioè di un vescovo e del suo vicario, che fantasticamente travolgono le “pietre tombali”, in cui c’era scritto: “Qui giace mons. Vescovo”, “Qui giace il suo povero vicario” e gli appaiono come fantasmi. L’ingrediente da cui, da quel momento, il racconto prende le mosse è la diversità delle funzioni dei due “eroi”, che si appoggiano l’uno all’altro, in un rapporto inconcludente per il ministero che dovrebbero svolgere. È indubbio che lo scritto è sottilmente ironico è ciò restringe la distanza narratore/lettore, rendendoli complici. La risata arriva quando non te l’aspetti. Essa nel libro è una medicina che l’autore versa con il contagocce: non è sovradosata. Ciò per non farci trovare di fronte a effetti collaterali piuttosto fastidiosi, come la noia. L’ironia ha un ritmo narrativo rapido, una stilettata breve e inaspettata, come un fulmine a ciel sereno. L’autore sa che se c’è un mondo dove l’ironia fa da maestra questa è la vita.